Terminato il vortice travolgente di celebrazioni e preparativi, aspettando il volo per Addis Abeba vi scrivo una briciola di questi mesi di casa, belli quanto un viaggio e molto più intensi.
Si perché anche se l’ho sempre saputo, in questo tempo italiano ho capito quante preziosità nasconda il quotidiano dei luoghi che mi hanno cresciuto. Questo e’ l’oggetto della di oggi lettera, pensieri di un viaggio nel posto più bello del mondo: casa.
Ritorno in Italia a Dicembre, ad accogliermi due amici di una vita Richi e Renna, felici e sorridenti, ci troviamo poco cambiati, men che meno in ciò che l’essenziale vede: il cuore.
La neve iniziava a scendere sulle materne cime ed io per un arcano motivo iniziavo a vivere un inverno del mio cuore, una stagione a me poco conosciuta. Neppure i monti con i loro poderosi sussurri scaldavano quella fredda solitudine di chi sente di avere perso casa.
Con il passare delle settimane, ritrovo i miei occhi e scopro nuove orecchie, grazie a coloro che il mio sorriso lo hanno fondato e costruito: la mia famiglia e i miei amici. Sciocchezze direte voi, capricci del cuore li chiamerà qualcuno. Per me grandi lezioni per crescere e migliorarmi. Affinare i sensi su dove e come una casa vada costruita. Senza mai scordarsi della casa che ci ha plasmato, senza le cui radici nemmeno di un centimetro potremmo crescere.
Ed ecco il Calicanutus fiorire con quel suo dolce profumo assonnante. Arriva la primavera con la sua energia inebriante. Magnolie e ciliegi mi inzuppano di sorrisi.
La neve solida ospita in quota chi subisce il suo richiamo. Deserti di esagerata bellezza mi vengono svelati dalla divina alba sui grandiosi ghiacciai, in compagnia e poi solo li visito rispettoso. Porto con me a valle la loro eccitante perfezione sentendomene parte per un po’, lassù saluto i miei cari ‘che per sempre vivranno in me’ (L.M.) e nel desiderio che la vita ha di se stessa.
Lassù, il silenzio insegna le lezioni più adatte ad ogni stagione dell’anima. I compagni assistono il gran maestro nel portare con il loro incontro, le conferme necessarie all’apprendimento. Ripenso con più profondità a quanto i greci scrissero sull’oracolo di Delfi: conosci te stesso. Solo così si può migliorare e prepararsi a quel dialogo che nasce dall’incontro con l’altro. Un dialogo che, se inteso come dono reciproco e’ il migliore strumento per la persecuzione del bene nostro e di tutta la nostra comunità’.
Mi incanto. Di fronte alla magia blu di un ruscello ghiacciato che mi guida su un sentiero verticale di granito. Accompagnato dal mio fedele compagno di scalata, godo delle vertigini paralizzanti che mi danno quei gradini così belli e unici, palpitante mi intrufolo timidamente verso il cielo. Poi un miracolo: il fiore che nasce dalla roccia. Vita solitaria e bellissima, come ogni vita frutto di un amore, quello degli uomini ragno verso il duro sasso.
Ho fatto tesoro dei consigli di chi di stagioni del cuore ne ha molte più di me sulle spalle. Non posso immaginare il prezzo pagato per le loro scoperte, mi sono bastati i pochi inverni brevi che ho vissuto per avere un assaggio della loro durezza ma anche dell’ importanza dei loro frutti. Ho profondo rispetto per questi e con attenzione li conservo dentro di me.
Grazie a questi pensieri capisco anche che non si può seguire la via già aperta. Ognuno ha il suo sentiero, seguire quello di un altro ci fa perdere, certo avere consapevolezza delle altrui esperienze di cammino rende un po’ più dritto il nostro.
-Signor Erba?-
-Sono io-
-Addis Ababa? –
-Si-
Ora di prendere l’aereo. Dopo qualche ora, eccomi assonnato e indolenzito ad aspettare l’ultimo
volo del mio itinerario Addis Ababa-Juba. Era fresca l’aria appena messo il naso fuori dal portellone, l’erba gialla e secca ai miei piedi porta il mio sguardo curioso verso la sua fine. Non la vedo, passa oltre lo sconfinato orizzonte, ri-eccomi in Africa!
Costante di questi mesi intensi e’ stata la scrittura della mia tesi. Con essa ho tirato le somme della mia esperienza in Uganda. Dopo le grandi feste della consegna, la coronazione suprema e’ arrivata il 4 aprile con la discussione della tesi e il mio compleanno.
Mai come in un giorno così speciale mi sono reso conto delle mie infinite fortune e dei doni che ricevo ogni giorno dai miei cari e dal buon Signore. Scioccamente non avevo mai capito così profondamente quanto affetto e vicinanza mi circonda.
Alle 11 di Lunedì eravate tutti in trepidante attesa, elegantissimi e sorridenti. Forse un po’ sorpresi di vedermi così emozionato. Dopo il mio ultimo arrivo in bici con Lore in Università vedo subito la mia bella famiglia, davvero li sentivo tutti per uno.
Al terzo piano puntuali mi aspettavano i miei pilastri milanesi di prima ancora che iniziassi a vivere laggiu: la Paola con Gio e la Marghe. Poi il puntuale Marchino che mi regge la toga e Nicolas col suo sorrisone. Infine il Renna, empatico quanto basta da farsi carico anche di un po della mia agitazione, accompagnato da Panzu (il sereno), Nick (l’istrione), la Elena e Margherita.
Insomma così caricato da un pubblico di eccezione non potevo che godermi fino in fondo tutta la discussione. Divertente davvero, l’avrei persino rifatta tanto mi sembrava bello e importante sviluppare le convinzioni circa l’importanza della mia tesi sul livelihood in Uganda.
Buffo vedere tutta la commissione attratta dall’entrata di fratello Doyou con Ofelia – perbacco ma quello e’ un frate – mentre difendo la tesi, penso tra me e me alla fortuna di essere circondato da così tanti amici unici, sempre vicini per quanto io sia lontano.
Grazie, grazie e grazie.
Mi verrebbe da riversare sul computer i dettagli dei seguenti sette giorni di festa. Meglio essere concisi.
Che festa stupenda nel chiostro di Lore. Il sole colorava di arancione i mattoni antichi di quell’ ex convento, chissà quanti uomini e donne avrà visto in tutti i suoi secoli… eppure sono certo che quelle mura si saranno meravigliate di vedere concentrata così tanta gioia e amicizia.
L’indomani via con il mecenate della festa sui nostri potenti bolidi verso le valli piacentine. La celebrazione continua, accampati su una spiaggia del trebbia sotto un mare di stelle. Di fronte al fuoco il vino con salsicce e formaggio accompagna le fresi più belle.
E che dire del risveglio tra le anse di un fiume azzurro, bagnarsi nelle sue acque congelate che iniettano vita pura, fare colazione con pane, cioccolata e tutta la commozione che può venire dal leggersi a vicenda le fiabe incantate di Herman Hesse. Tutte sull’ amore che intreccia in un epico duello senza fine la vita e la morte, la cui eterna battaglia e’ forse il senso ultimo e più bello del nostro esistere.
A mezzodì, giù a rotta di collo verso il mare… Ci bagniamo pure li dopo delle focacce sensazionali. Pisolino e via verso Milano, per celebrare tutti i nostri compagni!
Si fa l’alba in 24 maggio tentando di finire tutte le brioche del fornaio prima ancora che apra. I tulipani ci salutano, il divano ci accoglie per qualche ora. Fino a che si fa tempo per me di andare a salutare la valle e i suoi monti.
E su per la strada regina tra le curve del lago, baciato dal luccicare dell’acqua, tra una piega e l’altra arrivo da Fausto con la Franci e i suoi 5 pargoli si ricordano i vecchi tempi ugandesi salutando Federico e Veronique, tra i boschi di Premana.
Così gli ultimi giorni a Sondrio volano intensi tra buoni amici e il mio fratellino Peter che produce else di spada dotate di bellissimi diamanti gialli.
Infine, la migliore delle conclusioni. Un conviviale pranzo in convento da doyou nella bellissima sensazione di unita’ dei francescani, quattro passi in centro un abbraccio a Madda e via con Lore verso l’aeroporto.
Li tra una tragicomica negoziazione sul peso del bagaglio e l’altra si brinda con la pozione casereccia di donna margherita e don gio! Brillo e commosso saluto i cari che mi hanno accompagnato a questa partenza: Lore, Jessi, Paola, Gio e marghe. Che squadra, foto in allegato!
Bene ora nel caldo Sudanese inizia una nuova avventura. Questa lettera voleva celebrare la preziosa bellezza e le immense fortune che trova a casa, in breve tutti voi.
Juba e’ un posto incredibile, una città in fermento ovunque si posi lo sguardo c’e’ un palazzo in costruzione.
Orde di diplomatici, imprenditori e cooperanti per ogni dove tutti simpaticamente fradici per il dolce tepore del luogo. Ministeri che nascono per ogni cosa e un sistema burocratico che ha tenuto occupati me e’ il mio capo (Alessandro) per qualche giorno.
Proprio qui a Juba, E’ stato un po’ come ritrovare una vecchia casa incappare nel mio buon amico Thomas che sta fondando un nuovo quotidiano per il Sud Sudan: il New Nation. Buon cibo etiope, abbondante birra e tante chiacchiere, Bella la vita!
I miei bagagli, lasciati ad Addis Ababa “perché l’aereo era troppo piccolo” sono arrivati ieri… quindi nulla mi trattiene qui.
Domani viaggio verso Isohe, dove lavorerò. Sono impaziente di conoscere il luogo e i suoi abitanti. A ogni meeting il lavoro’ mi sembra più interessante e non vedo l’ora di cominciare a tutti gli effetti. 250km tante buche e 7 ore di viaggio mi aspettano, quindi vi saluto e vado a nanna.
A presto con i miei primi pensieri. Scrivetemi, la vostra quotidianità e’ per me un viaggio interessantissimo.
Finalmente, dopo troppi mesi, torno a scrivere facendo onore ad un piacevolissimo dovere troppo spesso rinviato. Dalla veranda di questa spaziosissima casa africana, guardo il grandissimo giardino, ricco di fiori e piantine di ogni tipo e mi lascio cullare dalla brezza calda della stagione secca che e’ ormai alle porte.
Fortunatamente questo venticello, mi aiuta a ricordare (in parte) i tanti pensieri che non ho condiviso, per una varietà di ragioni tutte riconducibili ad una sottile forma di pigrizia. Quasi mai pero mi sono dimenticato, di appuntare su mille pezzettini di carta, quelle visioni, sensazioni o pensieri, che si rivelavano tanto preziosi da essere ricordati, condivisi ed elaborati.
Vi avevo lasciati che ero a Kitgum, nel mio mese di prova, da allora sono passati quasi 9 mesi e infinite cose belle, divertenti e inspiranti sono successe. Accompagnate naturalmente da numerosi esemplari delle loro doverose controparti più bruttine e frustranti.
Ebbene, a fine marzo ritorna a Kitgum il ragazzo (Fabio) che avevo sostituito per un mese. Riconsegno al legittimo proprietario il suo progetto e mi accingo a regolare tutti i documenti di rendicontazione, prima di partire per cominciare il mio lavoro a Gulu. Mi trovo subito bene con lui, che vedendomi dispiaciuto di lasciare lo staff e il programma, mi invita a farmi l’ultima giornata di attività a Locomo. Località dispersa tra le montagne al confine con la Karamoja quasi nel parco del Kidepo.
Tra i sentierini fangosi, l’autista dirige magistralmente il poderoso land cruiser e io rimango a bocca aperta di fronte alle montagnose colline verdeggianti, ricche di rocce così selvagge che pare non siano ancora state guardate. Suscitano in me desideri di ascesa. Che fortuna questa gente, rispetto ai loro vicini di pianura, non solo per il panorama ma anche per la incredibile fertilità che le montagne generano nelle loro terre attraendo così tanta pioggia. Eppure questi montanari contadini, si sfasciano di gin dalla mattina alla sera. Una bustina costa 0.08 Euro e contiene 150 ml di gin/whisky/schifosissimo alcol fortissimo che non poche volte ha reso cieco o ucciso chi lo ha consumato grazie ai rigorosissimi controlli di qualità che il suo elevato prezzo garantisce.
In pianura non e’ differente la situazione ma almeno i capi villaggio sono statisticamente leggermente più sobri. Ad ogni modo, nel salutare il capo di Locomo, quest’ultimo, preso dall’euforia per dono che gli ho fatto come ringraziamento per averci guidato tutto il giorno, mi eleva le mani al cielo e dopo aver fatto qualche saltello goliardico inspira preparando dal più profondo del suo gozzo la più sonora delle scatarrate che mi piazza con grande orgoglio su entrambe le mani, sfregandomele per bene. Io sorrido e, faccio lo stesso. Paese che vai, scatarrata che trovi.
Aiuto Matto
Il problema dell’alcolismo qui in Uganda e’ devastante. Nel 2000, durante la bestiale guerra del Lord Resistance Army, (di cui allego articolo) il governo forzo’ tutta la popolazione a trasferirsi in campi dove avrebbe potuto essere protetta. Abituati a vivere in spazi senza confini, gli acholi si trovano improvvisamente stipati uno sull’altro, nelle loro case di paglia e fango così vicine che quasi non permettono il passaggio.
Tristemente, i campi furono una brillante trovata del governo per accaparrarsi più aiuti internazionali possibile. I campi, infatti, creano un fortissimo impatto sull’opinione pubblica internazionale che vedendo quasi due milioni di persone stipate in condizioni disumane. Senza neppure più la possibilità’ di coltivare per la propria sussistenza, riversa sull’ Uganda tonnellate di organizzazioni umanitarie che non fanno altro che competere per accaparrarsi i beneficiari che forse sono addirittura troppo pochi per quelle valanghe di contante, che in laute percentuali si riversano nelle tasche dei burocrati locali, delle UN e delle mille ONG.
Il governo Ugandese prende così due piccioni con una fava: continua la guerra nel nord che indebolisce la tradizionale élite del paese e allo stesso tempo grazie alla stessa guerra e’ in grado di intascarsi fiumi di denaro in aiuti umanitari.
Prima domanda: l’aiuto umanitario e’ davvero un cerotto necessario o e’ lo stesso coltello che rende necessario quel cerotto?
La popolazione Acholi, un tempo leader del paese si trova tra due fuochi, quello del governo perché nessuno sfugga dai campi e quello dell’LRA che da tempo aveva venduto i suoi ideali per il profumato denaro dei sudanesi di Karthum, che potevano così fare guerra all’ Uganda senza sporcarsi le mani, evitando così qualche scocciatura internazionale.
Gli uomini nei campi si sentono inutili, non possono cacciare, coltivare ne proteggere la loro famiglia, sono al pari di vecchi e bambini e cercano intrattenimenti per fare passare le lunghe giornate vuote, ammassati come mai le tribù africane hanno vissuto. Ovviamente bere e’ la risposta più rapida per annegare quelle frustrazioni. In men che non si dica l’Uganda diventa il terzo consumatore mondiale pro capite di alcol puro (dopo Luxemburg e Czech Republic)… e il nostro elaboratissimo sistema di aiuto si rende responsabile per la creazione di un popolo che non vuole più creare nulla, solo esige con la mano tesa verso il bianco. Tralascio gli ovvi drammi domestici che l’alcolismo tra uomini e donne ha causato e continua a causare.
Milioni e milioni di dollari sono piovuti qui grazie all’UE, USA, UN e governi vari. Così tanti soldi che le organizzazioni sono arrivate ad inventarsi gli incentivi più bizzarri per accaparrarsi beneficiari. Magliette, cappellini, radio e gadget di ogni tipo; ed ecco che siamo arrivati anche alla mercificazione dell’aiuto. Penso che tutti siano giunti mossi dai migliori propositi, dal desiderio di fare bene e migliorare la vita di questo popolo maledetto dalla guerra. Ma quando ci sono troppe persone che lo vogliono fare e tutti vogliono mantenere il loro ruolo quaggiù, si inizia a regalare di tutto: cibo, vestiti, attrezzi, animali… senza criterio, senza direzione, senza senso.
Muzungu, YOU GIVE money. Quanta rabbia, mi sale sentendo queste parole, spesso rispondo istintivamente: perché non mi dai qualcosa anche tu? Ovviamente, con sguardo incerto e interrogativo il mio sfortunato interlocutore gira i tacchi o continua a chiedere la stessa cosa. Quanto male e’ stato fatto pensando di fare del bene. Come si può soccorrere un popolo per anni e creare uno scambio così unidirezionale? Per quanto difficile e violenta una situazione sia, se prolungata nel tempo, perché l’aiuto porti frutto (e non danno) deve generare uno scambio di diversità che porti ricchezza ad entrambe le parti. Altrimenti, impoverirà gli animi di chi dona e vizierà quelli di chi riceve.
L’aiuto dovrebbe fermarsi nel momento in cui inizia a perpetrare le cause per cui e’ stato avviato. Mai dovrebbe arrivare a giustificare e quindi promuovere il lassismo del governo locale che dovrebbe farsi carico dell’erogazione di servizi per la propria popolazione.
A Gulu ho lavorato all’implementazione di un progetto di AVSI finanziato dall’agenzia per i rifugiati (UNHCR). Camp phase out and return monitoring process, per cui abbiamo vinto un altro anno di implementazione (2011), avendo dovuto eliminare a suon di budget altre ONG meno efficienti e meno efficaci di noi.
In breve, quest’anno, abbiamo fornito assistenza alle persone più vulnerabili (Anziani, Ragazze madri, HIV+, Disabili…) che non avevano mezzi per ritornare al loro villaggio di origine dai vecchi campi che ormai si sono trasformati in grandi centri di scambio commerciale. Componenti di questa assistenza sono:
la costruzione di una capanna e una latrina con l’aiuto della comunità che ha accolto il beneficiario
Supporto al sostentamento, con attività scelte dal beneficiario (Microcredito e corsi di imprenditorialità, Semi, attrezzi agricoli e animali)
Riabilitazione di pozzi
Apertura di terreni con il trattore
Sono felicissimo per quello che ho fatto, per le capacita’ di gestione che ho imparato, per le battaglie vinte e quelle perse con gli enti locali. Mi sento orgoglioso e sereno quando vedo i risultati eccezionali di alcuni beneficiari che adesso mangiano tre volte al giorno e mandano i bimbi a scuola. Con umiltà mi sono ispirato di fronte alla forza che persone così deboli ed emarginate riescono ad avere per migliorare la propria condizione. Eppure, dopo avere disegnato con il mio capo il progetto per il prossimo anno, mi chiedo, e’ davvero il caso di realizzarlo?
Per quanto abbiamo cercato di includere attività di scambio e di reciproco lavoro, mi dico e’ quello il modo migliore per investire così tante risorse?
UNHCR ha deciso di estendere per un ultimo hanno questa operazione nel Nord Uganda, soprattutto per avere partner pronti ad agire nel caso il referendum per l’indipendenza del Sud Sudan generi influssi di rifugiati in Uganda e anche perché le elezioni qui potrebbero causare qualche problema. Sicuramente se non fosse per questo, il suo mandato sarebbe finito.
Dato che il lavoro non manca e le organizzazioni di sviluppo tardano a sostituire quelle di emergenza e recupero, UNHCR rimane. Per questa operazione, l’anno prossimo dovrebbero ricevere approssimativamente 7 M di $. Quattro rimarranno a loro per mantenere gli uffici e lo staff. Tre andranno ai partner implementatori, come AVSI. I partner a loro volta dovranno tagliare una buona fetta per la sopravvivenza delle loro strutture, e la porzione di valore che raggiungerà i beneficiari sarà piuttosto piccola.
Ma allora il sistema di aiuto internazionale esiste per creare posti di lavoro ben pagati ai cittadini del nord del mondo? Il fine delle organizzazioni e’ di sopravvivere e non di compiere il proprio mandato?
NO, mi grido dentro.
E allora perché negli infiniti meeting con i donatori, quando con il grande esempio del mio capo Federico, descrivevamo con entusiasmo l’importanza delle caratteristiche delle nostre attività i nostri auditori avevano orecchi solo per le clausole burocratiche? Perché le agenzie delle nazioni unite pagano stipendi a quattro zeri e benefit degni dei migliori CEO, per persone che non aggiungono valore ai programmi perché non hanno mai lavorato sul campo, con le persone vere?
Perché l’intera attvita’ di micro imprenditoria stava per essere cancellata con tutti i suoi grandi risultati, solamente a causa di una banale formulazione del concetto nella proposta?
Perché assumono così tante persone, che non fanno altro che sprecare il tempo di chi implementa il progetto facendo mille volte le stesse richieste per una semplice mancanza di comunicazione tra loro?
Ho una lista di perché così articolata che vi apparirà confusa. Nessuna risposta per ora. Certo quanto mi ha motivato per raggiungere con i miei studi questo lavoro e’ stato decisamente messo in discussione.
E’ meglio diventare un insider del malsano sistema di aiuti per cercare di migliorarlo? Forse meglio sposare cause più piccole ma i cui risultati siano nelle mie mani? O ancora, diventare imprenditore e creare davvero qualcosa di concreto per delle economie che stentano a nascere?
Saint-Exupery diceva: If you want to build a ship don’t drum up people to collect wood and don’y assign them tasks and work but rather teach them to long for the endless immensity of the sea…The rest will automatically come.
Si può davvero creare quel desiderio? Si deve? Siamo noi a doverlo fare? Forse no…
Da un proverbio somalo: A man tries hard to help you find your lost camels. He works more tirelessly than even you. But in truth he does not want you to find them ever.
Forse dovremmo piantarla di parlare così tanto di cooperazione e aiuto internazionale. Sara’ sempre necessario e sacrosanto, specialmente nell’ emergenze ma non può essere il solo autore del vero cambio.
Le civiltà sono ciò che costruiscono non ciò che gli e’ stato dato.
Non e’ forse il caso di parlare di più delle cinture di castità che abbiamo chiuso intorno ai paesi “poveri”. Cinture fatte: di barriere commerciali, di risorse naturali sottopagate che incentivano i governi a rimanere corrotti e promuovere la disuguaglianza e di investimenti non volti a creare capacità produttiva ma capacita’ di consumo nel più breve tempo possibile per dare respiro alle nostre economie.
Ho sempre voluto usare il mio tempo e le mie energie per fare bene e creare migliori prospettive per gli altri, pensavo che questo sogno si potesse realizzare solo nei paesi deve le persone hanno meno opportunità, e che non avessi nulla da aggiungere nella nostra parte del mondo. Mi sbagliavo.
Entrambi gli approcci sono fondamentali e se non ci sarà devozione per cambiare il nostro stile di vita che genera così tante cinture di castità, allora non ci sarà mai uguaglianza di opportunità tra i popoli.
Ad ogni modo, con il passare del tempo queste convinzioni maturano e acquistano la prospettiva moderata che meritano. Regina delle banalità e’ che i sistemi e le organizzazioni sono fatte di persone, a volte si incontrano uomini e donne che ci insegnano e ci regalano grande ispirazione per la dedizione e la sincerità dei loro fini altre volte e’ il contrario. Non lascerò mai che dei pensieri, delle speculazioni dovute a momenti difficili distruggano ideali maturati insieme a persone speciali in questi bellissimi anni.
Quest’anno e’ passato così rapidamente a causa dell’intenso lavoro per completare tutto il progetto, che poco ho potuto riflettere sulle domande che ha generato in me. Sicuramente dovrò provare altre esperienze per poter cercare delle risposte, ogni cosa arriverà a suo tempo, ora mi godrò’ la scrittura della mia tesi e tutti voi che non potete sapere quanto mi siete mancati.
Molti di voi si saranno stufati di leggere i dubbi e i pensieri sulla cooperazione e lo sclerotico aiuto internazionale, per cui vi ringrazio se siete arrivati fino a qui. Ora voglio solo allietarvi con i tesori che con gli occhi, il naso, la pelle e il cuore ho sentito in questa terra che mi ha ospitato più a lungo di ogni altra in cui sia stato.
La casa in cui ho vissuto e’ molto grande, un giardino che sembra un campo da calcio e un bell’orto che ho smesso di coltivare quando cavallette mutanti, parassiti ed erbacce hanno iniziato ad usare la cavalleria pesante. Ad ogni modo, molte foglie di basilico, qualche zucchina e pochi pomodori hanno gratificato il piccolo lavoro di zappa e allietato i palati di Cecilia e Kathleen. Ora e’ rimasta solo un po di rucola che spero di riuscire a mangiare prima della mia partenza. Dopo un periodo di solitudine, vivo con Katheleen, una studentessa di dottorato in psicologia, molto gentile e loquace che mantiene tutto pulito e in ordine. Charlie, un buon animo da lazzarone americano fotografo a tempo perso e infine Andy, il nuovo arrivato. Diciannovenne inglese cresciuto in Uganda, pieno di entusiasmo e curioso di tutto fa il suo stage in una impresa di cotone, bravo ragazzo, mi fa capire perché i miei coinquilini non sopportavano il mio slancio di entusiasmo mattutino all’università. E mi ricorda quanto sia di sacrosanta importanza conservare il fuoco dei nostri diciannove anni, perché e’ in quella fiamma che risiede tutta la forza e la potenza che ci permetteranno di realizzare i nostri sogni più sinceri e quindi essere felici.
Nel compound ho qualche vicino Ugandese, gente sorridente, un po rumorosa a volte, ma piacevole da interrogare su piccole conversazioni di politica, meteo e servizi pubblici.
Il mio ufficio si trova a 500m. A volte ci vado in macchina se sono uscito la sera prima, il poderoso land cruiser mi scorta fino al lavoro. Ma la maggior parte delle volte mi piace biciclettarmela con la mitica RoadMaster (il cui motto e’ Any Road Any Load). Un mezzo pesante, costruito in loco con tecnologie indiane, design classico, telaio in acciaio scadente dal peso considerevole e grandi ruote che mi hanno portato molto lontano nei miei giri del nord. La scorsa settimana ho organizzato una spedizione a Fort Patiko, 35 km da qui con un gruppo di altri 4 impavidi/e abbiamo sfidato la terribile canicola per portare a termine l’impresa, insieme abbiamo goduto della immensità di questi luoghi, riuscendo finalmente a conoscerne un po di storia nascosta nelle misteriose pietre di quel forte che tanto e’ costato alle migliaia di schiave che ci sono passati.
Ufficio e casa si trovano sull’asse est-ovest ed e’ bellissimo la mattina presto dirigersi con il fresco umido che la notte ha portato, verso il sole che nasce così velocemente sull’orizzonte, mentre la sera, stanco dal lavoro rallento il ritorno a casa per godermi appieno un autentico miracolo quotidiano, un concerto di colori che più vivi e mutevoli non si può, un esplosione di arancio, rosa, bianco e azzurro che apre il cuore e ben predispone a godersi la serata.
La maggior parte delle sere, entro in casa solo per cambiarmi e correre ad uno dei tanti appuntamenti sportivi settimanali. Le attività a Gulu non sono poi così variegate e così, il martedì si gioca ad ultimate frisbee con un gruppo di americani assatanati, il mercoledì gioco da tavola chiamato War on Terror (una versione più satirica e imprevedibile di risiko) il giovedì con un altro ragazzo italiano abbiamo organizzato la partita di calcio settimanale dei Muzungu (asiatici, latini, europei…) contro i campioni distrettuali del negri’s college. Venerdì e Sabato corsa o riposo in preparazione di gradevoli barbecue o seratine al pub e infine domenica ultimo appuntamento con il volley.
Mentre scrivo e’ sorta la luna, enorme e luminosissima nel nero cielo d’Africa, inizia a creare quella sua particolarissima ombra che tanto conforta i ciclisti della notte. Tutto sembra toccato dalla magia sotto quella luce, persino le centinaia di lucciole sembrano brillare meno di fronte a sua maestà.
Certo anche pedalare nelle sere senza luna ha il suo fascino, lasciare la macchina nel compound di AVSI pieno di luci di sicurezza, prendere la mia graziosamente rude Roadmaster e sgusciare dal cancello nel buio più oscuro che i sogni abbiano mai immaginato.
Timidamente pedalo e con cautela cerco di ricordare le buche, le pozzanghere, il fango e la sabbia. Puntualmente nell’arco di 500m appena dopo aver inspirato tutta la magia della notte su di un sentiero che mi guida grazie a mille lucciole che mi vorticano attorno, sdeeeeeeng mi si affossa l’avantreno ed io cerco sempre di cadere in piedi, cosa che non capita quando trasporto passeggeri sulla canna.
Durante i fine settimana se non viaggio, mi godo le bellezze che vedo troppo velocemente dalla macchina durante la settimana lavorativa, ad un ritmo più tranquillo e più ricco di dettagli.
Le farfalle di ogni colore e dimensione che si nutrono tutte insieme attorno ai pantani di fango e quando ci passi vicino volano via come un turbine di eleganza, senza sembrare spaventate o scocciate, solo meravigliosamente eleganti.
Gli insetti da altri mondi che la natura riserva, come le cavallette millecolori che sembrano un opera d’arte che si porta un graffito tatuato sulla pelle in giro per il mondo, o i vermi giganti, piu simili a serpenti milanisti adorni di enormi spine bianche che intimidiscono non poco o ancora le piccole piantine che si ritraggono dolcemente su loro stesse al primo tocco, per poi tornare nel loro fiero e piccolo splendore a pericolo passato, e … troppi miracoli ci riserva questa terra.
E poi ancora le centinaia di migliaia di bambini che popolano le strade e che alla vista di uno straniero che calca i loro sentieri, o si disperano terrorizzati per l’uomo bianco che li porterà via oppure appena più grandicelli ed abituati a quegli esseri così pallidi, si lanciano in un interminabile e sonorosissimo byeeeeeeeeeeeeeeeeeeeee muno o muzungu byeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeee.
Ed io con i miei compagni non possiamo che rispondere altrettanto in acholi waneeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeennnnn. A volte nelle realtà più remote, i bimbi piu temerari si avventurano fino a toccarmi il braccio meravigliati dai miei peli e sfregano le loro ditina sulla mia pelle guardandosi poi i polpastrelli. Infine mi guardano con aria interrogativa e scoppiano in una risata dopo aver confermato che non sono dipinto di bianco.
La dieta di questo popolo che mi nutre nelle mie escursioni di coordinazione del progetto nei villaggi più lontani e’ molto semplice e i piatti tradizionali si contano sulle dita delle mani. Principalmente si mangiano fagioli, con un paio di pomodorini e qualche spicchio di cipolla, oppure patate o piselli in salsa di sesamo e arachidi, o ancora spinaci con carne di pollo o di capra. Il tutto accompagnato da un onesto riso in bianco o da un nutriente e stopposissimo posho. Quest’ultimo e’ una sorta di polenta locale fatta di farina di mais o miglio, rigorosamente insipido e ovviamente privo del desideratissimo formaggio. Passato l’entusiasmo iniziale per quella che rimane una cucina decente e molto nutriente, ho cominciato a trovare mille scuse per invitarmi a pranzo da Federico che ha la cuoca migliore di tutto l’Uganda oppure mi limito a provare le varie cucine etniche arrivate fin quassù. Prevalentemente indiani, che storicamente hanno in mano le attività economiche produttive di questo paese, cinesi ed etiopi.
Una delle tante altre cose che mi ha colpito si questo popolo e’ la moderatezza del tono di voce, così basso umile e modesto. Perché, come mi hanno spiegato, quando si parla di cose importanti e necessario richiamare attenzione e raccoglimento dell’interlocutore mantenendo un tono di voce sottilissimo. E visto che la maggior parte delle volte che parlano con me lo considerano importante (?!? Spero?) io puntualmente devo chiedere che me lo ripetano almeno un paio di volte.
Loro si mettono a ridere come del resto fanno nella maggior parte delle occasioni per sdrammatizzare o spezzare la tensione e con pazienza cerco di cavare il ragno dal buco senza far notare che non mi sembra ci sia nulla da ridere.
Il riso e’ una medicina preziosa per questa gente, un antidolorifico comune e diffusissimo. Passato il momento del lutto violento, se interrogati sui drammi dei loro cari, persino sulle atrocità’ della guerra, questi ridono di un riso che non so definire perché mi sbaglierei, non avendo vissuto le brutalità che loro hanno dovuto superare. Eppure quel riso credo che voglia allontanare il dolore del ricordo rendendolo irreale, descrivendolo come una tragica burla del destino che e’ fortunatamente passata.
Infinita e’ la durezza di questo ambiente, eppure i suoi abitanti continuano a fare buon viso a cattivo gioco facendo di ogni necessita’ una virtù, con una creatività a noi sconosciuta.
Un esempio sono i falegnami che increduli e felici del lavoro trovato, cercano ogni modo di andare in contro al cliente, sfidando ogni legge della fisica, arrivando a trasportare letti matrimoniali sulle loro moto. O i venditori di polli che ne trasportano una ventina appesi a testa in giù sulle loro bici e ancora i produttori di carbonelle che cavalcano le strade con i loro sacchi da 100kg in bilico sui loro porta pacchi.
Oppure i miei beneficiari che camminano distanze infinite dalla loro capanna per non mancare l’appuntamento con me o i miei colleghi nel giorno in cui potrebbe capitargli una opportunità per guadagnarsi una vita leggermente migliore, che gli permetta di mangiare quel pasto in più e mandare i bambini a scuola o all’ospedale.
Ricordo Christine che dopo il suo training in Business Skills, si presenta senza sorriso impugnando il suo bastone per ricevere il suo capitale d’avviamento. Suo figlio che l’avrebbe dovuta aiutare nel trasportare le mercanzie dai grossisti al suo villaggio e’ stato arrestato dieci minuti prima di fronte a tutti noi per qualcosa che forse non ha commesso. Avrà diritto a un processo? Uscirà mai? Sara’ che ha fatto uno smacco alla persona sbagliata… Sicuramente tutte queste preoccupazioni a Christine le sono passate per la testa e probabilmente la torturano tutt’ora. Eppure. Lei non poteva andare in prigione perché non sarebbe cambiato nulla, e con malinconica serietà mi ha spiegato il suo nuovo business plan, senza l’aiuto del figlio. Lei stessa, sarebbe andata in bicicletta fino ai grossisiti, si a 65 anni, combatte contro le decine di kilometri polverosi, le minacciose buche sulla via e le apocalittiche piogge che ultimamente hanno sradicato sempre più alberi.
E che dire di Lucy? Gli occhi neri profondi come l’oceano, uno dei visi più dolci e timidi che abbia visto. Bella come una dea. Ha aspettato il suo turno qualche ora dopo Christine.
Tremante entra e si accomoda sulla sedia di fronte a me. Conoscevo la sua storia: tradita dalla sua famiglia e dall’uomo che amava per cui aveva abbandonato la sua terra ancestrale. Madre di quattro figli e’ stata ripudiata dal marito per avere contratto l’AIDS da lui stesso. Spesso in passato non ha potuto contenere le lacrime, con quattro creature da mandare avanti in questo mondo e non un clan che le concedesse un briciolo di terra dove stabilirsi e coltivare. Ma di terra ce n’e’ molta, chi cerca trova e così si stabilisce grazie anche al nostro supporto per la costruzione della sua capanna. Già ma come sopravvivere, la terra e’ generosa pero non abbastanza…
Per questo si trova davanti a me, tremante e dalle labbra asciutte e piene di crepe per il nuovo ciclo di antiretrovirali appena iniziato… per raccogliere un opportunità, che forse potrebbe essere l’ultima. Mi tende le braccia possenti di chi zappa ogni giorno e con robuste mani callose riceve 70$, ringrazia timidamente e si avvia verso casa. Commerciera’ fagioli, sesamo e pesce essiccato. Ce la farà’. Io prego perché nessun altro si approfitti della sua innocente dolcezza.
Non reclamano scuse, per quanto stiano soffrendo nel corpo o nella mente queste persone, fanno e resistono ad un ambiente che e’ spietato come il sole che schiaccia come una pressa potentissima dalla mattina alla sera.
Se solo potessero fare un arte di questa loro capacita sarebbero molto più sviluppati di noi e invece la maledizione/benedizione della accontentarsi, e questo clima senza misericordia, non glielo permette.
Quaggiù la morte e’ tremendamente presente. Come ci si può sviluppare se ogni mese l’oscura signora falcia via uno dei nostri cari? Difficile pianificare un percorso di crescita quando tutti i messaggi intorno a noi ci ricordano quanto sia incerto il filo a cui siamo appesi. In questi 9 mesi ho fatto le condoglianze o assistito al funerale di figli o fratelli del mio staff quasi una ventina di volte. E così ciò che si ha oggi viene subito consumato, troppe le pressioni interiori e dei propri familiari per soddisfare le mille richieste del presente, impossibile risparmiare per creare qualcosa di più grande in futuro. Ma quale futuro, quel concetto qui e’ ancora davvero lontano… le ipotesi e le soluzioni per questa situazione si sprecano, ma chi lo vorrà le discuterà davanti a un bel bicchiere di vino tra le belle montagne della Valtellina.
Così anche questa volta torno a casa, chissà per quanto e per dove ripartirò’. La piccola morte interiore di questa partenza si fa largo nel mio cuore. Da questa terra porto via qualche preziosa ruga che guardando allo specchio sempre mi ricorderà di quello che ho imparato respirando in questi luoghi.
La natura infinita con la sua squisita e infinita linea dell’orizzonte più lontana di quella che si vede al mare. Che incornicia una natura piena di miracoli, dove gli animali nella loro innata eleganza la fanno da padroni.
Il rosso della strada, il verde dei campi, il blu del cielo, il bianco delle nuvole e il beige delle capanne che mi salvano dalla polverosa afa della canicola. Il mercato con i suoi numerosi sorrisi che si fondono in una grande atmosfera di laboriosa serenità tra il puzzo della carne e l’eleganza della frutta. Le fantasie dei tessuti appesi ad ogni baracca e il plasticume degli utensili domestici che ha sostituito la fantasia degli artigiani del legno e della terracotta.
La gioia sorpresa di una donna che mi sente comprare alla sua bancarella una papaya nella sua lingua e la sua piccola bimba che mi si getta al collo con un sorriso mai visto gridando Monoooo
L’incanto miracoloso di una lucciola che mi saltella tra le mani, ricordandomi la luce che ognuno di noi si porta dentro e che solo chi ci vuole bene può vedere.
Le piogge torrenziali e il sole infernale.
Le pendici incantate del fiabesco massiccio del Rwenzori, che prima di concedermi la vetta ha amaramente rimproverato le mie arroganti pretese.
Gli amici che mi hanno ascoltato nei momenti di difficoltà e quei pochi a cui ho regalato con sincerità il più piccolo degli aiuti.
La persona più speciale che mi abbia mai accompagnato fin qui, che ha pazientemente sopportato i miei febbricitanti deliri e asciugandomi la fronte mi ha letto un libro dolcissimo, beccandosi anche lei la malaria.
Stringere la mano del mio interlocutore per tutta la durata della nostra conversazione come se fosse la cosa piu normale del mondo.
Andare al pozzo a prendere l’acqua quando non arriva più in casa.
Incantarmi del sorriso esaltato di un bambino che e’ appena stato chiamato per fare il portiere.
David che dopo avermi svogliatamente accennato della sua fanciullezza armato di Kalashnikov, entra in casa mia con un enorme sorriso, timidamente umile e desideroso di scoprire con enorme sorpresa le magie di internet che così tante risposte può dare. Cliccando per caso sulle notizie della BBC si spaventa nel vedere un bombardamento in Pakistan e mi chiede incredulo e impaurito: Sono di nuovo i ribelli?
E poi si incanta di fronte alla Torre Eiffel, tentando di capire la ragione dietro ad una costruzione così bella e imponente.
Questo e’ un elenco che non vuole finire, e che in un momento in cui desidero fortemente tornare a casa, mi rammenta la fortuna di chi viaggia, che così facilmente riesce a conservare uno sguardo incantato di fronte alle proprie esperienze. Un giorno non troppo lontano anche io imparerò a conservare questo sguardo rimanendo nello stesso posto, uno dei tanti da cui sono partito e che finalmente dopo tanto vagare, scoprirò ogni giorno completamente nuovo.
E’ una caldissima serata qui a Kitgum nel Nord Uganda e la stagione delle piogge si fa desiderare concedendosi a piccoli singhiozzi. In questa tappa africana non essendo piu’ uno studente, la mia gestione del tempo si e’ modificata radicalmente e ho continuato a rimandare le occasioni di scrivere. Pero’ dopo quattro settimane in questa terra piena di fascino e mistero, i pensieri mi escono dagli occhi. Per fare spazio ai loro discendenti, ecco che ricominciano i miei racconti.
Per chi ancora non lo sapesse, grazie all’aiuto di un mio vecchio professore sono diventato l’Assistant Program Manager per AVSI nel Nord Uganda in una regione chiamata Acholi Land. Mi occupo dell’ implementazione di due progetti, il primo per la generazione di reddito tra soggetti vulnerabili e il secondo per il ritorno a casa della popolazione dai campi di sfollati che la scriteriata guerra degli ultimi vent’anni ha generato.
Sono arrivato a Kampala ormai un mese fa’, accolto da una pioggia monsonica il caldo non mi ha impressionato piu’ di tanto. Quello che attirava la mia attenzione erano i colori della strada, delle piante, delle bancarelle e degli abiti della gente. Per citare un caro amico, avevo l’impressione di essere in uno di quei primi film a colori degli anni 60. La terra rossa traboccante d’acqua mi dava il benvenuto in un mondo nuovissimo che da tanto tempo volevo vivere. Eccomi in Africa.
La base di AVSI a Kampala e’ un piccolo giardino botanico ben tenuto con tanti piccoli marmocchi bianchi che si aggirano indaffarati nei loro giochi. Italiani e Ugandesi mi fanno sentire subito come se fossi di casa tra cene e consigli su cose da vedere in citta’. Emozionato esco dal cancello dopo aver depositato la mia pesante valigia piena di scarponi da montagna, corde e moschettoni che non sono ancora riuscito ad usare. La musica e le tante attivita’ del popolo baganda catturano il mio sguardo mentre mi dirigo verso il porticciolo del Lago Vittoria che il piu’ grande recipiente di acqua dolce dell’Africa. Tra le baracche del mercato strabordante di cavoli, pomodori, pesci, zampe appena macellate, tazze di tanti colori, carbone e tante altre mercanzie vedo dei dinosauri sicuramente discendenti degli pterodattili! Sorpreso chiedo come si chiamano: sono dei Marabu, uccellacci dall’aspetto macabro quanto quello di un becchino consumato dalla sua professione. Alti circa come un bambino di dieci anni, stanno gobbi e passeggiano per i moli in cerca di carcasse e spazzatura da digerire. Ogni volta che decollano da un lampione ci manca poco che facciano cadere tutto.
Mi guardo in giro, sono decisamente il piu’ pallido, comincio a sentire i primi richiami scherzosi “Ehi Muzungu, Muzungu!!!” Parola che significa bianco. Sorrido, prendo un taxi collettivo conosciuto come Matato e mi dirigo in centro. La caoticita’ e la sporcizia mi ricordano un po Calcutta ma fortunatamente per Kampala non c’e’ così tanta miseria. Ad ogni modo la povertà non risparmia molti dentro, ma soprattutto fuori dalla citta’. Ci sono diversi immigrati indiani, tutti abbastanza arricchiti grazie alle loro ottime qualità da commercianti, entrano ed escono da un tempio Hindu vicino al Parlamento. Passeggiando per la capitale mi immagino i luoghi in cui mi trovo all’epoca del crudele e sanguinario Amin (ricordate il film L’ultimo Re di Scozia), con questi pensieri storici in testa cammino tutto il giorno tra ristoranti, meccanici, venditori ambulanti, tante biciclette, moltissimi Matato e altrettanti boda boda che sono moto taxi i cui piloti sono dei veri e propri creativi del codice della strada.
Come ultima tappa mi tengo il leggendario Owino Market. Me lo voglio proprio godere visto che alcuni mi hanno sconsigliato di andarci a causa della sua immensità fatta di vicoli bui e claustrofobici e di qualche ladruncolo. Niente poteva incuriosirmi piu’ di una simile descrizione. Intenzionato a vedere questo gigante e a comprarmi un paio di sandali, entro pretendendo di avere l’aria di chi conosce il posto. Di mercato ne ho visto qualcuno nel mondo ma ci vuole poco per rendermi conto che questo e’ proprio diverso. La luce quasi scompare, oscurata delle strabordanti mercanzie che fanno da pareti e soffitto. C’e’ qualche spiraglio di luce che entra come quando le persiane sono un po inclinate, sufficiente a farmi vedere questo mondo sotterraneo. Sono in un termitaio di mercanti, nonostante il buio anche qui i colori la fanno da padroni. Il legno che separa le bancarelle si fonde con il fango lucido. I commercianti se non dormono mangiano, se non mangiano cercano di accolappiarti una mano, altrimenti sono troppo presi dai loro dibattiti. Tutti si confondono con i loro articoli, sembrano camaleonti che emergono all’ultimo della loro mimesi per tentare un buon affare.
Sono estasiato voglio addentrarmi sempre piu’ nel labirinto di Owino, con un fanciullesco desiderio di perdermi, spendo un po’ di tempo tra questi cuniculi fino a spuntare di nuovo alla luce del sole non senza i miei nuovi sandali.
La capitale e’ interessante, ma la sera nessuno esce, dal compound di AVSI. Comunque di vita mondana ne ho fatta abbastanza in Colombia io voglio partire per la mia destinazione finale: il nord. Verso le piccole cittadine di Gulu e Kitgum, dove il caldo e’ torrido e lo Stato arriva ancora meno che da altre parti. Li si parla un altra lingua, c’e’ altra gente e sicuramente molto poco di quello che si trova a kampala. Sono curiosissimo, mi offro di andare in bus. Ma il mio entusiasmo viene bloccato dai dirigenti AVSI, loro mi ricordano che in quanto parte dello staff, non posso prendere mezzi pubblici per spostarmi. Dopo qualche negoziazione ho scoperto che almeno li posso prendere fuori dagli orari di lavoro.
Durante una fresca mattina mentre il sole sorge, con la puntuale velocità che si trova solo all’equatore, mi appresto a salire sul pick up in compagnia di JhonPaul, che mi impartirà’ la prima lezione di Acholi, una lingua dai suoni difficili ma dalla sintassi semplicissima. La strada e’ tutta asfaltata e in buone condizioni, il sole batte gia forte e mi emoziono mentre superiamo il Nilo, incredulo all’idea che sia lo stesso fiume che arriva in Egitto. Ai lati alberi e arbusti della savana scorrono piu’ o meno fitti a seconda della loro vicinanza all’acqua. Nel viaggio ci accompagna anche un donatore italiano di Pesaro, Mauro, uomo di mezza eta’ semplicemente buono e appassionato ad aiutare i popoli che per una vita ha visitato. Con lui ho passato i primi giorni a Kitgum, girovagando per i villaggi a vedere che nuovi progetti potrebbe iniziare a finanziare. Gli faccio da traduttore e mi godo un piacevole e sorridente compagno di viaggio.
Durante la visita ad un ospedale guidati da un medico di Premana, unico montanaro nei paraggi con cui ho subito familiarizzato, ci imbattiamo in un parto complicato. Il bimbo e’ nato dopo una giornata di travaglio e non emette suono, non vuole proprio respirare. E’ pallidissimo, quasi bianco, e l’infermiera cerca di fare avviare i suoi minuscoli polmoni con uno strumento per far respirare il bambino. Fausto e la sua assistente Ilaria, chiedono per quanto tempo e’ stato ventilato il piccolo. Un’ora dicono. Nella umile sala da parto il bianco e il nero delle pareti sono sbiaditi, e si confondono nel mezzo. Fausto si gira, maschera una educata imprecazione e dice che allora e’ tutto inutile, se il bimbo non parte dopo mezz’ora, e’ molto improbabile che lo faccia. Un giorno lui aveva tentato di far respirare un neonato per quattro ore…
Vi lascio immaginare come mi sono sentito io. Cuore e pancia si sono strizzati e sono sprofondati. Ma come? Come? Lo lasciamo qua? No, no, ha solo bisogno di un aiutino, ancora un po. La presenza di due non dottori deve aver fatto perdere un po di razionalità ai due medici che hanno deciso di portare il bimbo all’ospedale di Kitgum, fondato da Padri Comboniani dove c’e’ una macchina per l’ossigeno. Dopo un cammino infinito pieno di buche e frenate improvvise sul poderoso landcruiser, arriviamo. La povera mamma disorientata, accenna un sorriso ma riesce solo a sdraiarsi. Ilaria continua a pompare ritmicamente aria dentro al cucciolo, il tempo passa. Si fa sera e non c’e’ niente da fare. Cerchiamo di farlo piangere perché spalanchi questi benedetti polmoni ma ogni volta esce solo un piccolo lamento. Io non ci credo che non voglia vivere, lo pizzico lo massaggio mi viene da piangere e lo incoraggio; dai che stavolta ti prendi dentro tutta l aria che c’e’. I tentativi di pianto si fermano puntualmente dopo il quarto o il quinto gemito, nonostante il fastidio che cerchiamo di provocargli per farlo continuare.
Siamo tutti mortificati e alla fine capisco il mio atteggiamento inopportuno, in un contesto dove ogni giorno quei drammi accadono e sono inevitabilmente accettati. Nonostante tutto la infermiera e’ molto comprensiva con chi vive questa sensazione di ostinata impotenza per la prima volta. Ora pero’, dice che ormai non resta che battezzarlo. Chiama la madre. Io mi nascondo gli occhi, mi sembra un funerale. Chiedono il nome del piccolo e la madre dice Goroum, ma l’infermiera insiste per un nome cristiano. Dopo aver espresso il mio dissenso per questa necessita’, lascio perdere e istintivamente dico Luca, non so perché ma ce lo avevo in testa. La mamma, giustamente, vuole anche chiamarlo come Ilaria che pazientemente ha gonfiato i suoi capricciosi polmoni per ore. Così sarà Ilario Luca Goroum. Tutti aspettano che qualcuno cominci la cerimonia, nessuno si fa avanti… la infermiera con sicurezza e grande raccoglimento prende in mando la situazione. Iniziamo a pregare, non mi era mai capitato di sentire la necessita di intensificare la mia preghiera avvertendo il tempo così impietosamente pressante. L’acqua cade sulla fronte di Ilario poi sul rosso pavimento dell’ospedale. A me sembra che la pancia si muova, non dico niente sicuro di immaginarmi tutto. Fausto dice lo stesso, allora ci credo ed effettivamente piano piano muove quel suo piccolo pancino respirando!!! Sono felicissimo l’ indomani quando dopo messa vado a vedere come sta, e’ vivo, vivo vivo! Lo sapevo. Non avrà vita facile, anzi altre complicazioni appaiono sul suo futuro… credo, spero che ora non soffra piu’.
L’antipasto di routine qui e’ durato poco, il lunedì’ spavaldo mi presento al team del progetto per cui lavoro. Sorridente, entusiasta, vengo un po’ smorzato dall’iniziale timidezza locale che scambio per mancanza di confidenza. Federico, Program Manager a cui faccio da assistente e’ venuto da Gulu (cittadina piu’ grande a due ore di jeep da qui) per farmi l’ultimo briefing pratico prima di cominciare. Molto rapido e comprensivo nei confronti delle mie domande mi rassicura che facendo le cose tutto sarà piu chiaro. Familiarizzo con le responsabilità, la gestione dei soldi, la firma delle autorizzazioni di ferie al mio staff, i moduli per gli ordini interni e quelli esterni per cui bisogna indire una gara… bla bla bla. Cose da vecchi burocrati penso io, pero sotto sotto mi sento emozionato quando c’e’ bisogno di una mia firma per far partire un pagamento ai beneficiari o agli insegnanti durante i training che organizziamo.
Infatti la bellezza di questo progetto sta nel fornire ai beneficiari una dose minima di conoscenza per gestire il prestito a fondo perduto che gli viene concesso. Li assistiamo nel fare un business plan, una indagine di mercato, fare conoscere la propria attivita’ e tenerne i conti! E’ incredibile come la maggior parte delle persone nonostante avessero ricevuto il denaro non lo hanno ne’ investito ne’ speso fino alla loro partecipazione in questi corsi di formazione. Il secondo training, ancora piu interessante, a mio avviso, e’ quello sulle dinamiche di gruppo. Come formare un consorzio di piccoli imprenditori, unire le proprie forze e la diversità dei propri talenti per raggiungere risultati ancora migliori. Io ho delle riserve per quanto riguarda i prestiti a fondo perduto ma… il donatore ha un interesse accademico in questo esperimento. Molte volte, bisogna accettare dei compromessi piccoli o grandi per realizzare qualcosa e fare qualche concreto passo in avanti.
A parte il giorno a settimana che spendo in ufficio per organizzare tutto il meccanismo, per il resto sono sempre in giro sballonzolando sull’inarrestabile land cruiser in compagnia del mio autista Andrew Kagwa grande maestro di acholi e infiammato opinionista storico e politico. Poveraccio, raccoglie risultati molto scarsi con me, perché in parole altrui, non mi leverò mai questo buffo accento esotico. Quindi all’arrivo di queste lunghe cavalcate sulle strade rosse, ci sono sempre una mezza dozzina di beneficiari da visitare. Spesso anche a bordo di una fatiscente Yamaha 150, con un Field Officer che traduce e compila un questionario, vado di capanna in capanna. Le case sono davvero tutte uguali: rotonde fatte con mattoni di terra cotta, fango secco e paglia sul tetto. L’ingresso e’ sempre molto basso e puntualmente mi riempio la testa di paglia nell’entrare. Solitamente dentro ci vive tutta la famiglia (a meno che i figli non siano gia’ grandi) pertanto si trova un materasso, qualche pentola e i differenti attrezzi del mestiere o gli articoli immagazzinati e in attesa di essere venduti. Mi stupisco sempre della pulizia e della durezza del pavimento, nonostante sia fatto della stessa terra che c’e’ fuori, mischiata con un po’ di sterco di vacca. Normalmente i fornelli consistono in un buco, nel detto pavimento, adiacente alla parete dove vengono depositate delle braci per la cottura. Una piccola finestrella svolge la funzione di cappa. A volte si trovano due capanne per famiglia, una cucina e una camera da letto.
Puntualmente nei villaggi vengo accolto con un po’ di sorpresa e con grandi sorrisi da queste persone che hanno un modo bellissimo per mostrare rispetto nell presentazioni. Essi infatti, sostengono il polso della mano che tendono per salutare con l’altra mano, così da mostrare la loro totale attenzione per il nuovo arrivato. Tutt’altro che vigorosa la stretta di mano e’ gentile e quasi timida direi, piuttosto in contrasto con la mole solitamente grande di queste persone. Anche nella lingua vi sono sufficienti indizi riguardo alla cordialità’ Acholi. Piacere di conoscerti si dice Apwoyo Neni, che letteralmente significa grazie di essere venuto. Bentornato: Apwoyo dwogo, grazie per essere tornato. Perfino i semplici saluti si fanno con un grazie. E poi questo popolo si dispiace per tutto. Si chiede scusa in ogni occasione sgradevole per l’interlocutore. Se inciampi, scusa, se ti cade la penna, scusa, se ti macchi mentre mangi, scusa… può essere imbarazzante, tuttavia queste peculiarità mi affascinano. Anche se spesso questa estrema cordialità si trasforma poi in una timida insofferenza nei confronti dei propri doveri.
Un’insofferenza di tutto il clan, in cui si genera invidia per il duro lavoro dei piu’ motivati a migliorarsi. E spesso quella volontà di saltare in avanti viene assorbita e quasi annullata da tutto il clan che miope resta vincolato ad una visione di sussistenza. Visione probabilmente causata da troppi anni di incertezza e da una guerra che ha reso quotidiane atrocità’ indicibili: mutilazione di arti e connotati, infanticidi coatti e in breve furti di ogni positivo sentimento umano.
Questa cultura non ha mai conosciuto la scrittura fino all’arrivo degli inglesi. A volte speculo sulle condizioni radicalmente differenti che portano le genti a svilupparsi su sentieri e con tempi diversissimi. Durante questi monologhi interiori, mi faccio domande sulle tradizioni locali che non inizio a raccontare perché abbisognerebbero di troppe spazio. Rimugino anche riguardo l’origine di alcune parole che mi sembrano troppo inglesi. Scoprendo semplicemente che concetti come bagno, libro o ritardo non esistevano come li abbiamo sempre intesi in Europa. Quindi visto che le latrine venivano fatte scavare BY LAW (per legge) oggi le latrine si chiamano bylaw nella lingua locale. Il libri non esistevano e quindi libro si dice BUK (da book). Infine il ritardo che molto probabilmente non era qualcosa di possibile in un luogo dove il tempo era scandito solo dal sole e’ stato chiamato LATE esattamente come in inglese!
Questi pensieri mi chiamano alla memoria alcune domande sul tipo di sviluppo, sulla sua necessita’ e soprattutto sui suoi approcci. Da questo lato della barricata sono leggermente piu’ sereno di fronte a questi interrogativi, perché vedo che (per lo meno in questa ONG) non c’e’ programma che non venga avviato senza la presenza di una domanda, di una richiesta piu’ o meno consapevole dell’altra parte. Questo e’ l’unica via possibile per uno sviluppo che deve cercare di scrollarsi sempre di piu’ la parola aiuto di dosso e spostarsi verso parole piu’ paritarie e reciproche se non addirittura verso rapporti di semplice utilità produttiva. Penso che solamente dove questa volontà esiste, i semi potranno generare alberi robusti e longevi al posto di piccoli fiorellini nel deserto.
Per quanto riguarda le domeniche, passano velocissime come tutti gli altri giorni. A Kitgum non esiste quasi nessuna iniziativa o attivita’ urbana. Con la sana eccezione di una buona birra fresca! Eppure per chi non riesce a non avere mille idea di cose da fare questo e’ un paradiso, perché c’e’ tempo per fare tutto quello che ti viene in mente. E così prendo la bici solo o in compagnia e pedalo sulla polvere rossa verso nord o verso ovest. Circondato da una verde e bellissima savana, sotto un cielo che si unisce con un orizzonte così lontano da confondercisi. Incrociando gli occhi stupiti di vecchi e bimbi, alzo la mano e saluto ringraziando. A volte raggiungo la destinazione, altre mi lascio trascinare da un gruppo di ragazzi locali che mi invitano a giocare a calcio. Qui chi conosce le mie doti calcistiche si farà qualche risata, visto che poco prima di schiattare sotto questo sole cocente ho segnato un onestamente bel goal. Così nonostante sia stato tacciato piu’ volte di gioco violento, questo branco di giovincelli dalle gambe lunghe e i piedi scalzi mi ha chiesto di diventare il loro coach… divertito mi sono goduto un po’ il ruolo. Insieme a tante belle risate durante dei genuini confronti tra culture che solo l’estrema equità dello sport riesce a generare.
Altre domenica si organizza una passeggiatina con le famiglie di espatriati verso le belle montagnette locali. Certo di sentieri non ce ne sono, anche perché i locali, sfortunatamente, non vedono alcuna ragione per salire in cima ad una montagna, e quindi la cima rimane lontana. Pero’ e’ in programma un raid congiunto con il Premanese (senza bimbi) per aprire un sentiero nella selva verso la cima del bel monte Oghili. In ogni caso, guardare la savana dall’ alto da’ i brividi de e’ un po’ come sentirsi sulla rupe dei re nel Re Leone.
Parlando di Re Leone, i miei desideri di bambino riguardo animali lontani si sono improvvisamente realizzati due settimane fa al parco delle Marchison Falls. Con tre ottimi compagni di viaggio ci addentriamo ansiosi tra le strade sterrate del parco. Monica e’ la ragazza grazie a cui sono andato a Calcutta e sorprendentemente l’ho ritrovata qui in Acholi Land grazie ad Ilaria, una simpatica aspirante anestesista incontrata nell’ ospedale di Kitgum. L’ultimo compagno di viaggio si chiama Eric, veterano della cooperazione e per fortuna alpinista incallito. Viste le affinità’ e l’avviata convivenza in tenda, speriamo di poter organizzare presto delle belle ascese. Nonostante i suoi trenta e rotti anni, conserva uno stupore carico di entusiasmo di fronte ad ogni animale.
Le nobili antilopi saltellanti per ogni dove vicino e lontano si intrecciano con le bellissime giraffe che con aria da top model si muovono lente anche quando corrono sembrando essere sempre al rallentatore ma impeccabilmente sincronizzate tra di loro. Poi ci sono gli ippopotami, esseri enormi che traggono in inganno con il loro aspetto pacifico, dando indizio della loro pericolosità quando sbadigliano mostrando denti che arrivano fino a 40 cm di lunghezza e che non esitano ad usare se qualcuno si trova sul loro cammino tra pascolo e acqua. Infatti gli Hyppos sono gli animali che fanno piu’ morti umani all’anno.
Ogni nuovo avvistamento e’ un batticuore di incredulità di fronte a ciò che non avevo mai visto con i miei occhi. Negli spazi interminabili del parco, sua enormità l’elefante si muovo elegantemente muovendo quelle enormi orecchie che lo distinguono dal suo cugino indiano e che lo rendono piu’ bello nonché indomabilmente selvaggio. Poi coccodrilli e avvoltoi che non si risparmiano di approfittare delle carcasse in maniera davvero poco nobile, nutrendosi da qualsiasi parte la carne sia piu tenera. E infine il re della savana, il Leone, ritratto della sicurezza e della pigrizia si gode sbadigliando con sguardo severo un ambiente in cui non teme nessuno.
Resto incantato di fronte alla bellezza ed alla varietà delle creature esistenti in natura. Insetti che sembrano tronchetti d’albero, buffi facoceri col codino spelacchiato all’ insu’, sicuramente usciti da un cartone animato con la loro famigliola in scala decrescente e in fila indiana. Tutte queste infinta’ di forme di vita producono una melodia e un ritmo speciale, i quali si coordinano spontaneamente in un orchestra con un maestro molto speciale. Con questa musica mi addormento sotto le stelle dei due emisferi accanto alle braci ardenti. Il Nilo e’ il direttore d’orchestra con la sua poderosa massa d’acqua che a pochi metri da me viene ammaestrata a forza dalle enormi rocce che costringono un fiume leggendario a restringersi in soli cinque metri di larghezza. Un impeto che lascia solo immaginare la profondità di quelle pareti così apparentemente indisturbate. Uno spettacolo sublime direbbero i romantici, che mi fa sentire l’onnipotenza della natura di fronte alla quale riconosco la mia piccolezza.
Ancora tante immagini mi scorrono dentro, ma devo terminare questa lettera gia’ troppo carica. Dalla mia casetta guardo fuori in attesa di vedere spuntare i girasoli che ho piantato qualche giorno fa, penso a tutti voi sparsi per il mondo. Aspetto vostre notizie e perché no una vostra visita.
La disavventura aeroportuale con le sue dieci ore di ritardo, si è rivelata una piacevole occasione per leggere e rilassarsi e soprattutto godersi una bellissima stanza d albergo a Guatemala City con tanto di lussureggianti banchetti esotici. Finalmente dopo due giorni di viaggio sono riuscito a raggiungere la Ceci nel piccolo paesino guatemalteco da dove sto scrivendo ora: Poptun. In questa oasi di pace ho scoperto la destinazione principale del nostro futuro peregrinare centro americano: Cuba!!!!
A dire il vero già ci speravo, dopo aver fantasticato insieme su quell’isola così speciale, Cecilia avrebbe potuto avere la brillante idea di andarci… nonostante non mi volessi illudere troppo, così è stato!
Una notte di riposo era quello che ci voleva per il mio stomaco abusato dai kili e kili di soffici bistecche al sangue, che ricordano vagamente lo nostre fantastiche fiorentine, sui cui mi ero abbuffato fino a quel momento. All’alba delle 5 del pomeriggio siamo pronti a partire più emozionati che mai ricordandoci in continuazione (quasi non ci credessimo) che stavamo andando a Cuba, senza contare i due paesi che avremmo attraversato per raggiungere l aeroporto da cui partiva il volo per La Habana.
Guatemala>Belize
La prima tappa è stata Flores: una piccola isoletta su di un lago poco più grande di lei, scalo favorito delle truppe di turisti bramose di vedere l’alba sulle leggendarie piramidi Maya di Tikal. Di lì con una sana mattinata sopra un piccolo bus arriviamo a Belize city. Il panorama cambia poco dal punto di vista naturalistico, in compenso gli uomini cambiano tutti radicalmente di colore e lingua!!! Nessuno parla più spagnolo, solo un divertente inglese afroamericano che più coatto non si può. Non ci soffermiamo molto in quella che supponevo la capitale del Belize (in realtà Belmopan), principalmente per la mancanza di tempo,benché le popolazione locale sembra essere abbastanza colorita. Prendiamo una lancia per l’isoletta caraibica di Caye Caulker dove passiamo un natale tranquillo e soleggiassimo, con l’eccezione del giorno in cui avevamo programmato di recarci sulla seconda barriera corallina più lunga del mondo, la cui imponenza faceva sembrare il mare a 3 metri dalla nostra capannina tranquillo come un lago. Ad ogni modo, le nuvole non ci hanno impedito di stupefarci di fronte ai miracoli di forme e colori che abbiamo trovato nell acqua più cristallina che abbia mai incontrato.
Razze enormi ci hanno accolto accarezzandoci con le loro enormi ali, lasciandoci sperimentare la loro pellaccia dura e visciuduzza e lanciandoci sguardi incuriositi e un po sospettosi con i loro occhi grandi e giallognoli…molto umani. Invece i miei di occhi si ingrandivano sempre più mentre passeggiavamo tra barracuda e pesci di ogni forma e colore mi sentivo io stesso uno di loro con le mie pinne poderose… sembrava di stare dentro alla Sirenetta o Alla ricerca di nemo. Le mie parole non renderebbero merito ai coralli che erano dei veri quadri di arte moderna alcuni dei quali mi ricordavano i dipinti di Keith Haring. A malincuore mi sono dovuto separare da questo mondo tutto da scoprire perché il sole ormai si stava per ributtare al di la del mare.
Per qualche ora ci godiamo le amache da campeggio tra le rigogliose palme a ridosso del mare, e ripartiamo alla volta del Messico. L autista del bus dopo averci dato istruzioni per ritrovarci al di la del confine, ci abbandona a tradimento. Fortunatamente avevamo conosciuto una simpatica coppietta di soldati inglesi di stanza in Belize per preparare le truppe in partenza per l’Afganistan che ci hanno aiutato in quella situazione che loro avevano gia sperimentato varie volte. Trovo interessante come ogni volta che conosco un soldato, quando mi ci ritrovo a chiacchierare, si rivela sempre più vicino al contrario del pregiudizio che mi ero creato in testa su di lui. Persone buone e generose, che si guadagnano da vivere come possono e senza troppe domande.
Messico
Le spiagge di Tulum sono spettacolari, lunghissime e immacolate. Le rovine maya rendono lo scalo ancora piu interessante, tentando di illuminarci su una cultura così misteriosa e intrigante. Non voglio spendere altre parole perché non resisto all’idea di parlare dell’Habana.
A Cancun ci aspetta un volo della compagnia di bandiera dal fantasioso nome Cubana. Nei miei voli latini mi ero gia abituato ai passeggeri cubani, quindi il loro comportamento rumoroso e goliardico mentre agitavano enormi orologi d oro, non mi chiamava molto l’attenzione, solo sghignazzavo sulle loro battute spesso irresistibilmente volgari. Un dettaglio mi ha incuriosito: l’assenza di Coca-Cola, sprite e affini tra i rinfreschi distribuiti durante il volo. O meglio, queste bevande c’erano ma etichettate Ciego Montero marca di bevande del governo cubano.
Cuba
Atterrati, gia le divise degli addetti alla sicurezza aeroportuale mostrano che c’è qualcosa di diverso nel paese. I colori sono un po smorti, verdone annacquato o beigiolino, mi sembra di stare nei film a colori sbiaditi tipo i polizziotteschi milanesi degli anni 70 (Milano odia la polizia non può sparare). Ci facciamo indicare Il bancomat che non solo si rifiuta di darmi soldi ma mi fa anche sudare freddo per cinque minuti in cui non mi voleva ridare la carta. Ceci, grazie alle sue spiccate logistic skills, ha la geniale intuizione di schiacciare cancel… e di andare allo sportello cambi per comprare valuta con la carta di credito. Fossi stato solo avrei chiesto l’elemosina.
Cuba da 7 anni ha due differenti monete: la sua nazionale e i pesos convertibili o CUC. La cosa mi ha causato qualche grattacapo prima di comprenderla. La versione ufficiale è che furono creati i CUC (che valgono 25 volte la moneta nazionale) per evitare in primis di usare il demoniaco dollaro (sporco agente dell imperialismo americano) nelle relazioni commerciali con l’estero e in secundis per isolare dall inflazione la valuta dei cubani. In un paese comunista infatti non ci dovrebbe essere inflazione visto che i prezzi sono tutti fissati dallo stato e i salari vengono elargiti dallo stesso. Purtroppo quello che viene importato e invece soggetto ad aumento dei prezzi, significando per lo stato un continua perdita di potere d acquisto e di conseguenza una continua diminuzione nella quantità di beni importati. Soprattutto considerando che le esportazioni cubane (Sigari e Ron) sono molto, molto inferiori alle sue importazioni.
Morale della favola. Il cubano trova a prezzi contenuti tutto ciò che si produce a Cuba e se a questo si limitassero i suoi bisogni sarebbero tutti (quasi) contenti. Purtroppo molte cose non si producono nel paese (come i pannolini) e il cubano non ha altra scelta che ingegnarsi per accaparrarsi i preziosi CUC per cui i turisti sono una miniera preziosa. Il salario mensile cubano`è infatti di 250 pesos nazionali o 10 CUC=11U$D. Una lattina di birra costa 1 CUC. Di conseguenza il cubano che vive secondo il regime NON beve birra. Al massimo Rum che fa parte della dieta nazionale, distribuita dallo stato, con un libricino simile a quello usato in Italia per il razionamento alimentare durante il fascismo.
Dall aeroporto non esistono Bus pubblici. Chi va in aeroporto se nessuno può uscire dal paese? Quindi Taxi, il prezzo me lo dicono in anticipo 25 CUC. Incredulo dico, dai Hermano non mi prendere in giro, ti do 15. Ovviamente non avevo capito la situazione. Il tassista mi dice che non può, l auto non è sua! Chiama il suo superiore che mi dice i prezzi sono fissi non li faccio io è lo stato. Allora io cado nel tranello della mala fede e non gli credo. Lui si altera un poco e mi dice che devo fidarmi di un funzionario Pubblico. Non voglio litigare appena arrivato… scoprirò poi che quello era proprio il prezzo fissato dal governo rivoluzionario della repubblica di cuba. Mortacci!
La Habana è strabordante di stranieri, gli hotel sono troppo cari, gli ostelli tutti pieni e le case familiari che ospitano turisti.. niente da fare. Condividiamo questa situazione con una coppia di americani, anche loro viaggiatori spensierati dell ultimo minuto. Così di fronte alla porta chiusa di un ostello in ristrutturazione, incontriamo un ragazzo ospitato da un signore cubano che ci offre aiuto. Forse il suo padrone di casa ci troverà una famiglia. Si, magari! La Habana è completamente FULL. Così a costo di una multa stratosferica il signore gentilmente ci accomoda nel suo salotto, con un comodo materassino sotto due finestrone che danno sulla calle Cuba.
L indomani conosciamo una signora chiamata Raiza che ci vuole fare stare dalla sorella appena fuori la capitale… casa bellissima ma noi a costo di stare per terra, con i pochi giorni che abbiamo vogliamo stare nella parte vecchia della citta. Convinciamo Raiza a farci stare a casa della suocera. Dobbiamo solo essere molto discreti nell entrare e uscire perché senza licenza per ospitare stranieri… sono 60 CUC di multa che corrispondono alla rovina. La casa è antica e abbastanza umile, con i soffitti altissimi, nel giardino allevano piccioni che vendono agli stregoni per fare il malocchio e cosa piu importante, sono tutti dei gran chiacchieroni. Genitori pro regime e figli contrari, non potevamo chiedere di piu per scoprire quello che eravamo venuti a conoscere: la rivoluzione comunista.
Come promesso per farci ospitare, usciamo subito di casa per non attirare troppo l’attenzione della polizia. Se le strade sono lo specchio di un paese, Cuba è un luogo affascinante e decadente. Ricco di odori e rumori di ogni tipo come le poliedriche personalità dei suoi abitanti che si rispecchiano nelle infinite tonalità della loro pelle. I gesti e il comportamento delle persone sono caldi, energici, sereni… felici. Le case in compenso, nonostante le gloriose architetture coloniali portano i segni del tempo, l’intonaco è ormai svanito per lasciare un colore che appannato fa assomigliare tutte le pareti le une alle altre. In questo sembra che la rivoluzione abbia rispettato le sue promesse. Le cose che importano nella vita rivoluzionata non sono COSE sono IDEE, pensieri, sentimenti. Uguaglianza prima di tutto, infatti le condizioni di vita delle persone si assomigliano tutte (o quasi) come i muri dove vivono.
Dopo i primi passi un ciccione su un bicitaxi si sporge quasi sapesse che eravamo appena arrivati e con accento caraibico e cadenza napoletano ci dice sonoramente con un sorriso: ¡¡Viva il ComuniMMo!!
È l’ultimo dell’anno ci sono mille cenoni diversi e party in città ma tutti pieni zeppi di stranieri. Dopo aver camminato tutto il giorno torniamo a casa accogliendo l’invito a cenare con la nostra gentile famigliola! Mentre tutti si docciano e la preziosa zampa di porco cucina, io intercetto Nicolas, compagno attuale della padrona di casa. I matrimoni sono rari a Cuba, costano troppo. Per cui ci si chiama fidanzati fino al primo rapporto sessuale dopo di che si é già mariti… altre donne invece mi diceva Raiza preferiscono non sposarsi per non fare credere al marito che possa fare qualsiasi cosa.
Tornando a Nicolas: è un uomo di colore sulla sessantina, col viso simpatico che sorride anche quando é serio e gli occhi dolci di un nonno che si prende cura del suo birichino nipotino acquisito. Per tutta la vita é stato marinaio ed é ora comandate di un manovratore. Lui con tutta la sincerità che mostra nei suoi occhi profondi e brillanti crede nella rivoluzione, nel comunismo, nell uguaglianza degli uomini e nel duro lavoro che nobilita l’uomo. Era la persona che stavo cercando. Non c’é domanda a cui non mi abbia risposto con entusiasmo, desideroso di farmi capire e a volte di convincermi della trivialità delle mie critiche. Tutto ha una spiegazione per quelle che hai miei occhi sono i punti deboli del sistema. Tra una risposta e `l’altra mi parla dei suoi viaggi di lavoro nell Unione Sovietica, nella Romania di Timushenku e nelle due Germanie.
-Tutti mangiano a Cuba mi dice lui, nonostante sua genera mi abbia appena finito di spiegare che il cibo distribuito mensilmente, basta appena per una settimana.
-Gli dico che mi sembra che la rivoluzione di cui si continua a parlare, si regga sui soldi del sistema che demonizza. Sulle rimesse degli emigrati e sui soldi dei turisti che vengono spennati con prezzi doppi o tripli rispetto ai vicini non comunisti sud americani. La sua risposta é semplice. I turisti vogliono cose che a Cuba non si producono, i prezzi di conseguenza sono occidentali. Le rimesse servono solo ad alimentare consumi che le famiglie cubane non necessitano (elettrodomestici, vestiti alla moda…)
-Cosa ci fa la gente per strada a chiedere l’elemosina? Gli fa comodo mi risponde lui, guadagna di piu mostrando una miseria esasperata. E guardandomi con grandissimo orgoglio, serenamente mi dice: Gabriele, in Cuba c’é sempre qualcuno che ti tende una mano. Non può mancare il lavoro a nessuno perché lo stato dá lavoro a chiunque lo chieda.
Parlando con Nicolas e visitando la città mi rendo conto dei miracoli della rivoluzione del 59. Cuba è un luogo dove le idee hanno trovato il coraggio di prendere forma e diventare tangibili! Nel giro di 15 anni, la popolazione intera venne alfabetizzata, il diritto alle cure mediche era diventato realmente universale, tutti avevano un tetto sotto cui stare perché le case vennero ripartite dallo stato, ovviamente qualcuno le aveva perse… Il lavoro allo stesso modo era una garanzia basata sui propri risultati scolastici (o le proprie amicizie importanti…) Cuba senza il comunismo non avrebbe mai raggiunto quei risultati in così poco tempo…sarebbe un popolo come molti nel mondo schiavo delle terribili catene dell ignoranza … ma a che prezzo?
Oggi giorno tutti i 4 miracoli menzionati sopra esistono ancora. Però queste libertà Cuba le sta pagando care. La rivoluzione si é addormentata da diverso tempo e invecchiata e immobile. Il puro assistenzialismo dello Stato assassina ogni tipo di incentivo umano alla creatività, a credere nelle proprie potenzialità per dare il proprio contributo al mondo. L’iniziativa privata é quasi impossibile da realizzare, persino le licenze per guidare i bici taxi non vengono più emesse da tempo così che il figliastro di Nicolas é costretto a lavorare trasportando clienti con il patema d’animo che la polizia gli possa sequestrare il proprio mezzo di lavoro. Come può essere?
Siamo capitati nei giorni del 51 anniversario della rivoluzione, gli unici cartelli pubblicitari in città inneggiano alla difesa del comunismo e all unione dei cittadini per vincere l imperialismo capitalista. A me sembra che non ci sia più nessuna rivoluzione in atto, tutto é immobile e la gente ha così paura di essere definita controrivoluzionaria che difficilmente cambierà presto la situazione.
Ci vorrebbe un altra rivoluzione. Nuova e piena di forza, di vita, di gioventù. Una rivoluzione che orgogliosa delle conquiste di quella che l’ha preceduta, si apra al mondo esterno per ricevere quello che di buono abbiamo sviluppato noi: la fiducia nell potenzialità e nella miracolosa creatività degli uomini. La rivoluzione dopo aver vinto il tiranno, si é sostituita al suo posto senza nemmeno rendersene conto. La fattoria degli animali é una storia che si ripete sempre.
Un regime così forte con le sue restrizioni spegne i sentimenti di solidarietà, cooperazione e altruismo che le persone hanno per natura. I cubani vivono di mille commissioni che chiedono ai vicini di casa per qualsiasi favore. Le gente si dimentica di mettersi nei panni altrui perché pensa che avendo dato così tanto allo stato per cui si lavora una vita a 10 dollari al mese… ha gia pagato il suo debito verso la comunità, é quindi lo stato che si suppone dovrebbe prendersi cura di tutti. Dal momento che questo in realtà non accade si sviluppa uno strano senso di egoismo in quello che dovrebbe essere il popolo meno individualista del mondo. Ognuno cerca di far sopravvivere il proprio orticello.
La nuova rivoluzione deve credere negli uomini, si nella spontaneamente ricca comunione di individui, e non nelle istituzioni che sono solo una lente amplificatrice delle debolezze umane.
La Habana é una città intrigante che si può vedere in una settimana ma non assaporare. Il delizioso Rum non é che la superficie di un sapore che sono sicuro abbia molti più aspetti. Mi ricorda Calcutta per i sontuosi palazzi imperiali che cadono in ginocchio di fronte al tempo e quel desiderio di conoscenza più profonda che ti fa partire insoddisfatto.
La prima cena a cuba, un cameriere mi aveva dato un antipasto sulle ipocrisie del sistema. Lui era ricercatore oncologo, però aveva dovuto lasciare il suo lavoro per riuscire a dare da mangiare alla propria famiglia dato che con le mance guadagna varie volte quello che guadagnava prima aveva iniziato a servire ai tavoli di un noto ristorante di fronte all ex parlamento cubano (che ora é un museo!!)
Bhe lui mi disse che se ero venuto per capire la rivoluzione e Cuba, me ne sarei andato deluso. Lui in quarant’anni aveva conosciuto molto ma non riusciva ancora a capire… e aveva ragione.
Abbiamo goduto del sinuoso Jazz cubano, dei suoi Daiquiri e Mojiti per i primi tre giorni dell’anno, a malincuore il 4 gennaio ci siamo imbarcati sull’aereo di ritorno, con la certezza di dover ritornare per conoscere di piu questa intrigante isola.
Probabilmente non mi sono ancora abbastanza integrato nei costumi e nella cultura lavorativa sudamericana, perché non riesco a capire come, per una persona che si sente male su un aereo completamente imbarcato, si debba cancellare il volo intero. Pertanto, bloccato nella bella e tranquilla città di Quito, faccio buon viso a cattivo gioco e colgo le 10 ore di attesa per scrivere questa mail di aggiornamento e auguri.
Da due settimane ho finito tutti i miei esami a Bogotá e ho iniziato il mio lungo e bellissimo viaggio. Lasciare la Colombia è stato duro, come ogni addio a una città che ormai ti è entrata nel cuore. Ho salutato le sue stradine, i suoi panettieri, i grattacieli, le feste e i teatri… i più difficili da salutare sono stati gli amici, ovviamente. Loro che hanno reso l’università e la città così speciali. Ho lasciato tutti sperando di poter tornare per fare la mia tesi con il professore di cui ho già ampiamente parlato. Per investigare, con quei giochi economici descritti nella prima mail, se la fiducia si può o non si può ristabilire in una comunità rurale nel medio termine con uno strumento come il teatro comunitario. Argomento abbastanza rilevante in un paese il cui capitale sociale si è così tanto deteriorato nel tempo a causa della violenza tra guerriglia, sequestri e paramilitari… sponsorizzare i detti giochi di fiducia costerebbe qualche soldino… Mi auguro di trovare qualcuno a cui piaccia tanto il tema che mi dia l’opportunità di chiudere in bellezza la mia carriera universitaria. Il prof. dice che per queste cose i fondi si trovano sempre… a ver.
Questo viaggio è iniziato con il compagno di cordata andino Damian. Nella testa e nel cuore i vulcani ecuadoriani… ci facevano dimenticare la tristezza degli addii colombiani. La prima tappa fu Cali, dove pensavamo di riscaldare un po’ i muscoli delle gambe mettendoci alla prova nella capitale della salsa. La città si è rivelata un po’ vuota a causa della gran festa passata la notte precedente. Ciò nonostante Cali vive per fare festa e qualunque cittadino potrebbe scrivere un dottorato sulle caratteristiche e le dinamiche dei locali caleñi. Fu così che, benedetti dal destino che ci fa incontrare nell’ostello un amico venezuelano, ci diamo al trago (un liquore locale chiamato aguardiente, dal sapore di anice e completamente disgustoso). Alla seconda bottiglia ci rendiamo conto della molestia procurata agli altri ospiti e ci lanciamo alla ricerca di piste da ballo dove sfoggiare i nostri passi elementari.
Presto fatto: con poca grazia e meno equilibrio calchiamo fino all’alba le piste da ballo fino a che, addormentandoci come tre fratellini sulle spalle altrui, un taxi ci riporta a casa. La padrona dell’ostello, comprensiva come una mamma, ci prende un po’ in giro e, al nostro terribile risveglio dall’oltretomba, ci cucina un po’ di intrugli locali per purificare i corpi intossicati.
Il giorno vola combattendo il guayabo (postumi da sbornia) e ci concediamo solo lo sforzo intellettuale di visitare una interessantissima esposizione sul genio di da Vinci. Già si è fatta l’ora di salutare le amicizie legate tanto facilmente e il taxista, imprecatore politico, ci scorrazza fino al terminal dei bus. Diretti alla frontiera, il cuore batte forte all’idea delle alture che ci aspettano.
In solo 16 ore cambiamo 1 bus, 2 taxi, qualche passo a piedi tra le frontiere e infine un ultimo bus. Arriviamo a Quito; subito ci rendiamo conto dell’immensa differenza con Bogotà. La capitale dell’Ecuador è mooolto più tranquilla, rilassata e lo stile architettonico… c’è chi si azzarda a definirla la Firenze del Sud America… (quasi, sia per la storia che per le ottime bistecche con cui mi sono rimpinzato).
Le cose scorrono veloci; noleggiamo le corde e gli imbraghi e ci muoviamo orgogliosamente timorosi tra le strade della nuova Quito. Via verso la prima tappa: il Cotopaxi… un gigante di 5897m. Con Damian, al vedere questo cono perfetto che spunta tra le Ande… aumenta il timore per aver portato con noi due amici un po’ bonaccioni che hanno visto poca montagna. Invece…
L’11-12 mi sveglio alle ore 11pm in un rifugio a 4800m sulle sublimi pendici del Cotopaxi, con me tre compagni di cordata: lo storico Damian e due cari amici, Simon e Andreas. Con Damian condivido un po’ di paura per il gigante che ci aspetta, la notte, il vento, il freddo, i crepacci e soprattutto un po’ di responsabilità per gli altri due… che le guide che accompagnano i vari clienti non vedono di buon occhio, forse perché avrebbero voluto guadagnarci qualcosina (this is another story). A mezzanotte in punto usciamo dal rifugio, bardati come cavalieri… orgogliosi, che nascondono un po’ di timore… ci accodiamo a una cordata per acclimatarci, godiamo del suo lento ritmo, il quadro è tra i più belli che io abbia mai visto. Il vento soffia neve minuscola nell’aria che si scontra con la luce delle mie lanterne, il cielo ci canta cose stupende con stelle nitide moltissime delle quali cadenti… incredibile.
Alle 5 del mattino sorge la luna e si pone sulla cumbre del vulcano imponente, confermando il suo nome che significa collo di luna. Andreas è stremato, ha freddo e si trascina, al momento l’unica cosa da fare mi sembra continuare e lui non ha nessuna intenzione di arrendersi; siamo improvvisamente la prima cordata; chiedo a Damian di precederci per battere un po’ di neve così da favorire la salita di Andreas. Alle 5:45 arriviamo ad una specie di anticima, la luce cambia e io già mi sento strano tanta emozione ho in testa e per tutto il corpo. Ci riuniamo con tre cordate che apparentemente conoscono la via per la cima (un po’ confusa da quella posizione). Ci uniamo, so che manca poco ma la mia corda è sempre tesa con Andreas che barcolla di qua e di là. Ore 6 del mattino. Sembrerò un po’ matto ma con le lacrime agli occhi dalla gioia mettiamo piede sulla cima di un cono perfetto a 5897mslm. Mi trovo davanti a qualcosa di troppo bello, una distesa di montagne molto più basse di noi, alcune coperte da un morbido mare di nuvole… in lontananza spuntano altri giganti ecuadoriani che pazientemente ci guardano, ognuno lanciandoci un invito. A me sembra la bellezza di Dio in terra. Come ciliegina sulla torta, in questo momento il sole spunta ad oriente… senza parole. Qualche congratulazione e un palleggio con un matto di guida colombiana che voleva fare un partita internazionale in altura. Beh, la sensazione segue per vari minuti ma presto è il momento di scendere; la temperatura sale e gli enormi e spaventosamente bei crepacci perdono molto della loro forza; né noi né loro vogliamo trovarci là dentro. Godendo di nuove bellezze nascoste dalla notte, scendiamo fino al rifugio dove arriviamo alle 8 del mattino. Io e Damian siamo troppo felici per essere stanchi… ridiamo solo dei nostri sorrisi e di qualche battuta catartica dei nostri due amici felici ed esausti.
Dopo questo antipasto di alture, ci lanciamo nelle acque bollenti di baños alternate da piacevoli acque fredde…
visitiamo un po’ la città e vediamo come si può organizzare l’ascesa all’ultimo gigante desiderato, il Chimborazo.
Simon e Andreas, stremati dal primo vulcano, ci lasciano tentare soli l’ascesa al punto più lontano dal centro della terra. Incontriamo gente molto ospitale a Riobamba, la città vicina a questo vulcano. Veniamo ospitanti come re e i nostri anfitrioni ci illustrano la lunga e importante storia della loro ridente cittadina nel contesto dell’indipendenza spagnola ai tempi della GRAN Colombia. Interessatissimi… noi aspettiamo solo di partire per il rifugio Whymper ai piedi del gigante. Ci andiamo con un amico (Franklin) che lo ha tentato 200 volte, 50 delle quali è arrivato in vetta.
Incontro dei sud tirolesi molto scettici sull’ascesa: la montagna è pelata, c’è solo ghiaccio perché non piove da mesi e alla luce di un commovente tramonto si sentono cadere molte pietre. Loro non usciranno quella notte. Io, Damian e Franklin, con qualche altra cordata, ci svegliamo alle 9:45pm. Alle 10:55 siamo fuori. Il tempo e le stelle ci benedicono. Ora è tutto nelle nostre mani e questa volta si parla di una montagna vera.
Prometto di non farla troppo lunga adesso. In breve:
Ci aspettavano 1310 m di salita, però stavamo benone. A metà cammino le prime avvisaglie negative di Franklin (quello che si supponeva ci avrebbe aiutato in caso di montaggio di corde fisse). Ha un attacco di panico, cerchiamo di calmarlo… lui si calma… procediamo più lentamente. Attorno ai 6000 sento la corda che mi tira, Damien mi avvisa che il nostro amico pensa che avrà un attacco cardiaco. OTTIMO dico io. Con i piedi congelati non voglio e non mi posso fermare. Che fare? Tornare indietro? Per un attimo penso di andare avanti da solo, poi mi rendo conto della schifosità del pensiero e faccio qualche passo indietro. Ci stringiamo attorno a Franklin… lui non vuole tornare, dice di andare solo più piano. È uno studente di medicina, ha già fatto l’Aconcagua e mi dice di stare tranquillo… tra 5 minuti ripartiamo.
Erano le 4:50am, un freddo indescrivibile. Tremo e tremo, però ormai ci siamo e il sole ci riscalderà in quel pezzo di cielo.
Via si parte… come lumacuzze arriviamo a grattare la testa dell’amato gigante alle 6 del mattino. Ancora una volta in tempo per lo scoppio dell’alba. Altre lacrime, qualche abbraccio un ringraziamento. Cinque minuti di cima e di paradiso… sì, lassù solo così si può definire. E iniziamo a scendere per la paura che Frank si possa risentire male.
La discesa fu lunghissima, ma accompagnata da una vista incantata che quasi sembrava di stare in aereo. Arriviamo al rifugio verso le 10. Non ci credo ancora che ce l’abbiamo fatta. Riguardo le foto, il video che non voleva partire per il freddo… Franklin ci spiega la sua recente tragedia familiare (doppio suicidio di mamma e sorella); tutti i miei consigli si vergognano di essere usciti dalla bocca e si nascondono nel più profondo della mia testa… solo immagino quello che sente.
Scendendo in Jeep ci godiamo il calore tra lama, alpaca y vigogne… pensando di essere stati quasi in cielo, mi addormento felicissimo.
Beh ora, se non voglio perdere il mio volo per il Guatemala (dove finalmente mi aspetta la Ceci!!!! yahoo), devo smettere di scrivere. Chiedo scusa per gli errori di battitura e la scarsità di stile dovuti a fretta e poco sonno.
Faccio a tutti una quantità infinita di auguri di Buon Natale e di un felicissimo inizio d’anno nuovo. Io sarò in viaggio per il Centro America fino al 18 di gennaio. Scriverò, voi fate altrettanto.
Spero di potervi dare presto di persona gli abbracci che ora vi posso solo mandare.
Sulle note di una allegrissima canzone locale che canticchio senza ricordarmi tutte le parole, insisto sul ritornello: Ay, ay, ayyy, que bonita es esta vida…* e richiamo alla memoria i bellissimi ricordi di questi ultimi giorni tra vita di capitale e relax caraibico.
Dopo la mia recente escursione andina sono cominciati gli ultimi due corsi della mia laurea specialistica. Entrambi molto interessanti, il primo riguarda il commercio internazionale mentre il secondo si chiama Negocios Inclusivos. Tratta della necessita’ di esplorare i mercati “alla base della piramide”, quei 2/3 di mondo che in fondo le imprese non hanno mai considerato profittevole. Come coinvolgerli nei nostri mercati? Non solo come consumatori, piuttosto come membri attivi che possano beneficiare di nuovi prodotti, ma allo stesso tempo del benessere che il lavoro necessario alla loro produzione genera. Tema affascinante per gli orizzonti di sviluppo che implica, anche se ideologicamente mi fa riflettere. Quanto e’ corretto esportare il nostro modello di sviluppo tale e quale, se a noi sta creando tanti problemi di sostenibilità. Mi sistemo la coscienza convincendomi che gente con uno stile di vita così modesto, non può che migliorare e rendere più sobrio il nostro livello di consumo.
Due settimane fa e’ arrivata Cecilia che con mia infinita felicita’ sono corso a prendere in aeroporto in una bellissima alba bogotana. Con i miei tre fiorellini tra le braccia, mi faccio spazio tra i mattinieri lavoratori che si chiedono cosa ci faccio sul loro bus alle 5 del mattino. Comodamente mi faccio scaricare di fronte a El Dorado, nome romantico per un aeroporto, e trovo la Ceci che gia’ mi aspetta seduta tra pochi passeggeri accolti dalla capitale colombiana con un caldo sole che faceva capolino dai monti orientali. Eccessivamente felice mi ci vuole qualche tempo per realizzare che sia veramente arrivata, e così, via verso casina per un riposino preparatorio alle lunghe passeggiate per conoscere di nuovo le preziose semplici ricchezze del centro storico. Tra un brindisi e l’altro, in mezzo a qualche museo e le mie ordinarie lezioni arriviamo a Mercoledì quando un aereo ci aspetta per portarci al nord, sulla costa caraibica tanto ricca di aspettative.
Prima tappa Cartagena, stupenda cittadina coloniale, specialmente nel suo centro storico cinto da antiche mura che fanno correre l’immaginazione ai tempi drammatici della conquista e quelli ugualmente difficili dell’indipendenza. Mille stradine s’intrecciano e incantano con i vivaci colori delle case che le contengono. Terrazze in legno da cui scendono rigogliose piante, sullo sfondo di un cielo azzurrissimo, ci lasciamo tentare dai cento venditori ambulanti di succhi. Ognuno specializzato in un frutto, molti dei quali mai visti: e’ incredibile la sensazione di sentire sul palato un sapore così meravigliosamente nuovo che ti sorprende e ti guida a ripetere la piacevole sensazione con tutti i frutti che ci siano… e qui ce ne sono proprio tanti. Dopo aver visitato i principali tesori turistici della città muragliata, ammirando i pescatori che brulicano per sfruttare le ricchezze del mare caraibico decidiamo di fare una passeggiata fuori dei percorsi turistici per vedere qualcosa della vera Cartagena, terminando al forte San Felipe. Giustamente nel simpatico caos caraibico ci sono poveri così miseramente sfortunati da non riuscire a trovare sempre la proverbiale allegria del popolo caraibico. Così si avvicina un ragazzo della mia eta’ ci guardiamo e lui mi fa un sorriso amaro. Vestito di Jeans con un cappello da baseball, mi avvisa che e’ armato e che mi conviene dargli i miei soldi. Io, “felice” del suo approccio, decisamente più diplomatico della media dei rapinatori di quaggiù, colgo la palla del dialogo e mi siedo con lui su di una ringhiera per vedere come limitare i reciproci danni. La sua storia e’ chiaramente miserabile, una vita in strada, abbandonato a se stesso, alla ricerca di una opportunità che gli ha sempre risposto con le coltellate di cui si porta i segni sulle spalle si e’ presto arreso alla necessita’ di cavarsela come può. Io gli racconto qualcosa di me e cerco di spiegargli quanto mi metterebbe in difficoltà, privandomi dei miei pochi soldini. Sembra capire all’inizio, poi si innervosisce, mi dice che sono bravo a parlare ma di dargli i soldi che i suoi compagni di merende lo stanno guardando. Io seguo con la mia tesi sui vantaggi di cooperare mettendosi d’accordo per aiutarsi nelle reciproche difficoltà. Pensavo di dargli 2000 dei pesos (70centesimi) che avevo in tasca, pero chiaramente lui li voleva tutti… ricordandomi delle fregature che una troupe televisiva italiana gli aveva rifilato, mollandolo senza pagarlo. Visto che era diventato un dialogo tra sordi, mi alzo e porgendogli i soldi gli dico che non capisce il danno che sta facendo… pronuncio le seguenti parole: Se nel tuo cuore ti sembra giusto, prendili. Così lui mi rida meta’ della refurtiva!!! Limitati i danni a 4 Euro, mi chiede di pregare per lui e ci salutiamo… M’incammino mano nella mano con Ceci che riflette sugli effetti positivi che potrebbe avere una discussione del genere se fatta a tutti i ladruncoli di Cartagena. Pero’ io mi sento strano. Da un lato potevo seguire esasperandolo con le mie belle parole e vedere dove potevamo arrivare, dall’altro mi ha sfiorato il pensiero di essere stato l’ennesima persona ricca a fregarlo, perché lui da quella brutta situazione molto probabilmente non ci uscirà mai. Semplicemente continuerà a guardare i lussuosissimi grattacieli delle spiagge caraibiche e a ritagliarsi un po di briciole di quella enorme ricchezza che c’è dall’altra parte della città.
In serata andiamo in uno dei locali storici della città, con chiare influenze cubane visto il nome: La Havana. Salsa dal vivo e tra una birretta e l’altra cerco di fare vedere alla Ceci i quattro miseri passi che mi hanno tentato di insegnare. Penso di cavarmela, pero il ritmo e’ tutto nella salsa e quindi sebbene i passi siano corretti, il mio orecchio sottosviluppato credo mi faccia sembrare un po goffo, bhe l’importante e’ divertirsi!!! Di ritorno nel nostro accogliente albergo famigliare ci godiamo il ventilatore sul soffitto fantasticando sulle meraviglie naturali della costa caraibica che ci aspettavano l’indomani al Parco del Tayrona. Riserva indigena e parco nazionale allo stesso tempo.
Salutiamo la bella Cartgena con un buon succo e una passeggiata tra le viuzze del centro e partiamo verso Santa Marta, città dove ha reso l’anima el Libertador Simon Bolivar. Un viaggio infinito che ci fa arrivare 15 minuti prima della chiusura del parco. Facciamo qualche provvista e ci buttiamo sui sentieri per arrivare alle spiagge in compagni di una coppietta di colombiani un po ubriachi.
Da lontano sul sentiero nell’ oscurità che calava sulla selva, vedo un immagine barcollante che sembra fluttuare per aria, con una tunica bianca, sembrava un fantasma. Qualche minuto dopo si rivela essere uno indigeno di etnia Kogi che col padre e la sorellina tenta di ritornare alla sua capanna. Dico tenta perché ubriachi fradici i due omini continuavano a cadere (specialmente il padre) e ad addormentarsi sul sentiero. Io saluto discreto ma non mi fanno caso. Fortunatamente Camillo, il colombiano ciucco, e’ più insistente di me e così inizia il dialogo.
Il padre pero’ e’ davvero troppo ingranato e dopo qualche commento amichevole, crolla a terra e ci ricorda che lui vive li da centinaia di anni e la selva la conosce anche al buio, cosa vogliamo insegnargli!?!? Così un po preoccupati di come la sorellina possa riportare a casa suo padre, ci inoltriamo sempre più tra mille palme, liane, alberoni e miliardi di insettini accompagnati da Baliss che nonostante tutto riesce a camminare. Sembra disposto a raccontare un po di lui e della sua cultura quindi piovono le domande. Il silenzio della selva ci avvolge nella completa oscurità’, i rumori animaleschi della selva sono assordanti per il contrasto con l’assoluta pace del luogo. Chiedo al ragazzo diciassettenne come si dice qualche parola nella sua lingua natale per fare confidenza, lui soddisfa tutti i miei dubbi con uno spagnolo abbastanza comprensibile. E’ l’unico della sua famiglia che lo parla e lo ha imparato da piccolo a Bogota, pero non gli piace la città, la gente non e’ gentile. La mia curiosità’ principale e’ il motivo per cui loro non vogliano che nessuno salga sulle loro montagne. Io cerco di spiegargli la necessita’ di nutrire lo spirito con la purezza delle montagne salandoci fino in cima per imparare tutto ciò che la montagna possa offrire. Loro sono i padroni delle montagne più belle di Colombia, la Sierra Nevada di Santa Marta. Niente da fare lui sembra non aver ascoltato le mie parole e mi risponde che le montagne sono sacre. Da loro viene tutta la vita, tutta l’acqua che la permette. Inoltre sono pericolose, e’ necessario fare dei sacrifici, lui li chiama pagamenti. Incuriosito gli domando in che cosa consistano. Lui ci pensa qualche secondo e sicuro: “Non te lo posso dire, la Madre non vuole”. Allora io voglio sapere della madre, “intendi dire la madre terra?” – “SCHHHHH” mi dice lui. Si e’ lei pero’ non la puoi nominare così, stai bestemmiando. Chiedo scusa. Parliamo di cose meno delicate, come gli infiniti animali e le piante della foresta. Poi lui si ferma e mi dice che deve mandare qualcuno per suo conto a prendersi cura di suo padre affinché arrivi sicuro a casa. Si rivolge verso il cammino alle nostre spalle e con una seria di rotazione delle mani, le avvicina e le allontana dal suo petto. Accompagna tutto con una serie di parole dal significato per me sconosciuto e termina chiudendo gli occhi e concentrandosi in direzione del padre. In quel momento il suo metro e cinquanta di statura sembrava notevolmente aumentato. Di colpo apre gli occhi, mi guarda e mi invita ad andare, spiegandomi che ha mandato uno spirito per suo conto, lo spirito si chiamava Gesù Cristo. La cosa mi ha grandemente sorpreso al che ho voluto comprovare la relazione tra Gesù con la madre terra. Sebbene credo di aver capito che sia figlio della Madre… non ho potuto chiarire oltre perché nel buio pesto Baliss si mette a correre, sparisce qualche minuto per poi spuntare simpaticamente facendoci uno scherzo, Buuuuu. Alle nostre spalle arrivano degli altri stranieri, lui ci chiedo se stanno con noi. Ricevuta la risposta negativa, puff, scompare nella selva. Niente più domande. Rimandate al prossimo incontro.
Noi quattro seguiamo per un altra oretta di cammino, accompagnati dalla mitica torcia a dinamo, regalo del caro Lorenzito. A cui ho mandato molti ringraziamenti dall’altra parte del mondo, visto che il suo fraterno dono mi ha fatto evitare una buona parte delle cacche di mulo e dei pozzi di fango in cui l’ubriaco e’ finito fino al ginocchio… o come lui ha detto “fino all’ano”. Discutendo dei problemi universitari del paese arriviamo all’accampamento di Cabo San Juan. Molta più gente di quanto mi aspettassi, abituato ai deserti parchi di montagna. Noleggiamo una tenda e ci dissetiamo con 2 dei 5 litri di acqua che ci rimanevano, sfamandoci con craker e tonno.
Tutto e’ buio e la nostra immaginazione corre a che tipo di paradiso ci si presenterà l’indomani. All’alba fantastico risveglio, baciati dal sole e dal calore caraibico, sveglio la Ceci ed emozionatissimi corriamo verso la spiaggia immacolata per tuffarci nel mare dei Caraibi!!! L’aria ha un buonissimo odore e noi approfittiamo del vento per fare volare l’aquilone portato fin da Bogotà per godere del suo spensierato svolazzamento dall’alto di quello spiagge stupende e cristalline. Inutile descrive l’emozione della mia prima volta giocando con pesciolini e pescioni tropicali, immergersi e accompagnarli guidato dai loro brillanti colori e’ una sensazione bellissima, per un attimo mi sono sentito nello screensaver di Windows dell’acquario tropicale. La nostra giornata scorre velocissima esplorando le vicine spiagge e un villaggio minuscolo arroccato su di un altipiano. Ricco di terrazzamenti e strade della civiltà Kogi, ospita una ultima famiglia di cui ho conosciuto solo il figlioletto. Un personaggino molto diffidente di otto anni, di cui abbiamo guadagnato la parola facendo una sfida a chi tirava la testata più forte ai tronchi della sua capanna. Così mi ha svelato dove si trovava il fiume del villaggio, dove contro i consigli della lovely ciuzzi, ho placato un po’ della mia epica sete. In premio il bimbo, si e’ vinto l’aquilone, dietro la promessa che lo facesse volare fino al cielo!!!
La serata e’ passata dolcissima mangiando un ottimo pesce alla griglia e l’indomani mattina dopo aver approfittato della spiaggia per qualche ora era giunto il momento di lasciare quel paradiso!! Il cammino che avevamo conosciuto solo nell’oscurità’ della notte e’ incantevole di giorno, salutiamo tutti gli animaletti del Parco e ci avviamo verso i tre bus e l’aereo che ci attendevano per tornare a casa.
Qui fa’ decisamente più freddino e in questo mese sembra piovere decisamente più del solito, pero’ oggi c’è il sole e non ho lezione quindi mi godrò un po della lussuose infrastrutture sportive dell’Università. Poi lavoretto di gruppo e tocca l’ennesima festa d’inaugurazione dell’appartamento che finalmente la nostra ex coinquilina colombiana ha trovato insieme al suo ragazzo, in cambio il nostro appartamento ha guadagnato un’australiana. Domenica gita di classe con il mio proff. Biologo di Medio Ambiente y Desarrollo, gran burlone.
Dalla meravigliosa e assolata terrazza della mia casetta nel centro storico di Bogotà ecco, dopo una lunga serie di giornate intensissime, qualche nuove pensiero da questo paese, grande bello e complicato. Mi piace cominciare con la quotidianità delle mie giornate, che in ogni momento (o quasi) della loro routine sono piene di dettagli sorprendenti che riescono sempre ad emozionarmi.
Sveglia di buon mattino tra i primi raggi del sole o le prime gocce di pioggia che regala il mio abbaino e dopo una ricca colazione a base di cereali, caffellatte e churros ripieni di marmellata, saluto sorridendo al portiere che pazientemente ogni mattina mi insegna qualcosa di nuovo e mi tuffo tra le fumose strade della candelaria. Come ogni centro veramente storico che si rispetti, la mattina e’ un turbinio di persone, la mia percezione e’ sicuramente molto soggettiva pero’ mi sembra che la gente cammini con una certa frettolosa calma. Svincolandomi tra le varie richieste di servigi io conservo la mia frettolosa camminata, dovuta ai perenni ritardi, e in un quarto d’ora abbondante arrivo all’università’ che si trova ai piedi della piccola catena montuosa che protegge il lato orientale della città. Incomincio con un più o meno appassionante lavoro di gruppo cercando di produrre qualcosa di buono per le varie presentazioni in classe. Tra quelli più interessanti c’e’ sicuramente quello sui motivi dei comportamenti pro sociali nelle relazioni economiche umane. Trovo affascinante e confortante come nella realtà il nostro comportamento sia ben lontano da quello dell’Homo Economicus. Il buon vecchio Adam Smith nella sua teoria sui sentimenti morali aveva già’ capito tutto quello che i recenti esperimenti stanno dimostrando. La nostra evoluzione ci ha regalato una naturale predisposizione a metterci nei panni del prossimo. E’ vero che di rado compartiamo la gioia delle persone a meno che non ci siano vicine, pero e’ senz’altro vero che nell’assistere a situazioni di sofferenza non possiamo fare a meno di identificarci con le difficoltà’ sofferte dal prossimo e aiutarlo. Questo e’ dimostratissimo da una infinita’ di esperimenti basati sulla teoria dei giochi. Un esempio su tutti: il gioco del castigo dei terzi. Il primo giocatore deve decidere quanto dei suoi 100 $ ripartire con un secondo giocatore che non ha facoltà di denunciare una eventuale ingiustizia. Allo stesso momento pero’ un terzo giocatore al quale sono stati regalati 50$ può giudicare a seconda della sua opinione la ingiustizia nella ripartizione dei 100$ dati in dono e sanzionare il primo giocatore pagando 10$ per privare il primo con una multa di 30$. Se fossimo esseri solo razionali nessuno si proverebbe del suo proprio benessere per sanzionare una ingiustizia accaduta tra terzi. Eppure questo accade e la cosa incredibile e’ che accade in ogni angolo del pianeta, anche se in misura differente.
Ultimo dato che conferma la nostra natura di Homo Emoticus (via di mezzo tra Homo Economicus e Homo Aequalis) e’ il gioco dell’Ultimatum! Due giocatori si devono accordare su come dividersi i famosi 100$ il primo offre una percentuale e il secondo può solo accettare o rifiutare, nel secondo caso entrambi i giocatori restano a mani vuote. Ebbene le offerte basse vengono storicamente rifiutate dalla maggior parte delle persone (irrazionale se ci pensiamo) pero’ vengono accettate nel case in cui il giocatore che fa l’offerta sia un computer. Esistono esperimenti di questo gioco monitorati con radiografie delle zone di attivita’ del nostro cervello. Quando la controparte e’ un computer ci limitiamo a calcolare freddamente, ma nel caso in cui sia una persona il 90% del cervello si attiva in una tempesta emotiva che cerca di comprendere il comportamento altrui in uno sforzo di promuovere a tutti i costi il nostro sentimento di giustizia e uguaglianza.
Bene, per non annoiare troppo con le mie gioie accademiche meglio proseguire con la routine quotidiana. Al mezzodi’ mi aspetta il mio nuovo gruppo di teatro con cui sto preparando un opera di Dario Fo: Morte Accidentale di un Anarchico. Divertentissimo giocare per una buona mezz’oretta di riscaldamento fino a che qualcuno non si rompe un labbro o distrugge un pianoforte andandocisi a schiantare come il sottoscritto. A questo punto iniziamo a provare con la proverbiale flemma degli attori colombiani. Il registra del gruppo e’ anche fondatore del teatro libero di Bogota’, una persona ricchissima di pensieri che incanta nel rispondere ad alcune nostre perplessità sul suo ultimo spettacolo (I demoni di Dostoevskij).
Parlando di teatro qui la produzione e’ fertilissima. Decine e decine di teatri sparsi sull’infinito territorio della città celebrano ancora un teatro povero fatto di riflessioni ed esplorazione dell’animo umano, dove i registi si azzardano addirittura a portare degli alani in scena che al termine del loro ruolo scelgono il loro spettatore preferito e chiedono i propri applausi in coccole.
Dopo il gruppo di teatro un bel pranzetto economico nei dintorni del campus con zuppa bogotana e piatto unico annegato tra mille fagioli un po di carne e una buona banana fritta. Pronto per andare a lezione dove non c’e’ spazio per l’abbiocco come in Italia. Qui si sta sull’attenti perché da un momento all’altro… Erba mi spiega questa parte della lettura?
Tra una lezione e l’altra resistere al piacere di un secondo churro con caffellatte nella semplice panetterie Donna Blanca e’ quasi impossibile. Non foss’altro che per il piacere di uscire a pancia piena e contemplare le nuvole che nonostante il loro volume immenso si muovo rapide attorno ai monti e si fondono in giochi amorosi tra la luna e i santuari del Montserrat.
Carico per la mia presentazione che deve durare dalle 6 alle 9 di sera entro in classe e miracolosamente passano tre ore di un dibattito che mi sta troppo a cuore. Anzi a volte mi inquieta addirittura. Lo sviluppo. Quale modello dobbiamo seguire? E’ giusto imporre il nostro modello di crescita economica e consumo? Non e’ forse vero che ogni cultura ha una propria evoluzione e un proprio sviluppo? La mia temporanea conclusione e’ l’apprendimento reciproco tra crescita occidentale e sostenibilita’ locale. Mutuo apprendimento di quanto ogni saggezza secolare ci può dare. Può suonare come un compromesso ma altrimenti io che lavoro mi posso inventare?
La giornata si conclude spesso con una birretta da Donna Cecil, o una festosa cena a casa tra lezioni di salsa improvvisate e interessanti chiacchierate con viaggiatori o vicini di casa.
In queste settimane di interessanti chiacchierate ne ho fatte a bizzeffe, mi fa riflettere come durante i viaggi ho l’impressione di cogliere maggiormente i momenti di approfittare delle persone che incontro in maniera più intensa. E di come mi sembra di essere fortunatissimo nel chiacchierare con funzionari della croce rossa che mediano tra capi guerriglia e governo o giornalisti di guerra che hanno intervistato il leggendario Tirofijo e il meno carismatico Cano. Poter riversare su di loro una infinita’ di curiosità’ su come queste persone sono veramente, che cosa c’e’ nei loro occhi, se sono consapevoli dell’intorno che hanno creato. Qui c’e’ chi sminuisce il problema e chi lo esalta. Io parlo per il quartiere del sud che ho avuto la fortuna di visitare anche se sotto scorta, per organizzare con qualche amico una giornata del bimbo. Alle pendici di un monte che ricorda in tutto e per tutto il Golgota, per le tre enormi croci che si trovano sulla sua cima, si trovano una dozzina di migliaia di desplazados. Gente che ogni mese accoglie una cinquantina di persone che ha avuto la disgrazia di compartire la loro stessa sorte. Vedersi arrivare in case gente armata e sentirsi dire: Vattene o ti ammazziamo la famiglia, risparmio i racconti di atrocità inumane che vengono perpetrate in questi contesti. Ovviamente non sono solo le FARC, ma decine di differenti gruppi che in un modo o nell’altro riescono comprarsi le armi con i soldi di un traffico promosso in larga parte da noi ragazzi occidentali.
Parlando di questo un uomo mi ha detto: mio caro, questo non si potrà mai fermare finche’ esiste qualcosa che qui possiamo produrre per 3000 e vendere laggiù’ per 300 000. Un argomento che merita dissertazioni troppo lunghe e complicate e le cui argomentazioni si possono trovare già su molti libri.
Pero’ una cosa che non si può trovare sui libri e’ la forza e l’incanto di un attore di strada che racconta la storia di un desplazamiento chiamandola l’uomo più felice del mondo. Questa persona era tanto felice perché era innamorato, ma così innamorato che il mondo per lui non aveva più segreti o meglio a lui non sembravano segreti. Tutto era chiaro perché ciò che provava per la sua amata era tanto grande da fargli comprendere automaticamente tutto il resto. Non faceva altro che sorridere e spiegare alla gente la magia del mondo in cui si trovavano. Di tutto ciò che e’ stato creato a partire dal più piccolo e buffo degli insetti fino ad arrivare alla montagna più grande ed imponente. Ebbene un giorno quest’uomo torno a casa. E sua mogli piangeva piangeva a dirotto. Questa volta non poteva capire, così le domando’ il perché di tanta tristezza. Lei cerco di spiegare più’ volte l’episodio con parole dolci ma l’uomo sempre fraintendeva la disgrazia per un grazia. Fino a che la donna trovo le parole giuste: Arrivarono degli uomini, fecero delle cose terribili in tutto il villaggio e prima di andarsene mi lasciarono qui nell’ultimo punto che vedranno i miei occhi in questa vita. Allora l’uomo di rese conto che la compagna si trovava su di una mina.
Incredibilmente l’uomo torno’ a sorridere con quei suoi occhi pieni di amore. Inizio’ a baciare la donne. E fecero l’amore. Lo fecero dolcemente, come chiaramente lo si può fare su di una mina. Allora l’uomo pose i suoi piedi sull’ordigno e con grazia fece scendere la donna, e le disse di correre lontano, senza voltarsi un attimo. Lei piangeva ma faceva ciò che le aveva detto l’uomo. Lui la guardava correre lontano e sorrideva, era così felice che si mise a piangere, dopo qualche tempo la vide scomparire e arrivo’ il momento in cui calo’ la notte e poi sorse il sole. Allora lui si addormento’ e cadde, la mina scoppio’ e uccise molta gente. La sua anima pero’ cantava felice perché dall’alto vedeva il seme di una nuova vita germogliare perché l’uomo non fosse mai più malvagio.
Ecco si questo conflitto terminerà quando tutti i figli degli uomini più’ felici del mondo diventeranno grandi.
Tantissime sono le cose che vorrei raccontare di questo paese che ogni giorno mi regala una emozione nuova. Volare con il vento con solo un parapendio sulla testa e guardare la vegetazione unica che si trova sugli alti e dolci pendii andini oppure immergermi in una cava di sale immensa e incontrare a cento metri di profondità una cattedrale immensa grande come san Pietro… pero’ qualcuna di queste avventure le devo conservare per quando torno altrimenti che vi racconto?
Pero’ alcuni pensieri della mia visita ad uno dei musei meglio fatti che io abbia visitato, il museo dell’oro. Certo, dopo la gioia di far volare un aquilone nelle nuvole, ero ben predisposto a raccogliere le perle di saggezza preispanica che sono conservate tra le vetrine del museo. Culture affascinanti e molto riflessive nonostante le difficoltà di comunicazione a cause di un territorio tanto complesso da dominare come quello andino. A partire dall’uso che essi facevano dei metalli preziosi: tre metalli per tre colori che rappresentano tre mondi ultraterreni. Unico modo per tentare di comunicare con questi mondi era attraverso questi metalli. Indossando oro, argento e bronzo i capi villaggio potevano estendere alla comunità le loro esperienze spirituali aiutati da qualche fogliolina magica. Allo stesso modo potevano tentare di emulare la saggezza degli uccelli che loro veneravo per la loro capacita’ di distaccarsi dalle sofferenze terrene, elevarsi al di sopra delle alture e maturare saggezza vedendo lontano al di la della montagne. Gli uccelli erano gli unici che potevano veramente comunicare tra terra e cielo.
Erano culture altamente simboliche. Gli orecchini dei capi ad esempio erano di un oro lavorato finissimamente e in maniera così complessa da rappresentare l’acqua che penetra in tutta la terra attraverso una infinita’ di rigagnoli, meteora del loro potere che aveva occhi e orecchi per ogni dove. Continuando con le rappresentazioni della loro postura di meditazione: a gambe incrociate con i gomiti sulle ginocchia. Rappresentavano un uomo a forma di cesto così’ da potere essere in grado di raccogliere le sagge scoperte che raggiungevano durante lunghe meditazioni. Ultimo simbolo bellissimo e’ la forma delle urne in cui raccoglievano le ceneri dei propri morti, a forma di utero o grembo materno per favorire un nuovo ciclo della vita.
E come dimenticare la leggenda di El Dorado. Le tribù che abitavano l’altopiano di Bogota’ credevano fermamente nella necessita’ di un equilibrio tra elementi naturali. Le disgrazie occorrevano quando questo equilibrio si rompeva. Allora c’era una sola cosa da fare: Re e Regine ricoperti dei loro simboli d’oro si bagnavano nelle lagune che conservano l’acqua dei monti. Il resto della comunità si disponeva attorno alla laguna e attendeva di spalle il dono dell’oro alla laguna. Al termine di questo rituale, gli uomini spogliati di parte della loro materialità recuperavano l’equilibrio perduto tra gli elementi. Chissà che non possa essere un suggerimento anche per la nostra civiltà!
Dopo quasi tre fine settimana Bogotani, che mi hanno largamente arricchito e fatto sentire ancora più vicino a questa gente, il mio prossimo fine settimana inizierà’ mercoledì notte. Con la complicità dei professori che qui sono tanto in gamba de venire a bersi una birra con te per continuare a chiacchierare dopo classe, salterò’ alcune lezioni per immergermi finalmente nelle Ande della Sierra Nevada del Cocuy. Campo base a 4600m per scalare almeno tre cinquemila fino a domenica. Nel silenzio incantato delle pendici glaciali vi manderò un infreddolito ma sicuramente commosso saluto.
Dopo due settimane di impaziente ricerca, finalmente sono riuscito ad avere le chiavi del miglior appartamento immaginabile a Bogotà. Essendomi ripromesso di scrivere le mie prime impressioni, solo quando mi sarei sistemato, eccomi qui, con un po’ di emozione, seduto sul divano di fronte al camino, immerso nella luce del sole tropicale che penetra da tutte le finestre, condivido i miei primi pensieri colombiani.
Come ogni arrivo e’ stato entusiasmante, i gentili ragazzi dell’università mi sono venuti a prendere all’aeroporto. Hanno pazientemente risposto alle mie prime curiosità, che sono state presto spazzate via dal meraviglioso nuovo che potevo vedere scorrere dal finestrino. I primi momenti di cammino in un paese mi rimangono sempre impressi, accompagnati da quella infantile emozione di stupore che ti fa solamente spalancare gli occhi di fronte a straordinarie routine. Il paradosso dell’America latina mi ha investito fin dal primo momento e credo che continuerà a farlo per lungo tempo. Vedere gli opposti convivere non e’ cosa nuova, ma il modo con cui accade qui ti disorienta.
Ho l’impressione che la povertà cerchi disperatamente di mischiarsi col benessere, di travestirsi e non farsi vedere. Fallendo miseramente. Da quello che mi sembra di capire fino ad ora, la povertà urbana qui non si accetta. A parte il rifiuto di chi vive uno stile di vita come quello occidentale, che prevedibilmente chiude gli occhi di fronte a chi e’ nato nella parte sbagliata della città, gli stessi nullatenenti per strada molto spesso reagiscono combattendo alla miseria. Giusto, sacrosanto, solo che la reazione combattiva si orienta, troppo spesso, verso una risposta violenta e aggressiva. Forse l’unica che abbia mai funzionato in un sistema che legalmente ghettizza le persone per reddito. Si parte dall’estratto 1 arrivando al sesto. Il primo estratto equivale al minore livello di benessere e quindi permette di pagare pochissimo i servizi, il sesto e’ ovviamente quello migliore dove sono poche le differenze che si possono trovare con un qualsiasi quartiere ricco di una qualsiasi città nord americana. Così’ Bogotà si divide tra nord e sud tra chi a di più e chi sempre meno. Io ho scelto di vivere in mezzo, sto vicino all’università e forse capito’ qualcosa di più.
A proposito, il mio indirizzo per i prossimi quattro mesi sarà: Kra. 4 # 9-66 Bogotà. Vivo nel centro storico, mi incanta per le sue stradine ondulanti, le case basse e colorate, i mille ristorantini e le montagne a cui siamo attaccati. Qui le nuvole sono velocissime e sembra quasi di toccarle, in compenso il cielo mi sembra altissimo e di un blu intensissimo, ogni volta che lo guardo faccio un sorrisone e respiro l’aria sottile dei 2600 mslm a cui mi trovo. Speriamo che l’altitudine migliori un po’ le mie performance alpinistiche.
Per finire con la mia nuova casa: e’ una appartamento della famosa attrice colombiana Flora Martinez, lo sfarzo e il design moderno degli interni cozza un po con l’intorno pero’ la storia che mi ha portato qui assieme ai miei coinquilini francesi e spagnoli e’ stata così divertente e avventurosa, tra serenate della nostra Bolivia (materna agente immobiliare) e mille peripezie che ora non posso che godermi l’amaca e la meravigliosa terrazza che domina montagne e città. A volte per tornare a casa faccio la strada da Piazza Bolivar dove ci sono i palazzi del potere e mi perdo tra mille fantasie sulla storia di questo paese che mi incuriosisce sempre più.
L’Università e’ enorme e incredibilmente ben attrezzata, fondata una sessantina di anni fa, ha un campus pieno di storia e aneddoti. Gli edifici dove ora ci sono le diverse facoltà, prima di diventare templi del sapere erano comuni fabbriche di birra e di candele, ospedali psichiatrici e prigioni. Così mi diverto ad ascoltare leggende di fantasmi che si aggirano di notte nel campus. Le strutture a disposizione sono incredibili a partire dal centro sportivo, che definirei olimpico, le classi, i computer e le tecnologie di insegnamento sono sorprendentemente anni luce avanti alla mia cara vecchia mamma Bocconi. I corsi sono tanto interessanti quanto difficili. Addio alla bella vita fino al mese prima dell’esame. Qui si suda ogni giorno per Studiare ogni capitolo o lettura prima che inizi la lezione, perché ogni volta il professore fa un compito. La somma di questi compiti sarà più o meno meta’ del voto finale.
A parte un momento di scoraggiamento nella classe dell’ MBA dove immerso tra giacche e cravatte e ufficiali militari trentacinquenni mi sono beccato un bel 2 su 5… mi sono subito messo sotto. Da lunedì a Giovedì su studia e il wend rimane sempre per viaggiare alla discoperta dell’America!!!
Un corso interessantissimo che sto seguendo si chiama Cooperazione e Competenza, con un professore che stimo tantissimo perché e’ uno degli unici al mondo che da 15 anni fa ricerca sulla economia della fiducia. Insomma quello che volevo dimostrare io nella mia tesi lui lo ha già fatto da tempo: nelle comunità in via di sviluppo, livelli di fiducia più alti corrispondono a crescita economica maggiore. Quello che e’ anche divertente del corso e’ il modo in cui lui misura la nostra fiducia. Un esempio velocissimo. Lui ci regala 12000 pesos e ci divide in giocatori 1 e 2. Il primo giocatore deve decidere quanto vuole regalare al secondo, sapendo che la cifra donata si moltiplicherà per tre. Così se il player 1 dona 6000 il secondo riceve 18000 … e così via. Ovviamente poi il giocatore 2 può decidere quanto restituire al numero 1. Come ho sempre pensato chi più da all’ inizio più’ riceve. E così io ho dato tutti i miei 12000 e me ne sono tornati 18000. La cosa interessante e’ che questo e tutti i successivi giochi sono fatti con soldi veri. Spendibili in classe in scemenze battute all’asta o convertibili alla fine del corso in contanti. Per ora il mio conto corrente e’ a 58000… vedremo.
Il perimetro del campus e’ costellato da un esercito di militari e agenti di sicurezza privata armati da altrettanti Rottweiler, si, effettivamente si respira un clima di insicurezza specialmente quando cala il sole. Ma credo che questo sia un altro aspetto di grande crescita per me: fare i conti con una strada che non da per scontato il diritto alla proprietà’ delle cose che hai addosso. La mia soluzione momentanea e’ ovviamente portarmi dietro solo i libri.
La sicurezza e’ una tematica preponderante qui, per le ragioni su riportate. E’ certo che a volte la presenza di così tanti militari mi da più pensieri che serenità’ anche se di notte, sapere qualche poliziotti in giro non e’ male.
Pensando a polizia e militari, mi viene in mente la meravigliosa strada che porta da Bogotà a Medellin dove sono stato per il festival dei fiori. Disposti uniformemente sulle 9 ore di asfalto che separano queste due città c’erano carro armati e soldati mimetizzati nella selva conditi da simpatici cartelli che ricordavano che il viaggio e’ sicuro il tuo esercito e’ per strada.
Tornando alle meraviglie di questo paese. Il Festival floreale nell’ex capitale del cartello di coca e’ stato semplicemente divino. Dopo quattro ore di attesa sotto il sole tropicale dal quale ci si riparava con i sombreri che regalavano gli stand della birra, ci siamo guadagnati qualche chiacchiera e molte ustioni per i miei amici gallici, pero’ eravamo in prima fila. Centinaia e centinaia di silletteros (floricultori in abito tradizionale) che portavano dalle montagne che circondano con maestosità la città fiori di ogni genere e colore. I fiori erano disposti su enormi sedie di legni trasportate a mo di zaino sulla schiena con un architettura di spaghi e corde non poco ingegnosa. Essendo una competizione, ogni floricultore voleva fare bella figura con la sua composizione, così la maggior parte si trascinava addosso dei quadri floreali di una raffinatezza e di una meraviglia mai vista, che ovviamente raggiungevano pesi tali da trasformare la sfilata in una via crucis, con tanti cirenei ad aiutare gli artisti affaticati, specialmente i più anzianotti.
I paisa (abitanti di Medellin), sono incredibilmente gentili e ospitali, parlano ad una velocità incredibile e ti fanno davvero godere delle meraviglie tradizionali della loro regione: l’antioquia! Il giardino botanico mi ha estasiato per la bellezza e la vivacità dei colori di fiori e orchidee che non pensavo potessero esistere. Sono incredibili le forme che la natura e’ riuscita a creare, quasi esclusivamente per riprodurre qualcosa che e’ solo incredibilmente bello. Bello come le farfalle monarca che vivono più di un mese, grandi come il palmo di una mano, gialle e nere. Alcune di loro si azzardano addirittura a migrare dal Messico al Canada estendendo la loro fragile vita fino a sei mesi!
Per finire in bellezza l’ultima sera siamo capitati ad un concerto di salsa al Parque Norte, conosciuti tre colombiani ci siamo amalgamati negli innatamente soavi movimenti sudamericani con i nostri a volte goffi, ma divertentissimi, tentativi di ballo improvvisato. E così la domenica dopo la messa che qui non e’ per niente difficile da trovare, visto che sembra esserci 24 ore su 24 ci siamo buttati di nuovo nel confortevole bus.
Le montagne colombiane sono incredibili a loro modo. Molto più soavi di quelle di casa, ma di una rara ed elegante maestosità’. Le valli sono apertissime, cinque o dieci volte quelle alpine. Ed una cosa emozionante e’ il modo in cui le case sono disposte sulle pendici: sembrano sassi color mattone naturalmente caduti dal cielo e disposti come una valanga sulle verdi terre colombiane. Di notte queste valanghe si trasformano in un oceano di luci le cui onde sono date dai sinuosi colli che riempiono le vallate.
In poco tempo si e’ fatto mezzogiorno e le lezioni si avvicinano per tanto sarà bene tuffarsi per le brulicanti strade colombiane. Non prima pero di raccontarvi, una delle prime esperienze Bogotane.
La media maratona della città’: incredibile correre tra 50 000 persone tutte sorridenti che riempivano piazza Bolivar come un esercito di formiche saltellanti. Vista l’altura ho optato per la modesta 10 km. Non e’ stata propriamente una passeggiata e per l’esattezza dopo aver superato il sindaco Moreno (esaltato quanto fischiato) ho iniziato ad avvertire cedimenti polmonari e a pensare di gettare la spugna. Poi le mamma e i nonni di Bogota’ con i loro sorrisi e le loro grida Animoooo sei già arrivato mi hanno sospinto tra le grandi strade portandomi fino all ultimo spettacolare km. Tagliato il traguardo mi investe una gioia e una spensieratezza incredibile, tra i bellissimi aquiloni e i miei due amici francesi, pensavo a quante avventure e scoperte mi aspettano in questi mesi. Così entusiasta approfitto di ogni minuto qui, con una serena convinzione che si fa spazio piano piano dal mio viaggio in India.
Scoprire il nuovo significa vivere intensissimamente e farsi sempre investire dalla gioia che porta l’apprendimento delle diversità. Non credo ci sia verso di farmi smettere. Ma una felicita’ più autentica aspetta sempre il viaggiatore. Lo aspetta dove sono i suoi affetti più’ cari ed io so bene dove sono.
Questo fine settimana festival di aquiloni (Comete come li chiamano qui) tra le montagne.
Due mesi e mezzo sono passati e questa e’ la mia ultima sera a Calcutta. Avrei voluto scrivere di molte altre cose, ma gli ultimi ritocchi alla tesi e dei febbroni che non se ne volevano andare mi hanno prevenuto dal farlo.
Vi avevo lasciato nell’ultima lettera, dicendovi che sarei andato alla citta’ santa di Varanasi, cosi e’ stato. Un luogo magico dove in centinaia vanno per morire, dove tutto il giorno e tutta la notte i corpi bruciano ed evaporano verso il cielo in un atmosfera di liberazione quasi gioiosa. Mi hanno detto di guardare la cremazione perche da essa si impara. Ho fissato un corpo annientarsi verso il cielo per quasi mezz’ora, i dettagli sarebbero macabri, nel frattempo pensavo a come fosse possibile per un uomo accettare di non esserci piu di sapere che le proprie membra si accartoccieranno tra loro stesse ne piu ne meno della legna che alimenta la fiamma. Scientille verso il cielo, cenere verso il gange. E dentro di me un po di angoscia limitata dal clima che rassicura senza ombra di dubbio: la fine e’ un nuovo inizio.
Varanasi e’ meravigliosa per la spiritualita’ che traspare da ogni sua viuzza. Dalla terrazza del nostro ostello abbiamo visto la prima alba ma il secondo giorno abbiamo deciso di trovare un barcaiolo che ci trasportasse sul gange durante il sorgere del sole. Raggiungere il barcaiolo prima dell alba si e’ rivelato un impresa non poco sinistra. Trovare la via dei Ghat (moli) tra viuzze poco piu larghe di un metro, popolate da vacche e tori di ogni razza, cani poco socievoli e spettri accovacciati di fronte ad una candele che ne illuminava la sagoma… tutto questo mi trovavo davanti nel far credere ai miei due compagni di viaggio che sapevo benissimo dove stavo andando. Dopo la cattiva esperienza con una scimmia il giorno prima che ha tentato di mordermi solo perche volevo insegnarle ad aprire un rubinetto… e’ bastato il ringhio di un cane per farmi saltare per aria ed esclamare NO NO NO dobbiamo cambiare strada!!!! Fortunatamente lo spettacolo quotidiano del popolo di Varanasi che si lava all alba nel fiume ha ripagato questa serie di infarti.
Tralascio il weekend presso la riserva con il maggior numero di tigri al mondo… stupenda, ma di tigri non ne abbiamo vista neanche una.
Ormai sto tirando le somme di questa permanenza e ovviamente ho le idee confuse su moltissime cose eccetto sulla vitalita’ di Calcutta e dei suoi abitanti. Eccetto sul lavoro meraviglioso che le madri con cui ho lavorato sul community theatre hanno fatto. La loro forza e il loro credo hanno scatenato discussioni su temi che altrimenti nessuno toccherebbe, il loro e’ l’inizio di un cambiamento enorme finalmente qualcuno urla ai quattro venti quanto e’ stupida la legge della dote e la disuguaglianza tra uomo e donna. Non ho dubbi che qui mi sono sentito a casa e negli occhi e nelle parole di tutte le persone che ho salutato c’era la stessa commozzione che era ed e’ presente nei miei. Dio ti benedica mi hanno detto… Dio benedica voi che state cambiando il vostro destino e avete l’energia di farlo nonostante viviate in capanne di fango, nonostante dovete camminare chilometri per fare il vostro dovere.
Ora il tempo stringe e la mia partenza per Mumbai si avvicina, lo zaino aspetta di essere fatto e l’itinerario e’ ancora da tracciare, mi auguro di aggiornarvi durante queste ultime tre settimane di peregrinaggio indiano.
Che confusione e quante domande mi pongo ogni volta che cammino per le strade di Calcutta. E’ una città sporca, dall’aria quasi irrespirabile, letteralmente assordante eppure così impetuosamente vitale da sembrarmi bella.
Mentre gioivo nel leggere le vostre ultime risposte, ho capito che pochi o nessuno di voi ha idea di quello che io concretamente faccio qui. Pensando che sia un dubbio di tutti, prima di raccontarvi quello che ho in mente per questa lettera, chiarirò brevemente qual’e’ il mio lavoro qui.
Innanzitutto, premetto che tutti i progetti di microcredito che ho visto fino ad ora possono continuare a rendere migliaia di donne autosufficienti e migliorare la società nel suo insieme anche solamente con il lavoro degli impiegati indiani. Infatti dopo aver svolto il mio lavoro d’ufficio richiesto dalla sede di Milano che mi ha mandato, mi sono subito accorto che il compito del volontario internazionale e’ ben diverso da quello di svolgere il lavoro di tutti i giorni. Questo e’ particolarmente vero in una delle aree più densamente popolate del mondo in cui di certo non e’ la forza lavoro a mancare, quanto la motivazione. La genialità del fondatore di questo progetto, tralasciando l’innovativa teoria di sviluppo utilizzata, e’ stata nel continuare a nutrire di motivazione ed energia la sua organizzazione tramite l’arrivo continuo di volontari da tutto il mondo. Nello svolgere l’ attività di tutti i giorni con il personale indiano, io ricevo alcune delle lezioni più importanti della mia vita e loro come dice il direttore del Institute for Indian Mother & Child: trovano in noi volontari fonte di grande ispirazione. Personalmente credo che sia vero il contrario, ovvero che siamo noi a dovere trovare fonte di grande ispirazione in loro, ma apparentemente le cose in questo modo funzionano molto bene.
Per dirvela in maniera più spiccia. Quotidianamente mi occupo di visitare le varie sedi delle filiali di microcredito, faccio domande e interviste, scrivo rapporti e faccio “spionaggio” intervistando i manager di altre organizzazioni più grandi per migliorare il settore micro creditizio di IIMC (Inoltro un esempio di intervista appena fatta). Durante il pomeriggio mi dedico ad attività che sto avviando io: il community theatre (di cui vi allego la lettera che domani leggero’ in Bengalese a tutte le donne partecipanti al micro credito) e un’attività di produzione del sapone cominciata con la brillante idea di Alessio che e’ l’unico altro studente ad occuparsi di microcredito. Infine mi godo i momenti più belli nel giocare con i bimbi a biglie, con l’aquilone… e alla sera…che bello essere trattenuti da mille braccine che non ne vogliono sapere di farti andare a letto.
Con il passare dei giorni qui inizio a comprendere, anche se in modo molto sfumato, qualche caratteristica della società Indiana. Potrei dilungarmi in interminabili descrizioni dei posti stupendi che vedo durante i miei viaggi, o parlare dell immensa pace che ho trovato a Bodhgaya sotto l’albero davanti al quale il principe Siddartha ha raggiunto l’illuminazione diventando Buddha o di molte altre cose ancora. Pero’ proprio per la premessa fatta all’inizio, parlerò’ delle emozioni che hanno impresso in me gli abitanti dei luoghi in cui ho viaggiato e in cui sto vivendo.
L’antropologia degli indiani avrebbe bisogno di diversi volumi di un enciclopedia per essere discussa, io dirò ciò che ho notato fino ad ora. Innanzitutto bisogna dire che sono davvero tanti, ma così tanti che non si fatica a dire… che sono troppi. Ho menzionato questo perché penso sia una caratteristica che influenza molto il loro comportamento. Girare con i mezzi pubblici e’ a dir poco una sfida di velocità e forza perché ovunque sono a centinaia e quando il treno o il pullman arriva, prima che si fermi (se si ferma) comincia la ressa per conquistare il vagone. Durante questa lotta si può perdere di tutto, la cosa più facile da perdere sono le ciabatte. E’ brutto da dire ma essendo così tanti si comportano esattamente come una sola massa… come un oceano che vuole entrare nella piccola porticina di un autobus. Un altra cosa che ho osservato e’ che non esiste cortesia nel fare sedere una signora o un anziano, nella mia quasi-consapevole ingenuità’ penso di cambiare il loro comportamento cedendo il mio posto sull autobus o sul treno. Probabilmente in una situazione in cui non c’e’ spazio per tutti, naturalmente questo e’ il comportamento che viene spontaneo. Per la cronaca qui esistono ancora gli scompartimenti riservati alle donne, dove puntualmente io mi sono seduto tutto contento di avere trovato posto la prima volta, una signora un po severamente mi ha ripreso ed io mi sono alzato un po imbarazzato.
Nonostante questo bizzarro modo di viaggiare sui mezzi pubblici, ultimamente ho imparato ad apprezzarlo ed ora me lo godo proprio anzi mi diverto. Qualche giorno fa di ritorno dal centro dove mi ero recato per comprare l’attrezzatura necessaria a produrre il sapone (progetto nato dall idea di Alessio di cui vi parlerò quando avrà successo) ho preso il treno per tornare alla clinica. Essendo ormai le cinque del pomeriggio una fiumana di persone tornava dalla città verso i loro villaggi. Uomini per ogni dove eravamo tutti così schiacciati da avere ogni parte del corpo appiccicata a quella di un altro. Per fortuna qui io sono un po più alto della media per cui almeno le ascelle altrui non ero costretto a fronteggiarle; nonostante tutto tra una gomitata e l’altra, tra una testata e l’altra… grondante di sudore come un maratoneta, il ragazzo che avevo di fronte mi guarda. Ride della situazione e attacca: Fratello come va? (Dada Kemon acho?) Allora mi passa tutto lo spazientimento, capisco quanto queste persone siano in grado di accettare con serenità condizioni che nessuno tollererebbe nel nostro mondo. Scoppio a ridere e rispondo Kub Balho DADA (Molto bene fratello maggiore), e mi sono abbandonato al gioco delle spinte. Mi ci sono volute due stazioni per raggiungere la porta del treno, l’India e’ il paese delle folle e te lo devi godere.
Un altro costume da me non condiviso e’ quello di non ringraziare per i piccoli gesti di cortesia quotidiani, la cortesia qui tra indiani e’ merce quasi introvabile e di questo mi dispiaccio. L’unica forma di cortesia presente in modo significativo, ahimè, e’ quella forzata da una persona appartenente ad una casta superiore. Nonostante l’abolizione per legge questa struttura verticistica rimane radicatissima in tutti gli indiani, troppo spesso anche in quelli istruiti. Il bramino si fa riconoscere dal cognome e dal vestito, tutti sanno che lui appartiene alla casta più elevata, quella che il dio Brahma ha generato dalla sua testa. Un tempo lo stato di Bramino si otteneva con lo studio, per cui un uomo di cultura veniva venerato e rispettato perché più colto degli altri e di conseguenza superiore. Da qualche secolo a questa parte la nascita sancisce l’appartenenza di classe, e dei vecchi bramini rimane solo l arroganza. Le caste di mezzo sono i guerrieri (proprietari terrieri) che provengono dalle braccia del sopracitato dio, poi i commercianti provenienti dalle gambe e infine gli agricoltori che Brahma ha creato dai suoi piedi. Questa gerarchia sembra garantire una certa armonia e alcuni dicono sia l’unica soluzione per prevenire l’india dal caos. La realtà e’ che millenni orsono quando i grandi saggi Hindu scrissero i loro testi sacri, gettando le radici per il ben più puro e meno compromesso Buddhismo, i potenti di allora vollero assicurarsi di conservare il loro status quo per sempre. Così nacquero le caste. Lo scopo di ogni Hindu e’ tramite il sacrificio, la preghiera e l’adorazione liberarsi dal ciclo delle rinascite che ci legano a questa realtà illusoria e raggiungere il Nirvana. Il sistema castale e’ sopravvissuto fino ad oggi perché’ ai membri delle caste inferiori e’ stato detto che devono svolgere solamente i mestieri adatti al loro rango se vogliono progredire di casta in una rinascita futura. Ovviamente nessuno si azzardo mai a discutere questa norma che se trasgredita non permetterebbe mai loro di raggiungere la liberazione o il Nirvana. Questo perché secondo l induismo solo un Bramino (membro della casta più alta) può raggiungere il Nirvana.
Personalmente credo sia un terribile modo per perpetrare ingiustizie. Il problema e’ che qui la legge non esiste, o meglio, quando esiste si occupa di tutto meno che delle persone. Il sistema giudiziario e le forze dell ordine sono talmente piccoli di fronte alla popolazione enorme che piuttosto che fare poco, non fanno nulla. Gli incidenti stradali sono all’ordine del giorno, a volte si scende dalla macchina si schiamazza un po, e poi ognuno per la sua strada. Se un uomo, una donna o un bambino viene investito, nessun processo inziera’ nessuna multa… ciò che e’ successo e’ successo, ora il malcapitato ha una gamba di meno e se non riesce a farsi tornare il sorriso vivendo così, il mondo va avanti ugualmente. Ecco perché il sistema delle caste da’ loro una parvenza di ordine, perché qui il concetto di ordine e’ lontanissimo dal nostro.
Sopra non ho parlato dell’ultima casta, gli intoccabili o fuori casta, un quarto di tutta la popolazione. Sono considerati reietti, miserabili fanno i lavori più riprovevoli e se per sbaglio toccano e mettono il piede nell ombra di un bramino, sarà peggio per loro. Per molti indiani gli intoccabili sono peggio della spazzatura, inquinano solamente la loro società. Queste persone hanno generalmente degli occhi dolcissimi e un modo disperatissimo di chiedere l’elemosina. A Calcutta, dove la miseria e la povertà più impensabili hanno deciso di stabilirsi, qualche intoccabile perde addirittura la forza di domandare ai mille passanti del denaro. Così si lascia morire al lato della strada dove scorre l’acqua della fogna, dall altra parte, un cane morto da giorni e mezzo divorato da topi e insetti. Questa e’ la faccia più brutta dell’ India, un paese così duro da permettere che i neonati vengano abbandonati sui marciapiedi finche la madre non si ricorda di venirli a prendere; un paese in cui i bambini piangono perché hanno fame e poi una mattina si svegliano e non hanno neanche più la forza di piangere e allora dormono, dormono così a lungo che non vedranno più l’inferno in cui hanno avuto la sventura di nascere.
Vorrei scrivere ancora di questa India, sto vedendo così tanta povertà che a volte mi incupisco e non riesco a capire. Non capisco chi ha deciso che non fossi io quel bambino sul ciglio della strada tra fango topi e cani rabbiosi…Non capisco e ogni volta che ci penso non trovo pace.
Ora sono tentato di cancellare questa parte di lettera, a pochi interesserà e alcuni non gradiranno ciò che ho scritto, ma anche questi sono i miei pensieri in questo viaggio.
Meglio tornare all argomento principale di questa e-mail, gli indiani. Vi racconterò di qualcuno di loro.
Il primo e’ il Dottor Sujit fondatore del progetto per cui lavoro. Bengalese di umili origini, come molti del Bangladesh si e’ trasferito in India durante la guerra d’indipendenza dal Pakistan del 1971. E’ riuscito a studiare fino a diventare dottore, si e’ conquistato una borsa di studio in Belgio si e’ specializzato in quel paese e poi grazie ad un consiglio chiesto al padre spirituale di Madre Teresa ha deciso di tornare in India, per fare qualcosa per il suo paese. E l’ha fatto, eccome se l’ha fatto. Grazie ai fondi degli amici europei e ai volontari internazionali che non sono mai mancati ha messo su un organizzazione che conta sei cliniche, diverse scuole e cinque banche di microcredito.
Per l’appunto ha iniziato con l’aiuto medico, poi rendendosi conto che i pazienti tornavano sempre con gli stessi problemi ha capito che aprire delle scuola li avrebbe aiutati a sviluppare le loro potenzialità e crescere in modo autosufficiente. Infine constatando come il professor Yunus che molti non potevano mandare i figli a scuola perché non avevano neppure i soldi per comprarsi gli strumenti di lavoro; avvio’ anche qui un progetto di microcredito. E’ un modello di sviluppo fantstico e’ quasi miracoloso. Purtroppo c’e’ un pero’. Il caro dottor Sujit non si allontanerà mai dalla mentalità gerarchica che vuole sempre rimarcare la superiorità’ del vertice sugli altri. In base a questo principio non delega nulla. Tutto deve passare per la sua approvazione, questo e’ il più grande limite di questa organizzazione. Durante il mio rapporto finale assieme ai cambiamenti che suggerirò per il microcredito sarò molto fermo anche su questo punto. Sujit mi ha anche fatto capire come sia difficile quando si cresce e si vive circondati da miseria e disperazione conservare le proprie emozioni. Lui ha eliminato quasi tutte le sue emozioni se una donna moribonda arriva alla clinica e non ci sono gli strumenti o i fondi per curarla, viene rimandata a casa. Alla domanda: Dottor Sujit ma che ne sarà di lei se nessun ospedale la accetta? La risposta con occhi commossi non dalla situazione ma dalla nostra ingenuità’: Morirà. In India ogni giorno muoiono 40000 mamme e bambini per cause evitabili.
Sempre con il dottor Sujit mi sono recato a visitare un membro del parlamento eletto nel West Bengal (la regione dove mi trovo). Essendo la provincia in India in cui il comunismo e’ più forte e radicato che in tutta l’India, il deputato in questione era per l’appunto comunista. Molto sospettoso entro nel viale della sua villa e lo trovo in giardino con il suo segretario e il suo barbiere. Un uomo robusto con i baffi e i capelli bianchi, a torso nudo indossa solo il tradizionale Longhi, un telo legato intorno alla vita che arriva fino alle caviglie. L’atmosfera e’ tesa, lui non parla e intanto si fa radere (barba e ascelle). Fuori dalla tettoia il monsone impazza. Io mi inchino e saluto Namaskar, forse ho fatto qualcosa di sbagliato perché Sujit imbarazzato rompe il ghiaccio dicendo: Gabriele ci deve essere un errore, lui e’ il membro del parlamento di cui ti ho parlato. Sorrido. Vengo presentato come studente di economia della migliore università’ di Milano, allora il mio sorriso viene ricambiato. Per i primi dieci minuti la mia impressione e’ pessima non sopporto il modo arrogante di stare in silenzio e fissarci intanto che si fa radere le ascelle. Un comunista con una villa maestosa conferma tutti i vizi e le ipocrisie di un ideologia moribonda che viene ancora sfruttata per il benessere di qualche politico.
Quando il barbiere se ne va iniziamo a parlare. Dopo avere constatato che Sujit e’ una persona molto famosa, amico dei suoi amici più importanti nonché amico del premio nobel professor Yunus, il deputato inizia con crescente entusiasmo ad esporre il suo progetto. Vuole lanciare una piccola iniziativa indiana che e’ stata in grado di costruire una lampada efficientissima dotata di pannello solare e batteria per immagazzinare l’elettricità. Costo solo 2000 Rupie (30 Euro) ditrubuendole in leasing tramite le banche di microcredito milioni di famiglie senza elettricità potrebbero finalmente averla. Se come pensa lui dovesse avere successo, potrà diventare un progetto nazionale. Di fronte a questa genuina iniziativa e ai sorrisi che faceva il deputato in questione non ho potuto fare a meno di cambiare un poco la mia opinione. Probabilmente e’ solo una persona che fa bene il suo mestiere e ha la stessa mentalità castista che affligge tutti gli indiani.
E’ incredibile come gli indiani siano incantati ogni volta che vedono un uomo bianco. Molti quando viaggio fuori dalle città mi chiedono timorosi se possono parlare con me per qualche minuto e di fronte al mio si emozionati rispondono ‘grazie grazie siamo così contenti di potere parlare con voi’. Qualcuno mi ha anche detto che sono un alieno, altri mi hanno chiesto l’autografo. A volte e’ difficile essere gentili con tutti specialmente quando vuoi startene per i fatti tuoi, ma non e’ male sentirsi così ammirati.
Per concludere questi brevi pensieri sugli Indiani, i bambini che si portano gli aquiloni in spalla per le strade bagnate dai monsoni, sono una delle cose più belle. Non riuscivo mai a fare volare l’aquilone io, finche un bimbo non e’ venuto e timidamente mi ha chiesto se poteva mostrarmi come volare quel bellissimo pezzo di carta velina. Piano piano con ampi ma graziosi strattoni faceva prendere quota a quel quadratino rosso. Come un sogno, ci vuole tempo e impegno prima che si realizzi. Così l’aquilone piano piano saliva sempre più in alto dove il vento più forte lo faceva volare fiero. Che meraviglia tutti gli occhi dei bambini rivolti al cielo, le nuvole al tramonto sullo sfondo e il loro sogno che si librava tra tanti aquiloni sul cielo di Calcutta. Che sorrisi stupendi, insieme ai loro occhi neri enormi e profondi, sono uno degli spettacoli più emozionanti che abbia mai visto.
Tempo di concludere questa lettera. Vi allego la lettera che ho scritto per presentare ai cinque gruppi di donne di diversi villaggi il mio progetto di teatro comunitario. Me la sono fatta tradurre in bengalese e vado di villaggio in villaggio divertendo le spettatrici con la mia pronuncia buffa e a volte credo incomprensibile. Visitare i Villaggi dell India e’ un esperienza unica ed e’ l unico posto in cui si vede la vera India. Gandhi aveva ragione questo paese non e’ fatto dalle città dove vive forse il 15% della popolazione ma dai villaggi. Dalla stupenda semplicità delle case di fango e dei campi di riso conditi dalla serenità dei loro abitanti.
Il prossimo fine settimana vado a Varanasi, che in sanscrito significa il luogo che attira tutti. Il sogno di ogni Hindu e’ morire in quella città’ e per questo quando un anziano sente che il tempo ormai e’ compiuto si reca a Varanasi e aspetta in riva al Gange il suo nuovo inizio. Sono molto curioso.