Auguri giganti dalle Ande

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Cari,

Probabilmente non mi sono ancora abbastanza integrato nei costumi e nella cultura lavorativa sudamericana, perché non riesco a capire come, per una persona che si sente male su un aereo completamente imbarcato, si debba cancellare il volo intero. Pertanto, bloccato nella bella e tranquilla città di Quito, faccio buon viso a cattivo gioco e colgo le 10 ore di attesa per scrivere questa mail di aggiornamento e auguri.

Da due settimane ho finito tutti i miei esami a Bogotá e ho iniziato il mio lungo e bellissimo viaggio. Lasciare la Colombia è stato duro, come ogni addio a una città che ormai ti è entrata nel cuore. Ho salutato le sue stradine, i suoi panettieri, i grattacieli, le feste e i teatri… i più difficili da salutare sono stati gli amici, ovviamente. Loro che hanno reso l’università e la città così speciali. Ho lasciato tutti sperando di poter tornare per fare la mia tesi con il professore di cui ho già ampiamente parlato. Per investigare, con quei giochi economici descritti nella prima mail, se la fiducia si può o non si può ristabilire in una comunità rurale nel medio termine con uno strumento come il teatro comunitario. Argomento abbastanza rilevante in un paese il cui capitale sociale si è così tanto deteriorato nel tempo a causa della violenza tra guerriglia, sequestri e paramilitari… sponsorizzare i detti giochi di fiducia costerebbe qualche soldino… Mi auguro di trovare qualcuno a cui piaccia tanto il tema che mi dia l’opportunità di chiudere in bellezza la mia carriera universitaria. Il prof. dice che per queste cose i fondi si trovano sempre… a ver.

Questo viaggio è iniziato con il compagno di cordata andino Damian. Nella testa e nel cuore i vulcani ecuadoriani… ci facevano dimenticare la tristezza degli addii colombiani. La prima tappa fu Cali, dove pensavamo di riscaldare un po’ i muscoli delle gambe mettendoci alla prova nella capitale della salsa. La città si è rivelata un po’ vuota a causa della gran festa passata la notte precedente. Ciò nonostante Cali vive per fare festa e qualunque cittadino potrebbe scrivere un dottorato sulle caratteristiche e le dinamiche dei locali caleñi. Fu così che, benedetti dal destino che ci fa incontrare nell’ostello un amico venezuelano, ci diamo al trago (un liquore locale chiamato aguardiente, dal sapore di anice e completamente disgustoso). Alla seconda bottiglia ci rendiamo conto della molestia procurata agli altri ospiti e ci lanciamo alla ricerca di piste da ballo dove sfoggiare i nostri passi elementari.

Presto fatto: con poca grazia e meno equilibrio calchiamo fino all’alba le piste da ballo fino a che, addormentandoci come tre fratellini sulle spalle altrui, un taxi ci riporta a casa. La padrona dell’ostello, comprensiva come una mamma, ci prende un po’ in giro e, al nostro terribile risveglio dall’oltretomba, ci cucina un po’ di intrugli locali per purificare i corpi intossicati.

Il giorno vola combattendo il guayabo (postumi da sbornia) e ci concediamo solo lo sforzo intellettuale di visitare una interessantissima esposizione sul genio di da Vinci. Già si è fatta l’ora di salutare le amicizie legate tanto facilmente e il taxista, imprecatore politico, ci scorrazza fino al terminal dei bus. Diretti alla frontiera, il cuore batte forte all’idea delle alture che ci aspettano.

In solo 16 ore cambiamo 1 bus, 2 taxi, qualche passo a piedi tra le frontiere e infine un ultimo bus. Arriviamo a Quito; subito ci rendiamo conto dell’immensa differenza con Bogotà. La capitale dell’Ecuador è mooolto più tranquilla, rilassata e lo stile architettonico… c’è chi si azzarda a definirla la Firenze del Sud America… (quasi, sia per la storia che per le ottime bistecche con cui mi sono rimpinzato).

Le cose scorrono veloci; noleggiamo le corde e gli imbraghi e ci muoviamo orgogliosamente timorosi tra le strade della nuova Quito. Via verso la prima tappa: il Cotopaxi… un gigante di 5897m. Con Damian, al vedere questo cono perfetto che spunta tra le Ande… aumenta il timore per aver portato con noi due amici un po’ bonaccioni che hanno visto poca montagna. Invece…

L’11-12 mi sveglio alle ore 11pm in un rifugio a 4800m sulle sublimi pendici del Cotopaxi, con me tre compagni di cordata: lo storico Damian e due cari amici, Simon e Andreas. Con Damian condivido un po’ di paura per il gigante che ci aspetta, la notte, il vento, il freddo, i crepacci e soprattutto un po’ di responsabilità per gli altri due… che le guide che accompagnano i vari clienti non vedono di buon occhio, forse perché avrebbero voluto guadagnarci qualcosina (this is another story). A mezzanotte in punto usciamo dal rifugio, bardati come cavalieri… orgogliosi, che nascondono un po’ di timore… ci accodiamo a una cordata per acclimatarci, godiamo del suo lento ritmo, il quadro è tra i più belli che io abbia mai visto. Il vento soffia neve minuscola nell’aria che si scontra con la luce delle mie lanterne, il cielo ci canta cose stupende con stelle nitide moltissime delle quali cadenti… incredibile.

Alle 5 del mattino sorge la luna e si pone sulla cumbre del vulcano imponente, confermando il suo nome che significa collo di luna. Andreas è stremato, ha freddo e si trascina, al momento l’unica cosa da fare mi sembra continuare e lui non ha nessuna intenzione di arrendersi; siamo improvvisamente la prima cordata; chiedo a Damian di precederci per battere un po’ di neve così da favorire la salita di Andreas. Alle 5:45 arriviamo ad una specie di anticima, la luce cambia e io già mi sento strano tanta emozione ho in testa e per tutto il corpo. Ci riuniamo con tre cordate che apparentemente conoscono la via per la cima (un po’ confusa da quella posizione). Ci uniamo, so che manca poco ma la mia corda è sempre tesa con Andreas che barcolla di qua e di là. Ore 6 del mattino. Sembrerò un po’ matto ma con le lacrime agli occhi dalla gioia mettiamo piede sulla cima di un cono perfetto a 5897mslm. Mi trovo davanti a qualcosa di troppo bello, una distesa di montagne molto più basse di noi, alcune coperte da un morbido mare di nuvole… in lontananza spuntano altri giganti ecuadoriani che pazientemente ci guardano, ognuno lanciandoci un invito. A me sembra la bellezza di Dio in terra. Come ciliegina sulla torta, in questo momento il sole spunta ad oriente… senza parole. Qualche congratulazione e un palleggio con un matto di guida colombiana che voleva fare un partita internazionale in altura. Beh, la sensazione segue per vari minuti ma presto è il momento di scendere; la temperatura sale e gli enormi e spaventosamente bei crepacci perdono molto della loro forza; né noi né loro vogliamo trovarci là dentro. Godendo di nuove bellezze nascoste dalla notte, scendiamo fino al rifugio dove arriviamo alle 8 del mattino. Io e Damian siamo troppo felici per essere stanchi… ridiamo solo dei nostri sorrisi e di qualche battuta catartica dei nostri due amici felici ed esausti.

Dopo questo antipasto di alture, ci lanciamo nelle acque bollenti di baños alternate da piacevoli acque fredde…

visitiamo un po’ la città e vediamo come si può organizzare l’ascesa all’ultimo gigante desiderato, il Chimborazo.

Simon e Andreas, stremati dal primo vulcano, ci lasciano tentare soli l’ascesa al punto più lontano dal centro della terra. Incontriamo gente molto ospitale a Riobamba, la città vicina a questo vulcano. Veniamo ospitanti come re e i nostri anfitrioni ci illustrano la lunga e importante storia della loro ridente cittadina nel contesto dell’indipendenza spagnola ai tempi della GRAN Colombia. Interessatissimi… noi aspettiamo solo di partire per il rifugio Whymper ai piedi del gigante. Ci andiamo con un amico (Franklin) che lo ha tentato 200 volte, 50 delle quali è arrivato in vetta.

Incontro dei sud tirolesi molto scettici sull’ascesa: la montagna è pelata, c’è solo ghiaccio perché non piove da mesi e alla luce di un commovente tramonto si sentono cadere molte pietre. Loro non usciranno quella notte. Io, Damian e Franklin, con qualche altra cordata, ci svegliamo alle 9:45pm. Alle 10:55 siamo fuori. Il tempo e le stelle ci benedicono. Ora è tutto nelle nostre mani e questa volta si parla di una montagna vera.

Prometto di non farla troppo lunga adesso. In breve:

Ci aspettavano 1310 m di salita, però stavamo benone. A metà cammino le prime avvisaglie negative di Franklin (quello che si supponeva ci avrebbe aiutato in caso di montaggio di corde fisse). Ha un attacco di panico, cerchiamo di calmarlo… lui si calma… procediamo più lentamente. Attorno ai 6000 sento la corda che mi tira, Damien mi avvisa che il nostro amico pensa che avrà un attacco cardiaco. OTTIMO dico io. Con i piedi congelati non voglio e non mi posso fermare. Che fare? Tornare indietro? Per un attimo penso di andare avanti da solo, poi mi rendo conto della schifosità del pensiero e faccio qualche passo indietro. Ci stringiamo attorno a Franklin… lui non vuole tornare, dice di andare solo più piano. È uno studente di medicina, ha già fatto l’Aconcagua e mi dice di stare tranquillo… tra 5 minuti ripartiamo.

Erano le 4:50am, un freddo indescrivibile. Tremo e tremo, però ormai ci siamo e il sole ci riscalderà in quel pezzo di cielo.

Via si parte… come lumacuzze arriviamo a grattare la testa dell’amato gigante alle 6 del mattino. Ancora una volta in tempo per lo scoppio dell’alba. Altre lacrime, qualche abbraccio un ringraziamento. Cinque minuti di cima e di paradiso… sì, lassù solo così si può definire. E iniziamo a scendere per la paura che Frank si possa risentire male.

La discesa fu lunghissima, ma accompagnata da una vista incantata che quasi sembrava di stare in aereo. Arriviamo al rifugio verso le 10. Non ci credo ancora che ce l’abbiamo fatta. Riguardo le foto, il video che non voleva partire per il freddo… Franklin ci spiega la sua recente tragedia familiare (doppio suicidio di mamma e sorella); tutti i miei consigli si vergognano di essere usciti dalla bocca e si nascondono nel più profondo della mia testa… solo immagino quello che sente.

Scendendo in Jeep ci godiamo il calore tra lama, alpaca y vigogne… pensando di essere stati quasi in cielo, mi addormento felicissimo.

Beh ora, se non voglio perdere il mio volo per il Guatemala (dove finalmente mi aspetta la Ceci!!!! yahoo), devo smettere di scrivere. Chiedo scusa per gli errori di battitura e la scarsità di stile dovuti a fretta e poco sonno.

Faccio a tutti una quantità infinita di auguri di Buon Natale e di un felicissimo inizio d’anno nuovo. Io sarò in viaggio per il Centro America fino al 18 di gennaio. Scriverò, voi fate altrettanto.

Spero di potervi dare presto di persona gli abbracci che ora vi posso solo mandare.

Con Affetto

Vostro Gabri

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