Esperienze Caraibiche

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Sulle note di una allegrissima canzone locale che canticchio senza ricordarmi tutte le parole, insisto sul ritornello: Ay, ay, ayyy, que bonita es esta vida…* e richiamo alla memoria i bellissimi ricordi di questi ultimi giorni tra vita di capitale e relax caraibico.

Dopo la mia recente escursione andina sono cominciati gli ultimi due corsi della mia laurea specialistica. Entrambi molto interessanti, il primo riguarda il commercio internazionale mentre il secondo si chiama Negocios Inclusivos. Tratta della necessita’ di esplorare i mercati “alla base della piramide”, quei 2/3 di mondo che in fondo le imprese non hanno mai considerato profittevole. Come coinvolgerli nei nostri mercati? Non solo come consumatori, piuttosto come membri attivi che possano beneficiare di nuovi prodotti, ma allo stesso tempo del benessere che il lavoro necessario alla loro produzione genera. Tema affascinante per gli orizzonti di sviluppo che implica, anche se ideologicamente mi fa riflettere. Quanto e’ corretto esportare il nostro modello di sviluppo tale e quale, se a noi sta creando tanti problemi di sostenibilità. Mi sistemo la coscienza convincendomi che gente con uno stile di vita così modesto, non può che migliorare e rendere più sobrio il nostro livello di consumo.

Due settimane fa e’ arrivata Cecilia che con mia infinita felicita’ sono corso a prendere in aeroporto in una bellissima alba bogotana. Con i miei tre fiorellini tra le braccia, mi faccio spazio tra i mattinieri lavoratori che si chiedono cosa ci faccio sul loro bus alle 5 del mattino. Comodamente mi faccio scaricare di fronte a El Dorado, nome romantico per un aeroporto, e trovo la Ceci che gia’ mi aspetta seduta tra pochi passeggeri accolti dalla capitale colombiana con un caldo sole che faceva capolino dai monti orientali. Eccessivamente felice mi ci vuole qualche tempo per realizzare che sia veramente arrivata, e così, via verso casina per un riposino preparatorio alle lunghe passeggiate per conoscere di nuovo le preziose semplici ricchezze del centro storico. Tra un brindisi e l’altro, in mezzo a qualche museo e le mie ordinarie lezioni arriviamo a Mercoledì quando un aereo ci aspetta per portarci al nord, sulla costa caraibica tanto ricca di aspettative.

Prima tappa Cartagena, stupenda cittadina coloniale, specialmente nel suo centro storico cinto da antiche mura che fanno correre l’immaginazione ai tempi drammatici della conquista e quelli ugualmente difficili dell’indipendenza. Mille stradine s’intrecciano e incantano con i vivaci colori delle case che le contengono. Terrazze in legno da cui scendono rigogliose piante, sullo sfondo di un cielo azzurrissimo, ci lasciamo tentare dai cento venditori ambulanti di succhi. Ognuno specializzato in un frutto, molti dei quali mai visti: e’ incredibile la sensazione di sentire sul palato un sapore così meravigliosamente nuovo che ti sorprende e ti guida a ripetere la piacevole sensazione con tutti i frutti che ci siano… e qui ce ne sono proprio tanti. Dopo aver visitato i principali tesori turistici della città muragliata, ammirando i pescatori che brulicano per sfruttare le ricchezze del mare caraibico decidiamo di fare una passeggiata fuori dei percorsi turistici per vedere qualcosa della vera Cartagena, terminando al forte San Felipe. Giustamente nel simpatico caos caraibico ci sono poveri così miseramente sfortunati da non riuscire a trovare sempre la proverbiale allegria del popolo caraibico. Così si avvicina un ragazzo della mia eta’ ci guardiamo e lui mi fa un sorriso amaro. Vestito di Jeans con un cappello da baseball, mi avvisa che e’ armato e che mi conviene dargli i miei soldi. Io, “felice” del suo approccio, decisamente più diplomatico della media dei rapinatori di quaggiù, colgo la palla del dialogo e mi siedo con lui su di una ringhiera per vedere come limitare i reciproci danni. La sua storia e’ chiaramente miserabile, una vita in strada, abbandonato a se stesso, alla ricerca di una opportunità che gli ha sempre risposto con le coltellate di cui si porta i segni sulle spalle si e’ presto arreso alla necessita’ di cavarsela come può. Io gli racconto qualcosa di me e cerco di spiegargli quanto mi metterebbe in difficoltà, privandomi dei miei pochi soldini. Sembra capire all’inizio, poi si innervosisce, mi dice che sono bravo a parlare ma di dargli i soldi che i suoi compagni di merende lo stanno guardando. Io seguo con la mia tesi sui vantaggi di cooperare mettendosi d’accordo per aiutarsi nelle reciproche difficoltà. Pensavo di dargli 2000 dei pesos (70centesimi) che avevo in tasca, pero chiaramente lui li voleva tutti… ricordandomi delle fregature che una troupe televisiva italiana gli aveva rifilato, mollandolo senza pagarlo. Visto che era diventato un dialogo tra sordi, mi alzo e porgendogli i soldi gli dico che non capisce il danno che sta facendo… pronuncio le seguenti parole: Se nel tuo cuore ti sembra giusto, prendili. Così lui mi rida meta’ della refurtiva!!! Limitati i danni a 4 Euro, mi chiede di pregare per lui e ci salutiamo… M’incammino mano nella mano con Ceci che riflette sugli effetti positivi che potrebbe avere una discussione del genere se fatta a tutti i ladruncoli di Cartagena. Pero’ io mi sento strano. Da un lato potevo seguire esasperandolo con le mie belle parole e vedere dove potevamo arrivare, dall’altro mi ha sfiorato il pensiero di essere stato l’ennesima persona ricca a fregarlo, perché lui da quella brutta situazione molto probabilmente non ci uscirà mai. Semplicemente continuerà a guardare i lussuosissimi grattacieli delle spiagge caraibiche e a ritagliarsi un po di briciole di quella enorme ricchezza che c’è dall’altra parte della città.

In serata andiamo in uno dei locali storici della città, con chiare influenze cubane visto il nome: La Havana. Salsa dal vivo e tra una birretta e l’altra cerco di fare vedere alla Ceci i quattro miseri passi che mi hanno tentato di insegnare. Penso di cavarmela, pero il ritmo e’ tutto nella salsa e quindi sebbene i passi siano corretti, il mio orecchio sottosviluppato credo mi faccia sembrare un po goffo, bhe l’importante e’ divertirsi!!! Di ritorno nel nostro accogliente albergo famigliare ci godiamo il ventilatore sul soffitto fantasticando sulle meraviglie naturali della costa caraibica che ci aspettavano l’indomani al Parco del Tayrona. Riserva indigena e parco nazionale allo stesso tempo.

Salutiamo la bella Cartgena con un buon succo e una passeggiata tra le viuzze del centro e partiamo verso Santa Marta, città dove ha reso l’anima el Libertador Simon Bolivar. Un viaggio infinito che ci fa arrivare 15 minuti prima della chiusura del parco. Facciamo qualche provvista e ci buttiamo sui sentieri per arrivare alle spiagge in compagni di una coppietta di colombiani un po ubriachi.

Da lontano sul sentiero nell’ oscurità che calava sulla selva, vedo un immagine barcollante che sembra fluttuare per aria, con una tunica bianca, sembrava un fantasma. Qualche minuto dopo si rivela essere uno indigeno di etnia Kogi che col padre e la sorellina tenta di ritornare alla sua capanna. Dico tenta perché ubriachi fradici i due omini continuavano a cadere (specialmente il padre) e ad addormentarsi sul sentiero. Io saluto discreto ma non mi fanno caso. Fortunatamente Camillo, il colombiano ciucco, e’ più insistente di me e così inizia il dialogo.

Il padre pero’ e’ davvero troppo ingranato e dopo qualche commento amichevole, crolla a terra e ci ricorda che lui vive li da centinaia di anni e la selva la conosce anche al buio, cosa vogliamo insegnargli!?!? Così un po preoccupati di come la sorellina possa riportare a casa suo padre, ci inoltriamo sempre più tra mille palme, liane, alberoni e miliardi di insettini accompagnati da Baliss che nonostante tutto riesce a camminare. Sembra disposto a raccontare un po di lui e della sua cultura quindi piovono le domande. Il silenzio della selva ci avvolge nella completa oscurità’, i rumori animaleschi della selva sono assordanti per il contrasto con l’assoluta pace del luogo. Chiedo al ragazzo diciassettenne come si dice qualche parola nella sua lingua natale per fare confidenza, lui soddisfa tutti i miei dubbi con uno spagnolo abbastanza comprensibile. E’ l’unico della sua famiglia che lo parla e lo ha imparato da piccolo a Bogota, pero non gli piace la città, la gente non e’ gentile. La mia curiosità’ principale e’ il motivo per cui loro non vogliano che nessuno salga sulle loro montagne. Io cerco di spiegargli la necessita’ di nutrire lo spirito con la purezza delle montagne salandoci fino in cima per imparare tutto ciò che la montagna possa offrire. Loro sono i padroni delle montagne più belle di Colombia, la Sierra Nevada di Santa Marta. Niente da fare lui sembra non aver ascoltato le mie parole e mi risponde che le montagne sono sacre. Da loro viene tutta la vita, tutta l’acqua che la permette. Inoltre sono pericolose, e’ necessario fare dei sacrifici, lui li chiama pagamenti. Incuriosito gli domando in che cosa consistano. Lui ci pensa qualche secondo e sicuro: “Non te lo posso dire, la Madre non vuole”. Allora io voglio sapere della madre, “intendi dire la madre terra?” – “SCHHHHH” mi dice lui. Si e’ lei pero’ non la puoi nominare così, stai bestemmiando. Chiedo scusa. Parliamo di cose meno delicate, come gli infiniti animali e le piante della foresta. Poi lui si ferma e mi dice che deve mandare qualcuno per suo conto a prendersi cura di suo padre affinché arrivi sicuro a casa. Si rivolge verso il cammino alle nostre spalle e con una seria di rotazione delle mani, le avvicina e le allontana dal suo petto. Accompagna tutto con una serie di parole dal significato per me sconosciuto e termina chiudendo gli occhi e concentrandosi in direzione del padre. In quel momento il suo metro e cinquanta di statura sembrava notevolmente aumentato. Di colpo apre gli occhi, mi guarda e mi invita ad andare, spiegandomi che ha mandato uno spirito per suo conto, lo spirito si chiamava Gesù Cristo. La cosa mi ha grandemente sorpreso al che ho voluto comprovare la relazione tra Gesù con la madre terra. Sebbene credo di aver capito che sia figlio della Madre… non ho potuto chiarire oltre perché nel buio pesto Baliss si mette a correre, sparisce qualche minuto per poi spuntare simpaticamente facendoci uno scherzo, Buuuuu. Alle nostre spalle arrivano degli altri stranieri, lui ci chiedo se stanno con noi. Ricevuta la risposta negativa, puff, scompare nella selva. Niente più domande. Rimandate al prossimo incontro.

Noi quattro seguiamo per un altra oretta di cammino, accompagnati dalla mitica torcia a dinamo, regalo del caro Lorenzito. A cui ho mandato molti ringraziamenti dall’altra parte del mondo, visto che il suo fraterno dono mi ha fatto evitare una buona parte delle cacche di mulo e dei pozzi di fango in cui l’ubriaco e’ finito fino al ginocchio… o come lui ha detto “fino all’ano”. Discutendo dei problemi universitari del paese arriviamo all’accampamento di Cabo San Juan. Molta più gente di quanto mi aspettassi, abituato ai deserti parchi di montagna. Noleggiamo una tenda e ci dissetiamo con 2 dei 5 litri di acqua che ci rimanevano, sfamandoci con craker e tonno.

Tutto e’ buio e la nostra immaginazione corre a che tipo di paradiso ci si presenterà l’indomani. All’alba fantastico risveglio, baciati dal sole e dal calore caraibico, sveglio la Ceci ed emozionatissimi corriamo verso la spiaggia immacolata per tuffarci nel mare dei Caraibi!!! L’aria ha un buonissimo odore e noi approfittiamo del vento per fare volare l’aquilone portato fin da Bogotà per godere del suo spensierato svolazzamento dall’alto di quello spiagge stupende e cristalline. Inutile descrive l’emozione della mia prima volta giocando con pesciolini e pescioni tropicali, immergersi e accompagnarli guidato dai loro brillanti colori e’ una sensazione bellissima, per un attimo mi sono sentito nello screensaver di Windows dell’acquario tropicale. La nostra giornata scorre velocissima esplorando le vicine spiagge e un villaggio minuscolo arroccato su di un altipiano. Ricco di terrazzamenti e strade della civiltà Kogi, ospita una ultima famiglia di cui ho conosciuto solo il figlioletto. Un personaggino molto diffidente di otto anni, di cui abbiamo guadagnato la parola facendo una sfida a chi tirava la testata più forte ai tronchi della sua capanna. Così mi ha svelato dove si trovava il fiume del villaggio, dove contro i consigli della lovely ciuzzi, ho placato un po’ della mia epica sete. In premio il bimbo, si e’ vinto l’aquilone, dietro la promessa che lo facesse volare fino al cielo!!!

La serata e’ passata dolcissima mangiando un ottimo pesce alla griglia e l’indomani mattina dopo aver approfittato della spiaggia per qualche ora era giunto il momento di lasciare quel paradiso!! Il cammino che avevamo conosciuto solo nell’oscurità’ della notte e’ incantevole di giorno, salutiamo tutti gli animaletti del Parco e ci avviamo verso i tre bus e l’aereo che ci attendevano per tornare a casa.

Qui fa’ decisamente più freddino e in questo mese sembra piovere decisamente più del solito, pero’ oggi c’è il sole e non ho lezione quindi mi godrò un po della lussuose infrastrutture sportive dell’Università. Poi lavoretto di gruppo e tocca l’ennesima festa d’inaugurazione dell’appartamento che finalmente la nostra ex coinquilina colombiana ha trovato insieme al suo ragazzo, in cambio il nostro appartamento ha guadagnato un’australiana. Domenica gita di classe con il mio proff. Biologo di Medio Ambiente y Desarrollo, gran burlone.

Un abbraccio e un pensiero a tutti

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