Tag: Colombia

  • Auguri giganti dalle Ande

    Cari,

    Probabilmente non mi sono ancora abbastanza integrato nei costumi e nella cultura lavorativa sudamericana, perché non riesco a capire come, per una persona che si sente male su un aereo completamente imbarcato, si debba cancellare il volo intero. Pertanto, bloccato nella bella e tranquilla città di Quito, faccio buon viso a cattivo gioco e colgo le 10 ore di attesa per scrivere questa mail di aggiornamento e auguri.

    Da due settimane ho finito tutti i miei esami a Bogotá e ho iniziato il mio lungo e bellissimo viaggio. Lasciare la Colombia è stato duro, come ogni addio a una città che ormai ti è entrata nel cuore. Ho salutato le sue stradine, i suoi panettieri, i grattacieli, le feste e i teatri… i più difficili da salutare sono stati gli amici, ovviamente. Loro che hanno reso l’università e la città così speciali. Ho lasciato tutti sperando di poter tornare per fare la mia tesi con il professore di cui ho già ampiamente parlato. Per investigare, con quei giochi economici descritti nella prima mail, se la fiducia si può o non si può ristabilire in una comunità rurale nel medio termine con uno strumento come il teatro comunitario. Argomento abbastanza rilevante in un paese il cui capitale sociale si è così tanto deteriorato nel tempo a causa della violenza tra guerriglia, sequestri e paramilitari… sponsorizzare i detti giochi di fiducia costerebbe qualche soldino… Mi auguro di trovare qualcuno a cui piaccia tanto il tema che mi dia l’opportunità di chiudere in bellezza la mia carriera universitaria. Il prof. dice che per queste cose i fondi si trovano sempre… a ver.

    Questo viaggio è iniziato con il compagno di cordata andino Damian. Nella testa e nel cuore i vulcani ecuadoriani… ci facevano dimenticare la tristezza degli addii colombiani. La prima tappa fu Cali, dove pensavamo di riscaldare un po’ i muscoli delle gambe mettendoci alla prova nella capitale della salsa. La città si è rivelata un po’ vuota a causa della gran festa passata la notte precedente. Ciò nonostante Cali vive per fare festa e qualunque cittadino potrebbe scrivere un dottorato sulle caratteristiche e le dinamiche dei locali caleñi. Fu così che, benedetti dal destino che ci fa incontrare nell’ostello un amico venezuelano, ci diamo al trago (un liquore locale chiamato aguardiente, dal sapore di anice e completamente disgustoso). Alla seconda bottiglia ci rendiamo conto della molestia procurata agli altri ospiti e ci lanciamo alla ricerca di piste da ballo dove sfoggiare i nostri passi elementari.

    Presto fatto: con poca grazia e meno equilibrio calchiamo fino all’alba le piste da ballo fino a che, addormentandoci come tre fratellini sulle spalle altrui, un taxi ci riporta a casa. La padrona dell’ostello, comprensiva come una mamma, ci prende un po’ in giro e, al nostro terribile risveglio dall’oltretomba, ci cucina un po’ di intrugli locali per purificare i corpi intossicati.

    Il giorno vola combattendo il guayabo (postumi da sbornia) e ci concediamo solo lo sforzo intellettuale di visitare una interessantissima esposizione sul genio di da Vinci. Già si è fatta l’ora di salutare le amicizie legate tanto facilmente e il taxista, imprecatore politico, ci scorrazza fino al terminal dei bus. Diretti alla frontiera, il cuore batte forte all’idea delle alture che ci aspettano.

    In solo 16 ore cambiamo 1 bus, 2 taxi, qualche passo a piedi tra le frontiere e infine un ultimo bus. Arriviamo a Quito; subito ci rendiamo conto dell’immensa differenza con Bogotà. La capitale dell’Ecuador è mooolto più tranquilla, rilassata e lo stile architettonico… c’è chi si azzarda a definirla la Firenze del Sud America… (quasi, sia per la storia che per le ottime bistecche con cui mi sono rimpinzato).

    Le cose scorrono veloci; noleggiamo le corde e gli imbraghi e ci muoviamo orgogliosamente timorosi tra le strade della nuova Quito. Via verso la prima tappa: il Cotopaxi… un gigante di 5897m. Con Damian, al vedere questo cono perfetto che spunta tra le Ande… aumenta il timore per aver portato con noi due amici un po’ bonaccioni che hanno visto poca montagna. Invece…

    L’11-12 mi sveglio alle ore 11pm in un rifugio a 4800m sulle sublimi pendici del Cotopaxi, con me tre compagni di cordata: lo storico Damian e due cari amici, Simon e Andreas. Con Damian condivido un po’ di paura per il gigante che ci aspetta, la notte, il vento, il freddo, i crepacci e soprattutto un po’ di responsabilità per gli altri due… che le guide che accompagnano i vari clienti non vedono di buon occhio, forse perché avrebbero voluto guadagnarci qualcosina (this is another story). A mezzanotte in punto usciamo dal rifugio, bardati come cavalieri… orgogliosi, che nascondono un po’ di timore… ci accodiamo a una cordata per acclimatarci, godiamo del suo lento ritmo, il quadro è tra i più belli che io abbia mai visto. Il vento soffia neve minuscola nell’aria che si scontra con la luce delle mie lanterne, il cielo ci canta cose stupende con stelle nitide moltissime delle quali cadenti… incredibile.

    Alle 5 del mattino sorge la luna e si pone sulla cumbre del vulcano imponente, confermando il suo nome che significa collo di luna. Andreas è stremato, ha freddo e si trascina, al momento l’unica cosa da fare mi sembra continuare e lui non ha nessuna intenzione di arrendersi; siamo improvvisamente la prima cordata; chiedo a Damian di precederci per battere un po’ di neve così da favorire la salita di Andreas. Alle 5:45 arriviamo ad una specie di anticima, la luce cambia e io già mi sento strano tanta emozione ho in testa e per tutto il corpo. Ci riuniamo con tre cordate che apparentemente conoscono la via per la cima (un po’ confusa da quella posizione). Ci uniamo, so che manca poco ma la mia corda è sempre tesa con Andreas che barcolla di qua e di là. Ore 6 del mattino. Sembrerò un po’ matto ma con le lacrime agli occhi dalla gioia mettiamo piede sulla cima di un cono perfetto a 5897mslm. Mi trovo davanti a qualcosa di troppo bello, una distesa di montagne molto più basse di noi, alcune coperte da un morbido mare di nuvole… in lontananza spuntano altri giganti ecuadoriani che pazientemente ci guardano, ognuno lanciandoci un invito. A me sembra la bellezza di Dio in terra. Come ciliegina sulla torta, in questo momento il sole spunta ad oriente… senza parole. Qualche congratulazione e un palleggio con un matto di guida colombiana che voleva fare un partita internazionale in altura. Beh, la sensazione segue per vari minuti ma presto è il momento di scendere; la temperatura sale e gli enormi e spaventosamente bei crepacci perdono molto della loro forza; né noi né loro vogliamo trovarci là dentro. Godendo di nuove bellezze nascoste dalla notte, scendiamo fino al rifugio dove arriviamo alle 8 del mattino. Io e Damian siamo troppo felici per essere stanchi… ridiamo solo dei nostri sorrisi e di qualche battuta catartica dei nostri due amici felici ed esausti.

    Dopo questo antipasto di alture, ci lanciamo nelle acque bollenti di baños alternate da piacevoli acque fredde…

    visitiamo un po’ la città e vediamo come si può organizzare l’ascesa all’ultimo gigante desiderato, il Chimborazo.

    Simon e Andreas, stremati dal primo vulcano, ci lasciano tentare soli l’ascesa al punto più lontano dal centro della terra. Incontriamo gente molto ospitale a Riobamba, la città vicina a questo vulcano. Veniamo ospitanti come re e i nostri anfitrioni ci illustrano la lunga e importante storia della loro ridente cittadina nel contesto dell’indipendenza spagnola ai tempi della GRAN Colombia. Interessatissimi… noi aspettiamo solo di partire per il rifugio Whymper ai piedi del gigante. Ci andiamo con un amico (Franklin) che lo ha tentato 200 volte, 50 delle quali è arrivato in vetta.

    Incontro dei sud tirolesi molto scettici sull’ascesa: la montagna è pelata, c’è solo ghiaccio perché non piove da mesi e alla luce di un commovente tramonto si sentono cadere molte pietre. Loro non usciranno quella notte. Io, Damian e Franklin, con qualche altra cordata, ci svegliamo alle 9:45pm. Alle 10:55 siamo fuori. Il tempo e le stelle ci benedicono. Ora è tutto nelle nostre mani e questa volta si parla di una montagna vera.

    Prometto di non farla troppo lunga adesso. In breve:

    Ci aspettavano 1310 m di salita, però stavamo benone. A metà cammino le prime avvisaglie negative di Franklin (quello che si supponeva ci avrebbe aiutato in caso di montaggio di corde fisse). Ha un attacco di panico, cerchiamo di calmarlo… lui si calma… procediamo più lentamente. Attorno ai 6000 sento la corda che mi tira, Damien mi avvisa che il nostro amico pensa che avrà un attacco cardiaco. OTTIMO dico io. Con i piedi congelati non voglio e non mi posso fermare. Che fare? Tornare indietro? Per un attimo penso di andare avanti da solo, poi mi rendo conto della schifosità del pensiero e faccio qualche passo indietro. Ci stringiamo attorno a Franklin… lui non vuole tornare, dice di andare solo più piano. È uno studente di medicina, ha già fatto l’Aconcagua e mi dice di stare tranquillo… tra 5 minuti ripartiamo.

    Erano le 4:50am, un freddo indescrivibile. Tremo e tremo, però ormai ci siamo e il sole ci riscalderà in quel pezzo di cielo.

    Via si parte… come lumacuzze arriviamo a grattare la testa dell’amato gigante alle 6 del mattino. Ancora una volta in tempo per lo scoppio dell’alba. Altre lacrime, qualche abbraccio un ringraziamento. Cinque minuti di cima e di paradiso… sì, lassù solo così si può definire. E iniziamo a scendere per la paura che Frank si possa risentire male.

    La discesa fu lunghissima, ma accompagnata da una vista incantata che quasi sembrava di stare in aereo. Arriviamo al rifugio verso le 10. Non ci credo ancora che ce l’abbiamo fatta. Riguardo le foto, il video che non voleva partire per il freddo… Franklin ci spiega la sua recente tragedia familiare (doppio suicidio di mamma e sorella); tutti i miei consigli si vergognano di essere usciti dalla bocca e si nascondono nel più profondo della mia testa… solo immagino quello che sente.

    Scendendo in Jeep ci godiamo il calore tra lama, alpaca y vigogne… pensando di essere stati quasi in cielo, mi addormento felicissimo.

    Beh ora, se non voglio perdere il mio volo per il Guatemala (dove finalmente mi aspetta la Ceci!!!! yahoo), devo smettere di scrivere. Chiedo scusa per gli errori di battitura e la scarsità di stile dovuti a fretta e poco sonno.

    Faccio a tutti una quantità infinita di auguri di Buon Natale e di un felicissimo inizio d’anno nuovo. Io sarò in viaggio per il Centro America fino al 18 di gennaio. Scriverò, voi fate altrettanto.

    Spero di potervi dare presto di persona gli abbracci che ora vi posso solo mandare.

    Con Affetto

    Vostro Gabri

  • Esperienze Caraibiche

    Sulle note di una allegrissima canzone locale che canticchio senza ricordarmi tutte le parole, insisto sul ritornello: Ay, ay, ayyy, que bonita es esta vida…* e richiamo alla memoria i bellissimi ricordi di questi ultimi giorni tra vita di capitale e relax caraibico.

    Dopo la mia recente escursione andina sono cominciati gli ultimi due corsi della mia laurea specialistica. Entrambi molto interessanti, il primo riguarda il commercio internazionale mentre il secondo si chiama Negocios Inclusivos. Tratta della necessita’ di esplorare i mercati “alla base della piramide”, quei 2/3 di mondo che in fondo le imprese non hanno mai considerato profittevole. Come coinvolgerli nei nostri mercati? Non solo come consumatori, piuttosto come membri attivi che possano beneficiare di nuovi prodotti, ma allo stesso tempo del benessere che il lavoro necessario alla loro produzione genera. Tema affascinante per gli orizzonti di sviluppo che implica, anche se ideologicamente mi fa riflettere. Quanto e’ corretto esportare il nostro modello di sviluppo tale e quale, se a noi sta creando tanti problemi di sostenibilità. Mi sistemo la coscienza convincendomi che gente con uno stile di vita così modesto, non può che migliorare e rendere più sobrio il nostro livello di consumo.

    Due settimane fa e’ arrivata Cecilia che con mia infinita felicita’ sono corso a prendere in aeroporto in una bellissima alba bogotana. Con i miei tre fiorellini tra le braccia, mi faccio spazio tra i mattinieri lavoratori che si chiedono cosa ci faccio sul loro bus alle 5 del mattino. Comodamente mi faccio scaricare di fronte a El Dorado, nome romantico per un aeroporto, e trovo la Ceci che gia’ mi aspetta seduta tra pochi passeggeri accolti dalla capitale colombiana con un caldo sole che faceva capolino dai monti orientali. Eccessivamente felice mi ci vuole qualche tempo per realizzare che sia veramente arrivata, e così, via verso casina per un riposino preparatorio alle lunghe passeggiate per conoscere di nuovo le preziose semplici ricchezze del centro storico. Tra un brindisi e l’altro, in mezzo a qualche museo e le mie ordinarie lezioni arriviamo a Mercoledì quando un aereo ci aspetta per portarci al nord, sulla costa caraibica tanto ricca di aspettative.

    Prima tappa Cartagena, stupenda cittadina coloniale, specialmente nel suo centro storico cinto da antiche mura che fanno correre l’immaginazione ai tempi drammatici della conquista e quelli ugualmente difficili dell’indipendenza. Mille stradine s’intrecciano e incantano con i vivaci colori delle case che le contengono. Terrazze in legno da cui scendono rigogliose piante, sullo sfondo di un cielo azzurrissimo, ci lasciamo tentare dai cento venditori ambulanti di succhi. Ognuno specializzato in un frutto, molti dei quali mai visti: e’ incredibile la sensazione di sentire sul palato un sapore così meravigliosamente nuovo che ti sorprende e ti guida a ripetere la piacevole sensazione con tutti i frutti che ci siano… e qui ce ne sono proprio tanti. Dopo aver visitato i principali tesori turistici della città muragliata, ammirando i pescatori che brulicano per sfruttare le ricchezze del mare caraibico decidiamo di fare una passeggiata fuori dei percorsi turistici per vedere qualcosa della vera Cartagena, terminando al forte San Felipe. Giustamente nel simpatico caos caraibico ci sono poveri così miseramente sfortunati da non riuscire a trovare sempre la proverbiale allegria del popolo caraibico. Così si avvicina un ragazzo della mia eta’ ci guardiamo e lui mi fa un sorriso amaro. Vestito di Jeans con un cappello da baseball, mi avvisa che e’ armato e che mi conviene dargli i miei soldi. Io, “felice” del suo approccio, decisamente più diplomatico della media dei rapinatori di quaggiù, colgo la palla del dialogo e mi siedo con lui su di una ringhiera per vedere come limitare i reciproci danni. La sua storia e’ chiaramente miserabile, una vita in strada, abbandonato a se stesso, alla ricerca di una opportunità che gli ha sempre risposto con le coltellate di cui si porta i segni sulle spalle si e’ presto arreso alla necessita’ di cavarsela come può. Io gli racconto qualcosa di me e cerco di spiegargli quanto mi metterebbe in difficoltà, privandomi dei miei pochi soldini. Sembra capire all’inizio, poi si innervosisce, mi dice che sono bravo a parlare ma di dargli i soldi che i suoi compagni di merende lo stanno guardando. Io seguo con la mia tesi sui vantaggi di cooperare mettendosi d’accordo per aiutarsi nelle reciproche difficoltà. Pensavo di dargli 2000 dei pesos (70centesimi) che avevo in tasca, pero chiaramente lui li voleva tutti… ricordandomi delle fregature che una troupe televisiva italiana gli aveva rifilato, mollandolo senza pagarlo. Visto che era diventato un dialogo tra sordi, mi alzo e porgendogli i soldi gli dico che non capisce il danno che sta facendo… pronuncio le seguenti parole: Se nel tuo cuore ti sembra giusto, prendili. Così lui mi rida meta’ della refurtiva!!! Limitati i danni a 4 Euro, mi chiede di pregare per lui e ci salutiamo… M’incammino mano nella mano con Ceci che riflette sugli effetti positivi che potrebbe avere una discussione del genere se fatta a tutti i ladruncoli di Cartagena. Pero’ io mi sento strano. Da un lato potevo seguire esasperandolo con le mie belle parole e vedere dove potevamo arrivare, dall’altro mi ha sfiorato il pensiero di essere stato l’ennesima persona ricca a fregarlo, perché lui da quella brutta situazione molto probabilmente non ci uscirà mai. Semplicemente continuerà a guardare i lussuosissimi grattacieli delle spiagge caraibiche e a ritagliarsi un po di briciole di quella enorme ricchezza che c’è dall’altra parte della città.

    In serata andiamo in uno dei locali storici della città, con chiare influenze cubane visto il nome: La Havana. Salsa dal vivo e tra una birretta e l’altra cerco di fare vedere alla Ceci i quattro miseri passi che mi hanno tentato di insegnare. Penso di cavarmela, pero il ritmo e’ tutto nella salsa e quindi sebbene i passi siano corretti, il mio orecchio sottosviluppato credo mi faccia sembrare un po goffo, bhe l’importante e’ divertirsi!!! Di ritorno nel nostro accogliente albergo famigliare ci godiamo il ventilatore sul soffitto fantasticando sulle meraviglie naturali della costa caraibica che ci aspettavano l’indomani al Parco del Tayrona. Riserva indigena e parco nazionale allo stesso tempo.

    Salutiamo la bella Cartgena con un buon succo e una passeggiata tra le viuzze del centro e partiamo verso Santa Marta, città dove ha reso l’anima el Libertador Simon Bolivar. Un viaggio infinito che ci fa arrivare 15 minuti prima della chiusura del parco. Facciamo qualche provvista e ci buttiamo sui sentieri per arrivare alle spiagge in compagni di una coppietta di colombiani un po ubriachi.

    Da lontano sul sentiero nell’ oscurità che calava sulla selva, vedo un immagine barcollante che sembra fluttuare per aria, con una tunica bianca, sembrava un fantasma. Qualche minuto dopo si rivela essere uno indigeno di etnia Kogi che col padre e la sorellina tenta di ritornare alla sua capanna. Dico tenta perché ubriachi fradici i due omini continuavano a cadere (specialmente il padre) e ad addormentarsi sul sentiero. Io saluto discreto ma non mi fanno caso. Fortunatamente Camillo, il colombiano ciucco, e’ più insistente di me e così inizia il dialogo.

    Il padre pero’ e’ davvero troppo ingranato e dopo qualche commento amichevole, crolla a terra e ci ricorda che lui vive li da centinaia di anni e la selva la conosce anche al buio, cosa vogliamo insegnargli!?!? Così un po preoccupati di come la sorellina possa riportare a casa suo padre, ci inoltriamo sempre più tra mille palme, liane, alberoni e miliardi di insettini accompagnati da Baliss che nonostante tutto riesce a camminare. Sembra disposto a raccontare un po di lui e della sua cultura quindi piovono le domande. Il silenzio della selva ci avvolge nella completa oscurità’, i rumori animaleschi della selva sono assordanti per il contrasto con l’assoluta pace del luogo. Chiedo al ragazzo diciassettenne come si dice qualche parola nella sua lingua natale per fare confidenza, lui soddisfa tutti i miei dubbi con uno spagnolo abbastanza comprensibile. E’ l’unico della sua famiglia che lo parla e lo ha imparato da piccolo a Bogota, pero non gli piace la città, la gente non e’ gentile. La mia curiosità’ principale e’ il motivo per cui loro non vogliano che nessuno salga sulle loro montagne. Io cerco di spiegargli la necessita’ di nutrire lo spirito con la purezza delle montagne salandoci fino in cima per imparare tutto ciò che la montagna possa offrire. Loro sono i padroni delle montagne più belle di Colombia, la Sierra Nevada di Santa Marta. Niente da fare lui sembra non aver ascoltato le mie parole e mi risponde che le montagne sono sacre. Da loro viene tutta la vita, tutta l’acqua che la permette. Inoltre sono pericolose, e’ necessario fare dei sacrifici, lui li chiama pagamenti. Incuriosito gli domando in che cosa consistano. Lui ci pensa qualche secondo e sicuro: “Non te lo posso dire, la Madre non vuole”. Allora io voglio sapere della madre, “intendi dire la madre terra?” – “SCHHHHH” mi dice lui. Si e’ lei pero’ non la puoi nominare così, stai bestemmiando. Chiedo scusa. Parliamo di cose meno delicate, come gli infiniti animali e le piante della foresta. Poi lui si ferma e mi dice che deve mandare qualcuno per suo conto a prendersi cura di suo padre affinché arrivi sicuro a casa. Si rivolge verso il cammino alle nostre spalle e con una seria di rotazione delle mani, le avvicina e le allontana dal suo petto. Accompagna tutto con una serie di parole dal significato per me sconosciuto e termina chiudendo gli occhi e concentrandosi in direzione del padre. In quel momento il suo metro e cinquanta di statura sembrava notevolmente aumentato. Di colpo apre gli occhi, mi guarda e mi invita ad andare, spiegandomi che ha mandato uno spirito per suo conto, lo spirito si chiamava Gesù Cristo. La cosa mi ha grandemente sorpreso al che ho voluto comprovare la relazione tra Gesù con la madre terra. Sebbene credo di aver capito che sia figlio della Madre… non ho potuto chiarire oltre perché nel buio pesto Baliss si mette a correre, sparisce qualche minuto per poi spuntare simpaticamente facendoci uno scherzo, Buuuuu. Alle nostre spalle arrivano degli altri stranieri, lui ci chiedo se stanno con noi. Ricevuta la risposta negativa, puff, scompare nella selva. Niente più domande. Rimandate al prossimo incontro.

    Noi quattro seguiamo per un altra oretta di cammino, accompagnati dalla mitica torcia a dinamo, regalo del caro Lorenzito. A cui ho mandato molti ringraziamenti dall’altra parte del mondo, visto che il suo fraterno dono mi ha fatto evitare una buona parte delle cacche di mulo e dei pozzi di fango in cui l’ubriaco e’ finito fino al ginocchio… o come lui ha detto “fino all’ano”. Discutendo dei problemi universitari del paese arriviamo all’accampamento di Cabo San Juan. Molta più gente di quanto mi aspettassi, abituato ai deserti parchi di montagna. Noleggiamo una tenda e ci dissetiamo con 2 dei 5 litri di acqua che ci rimanevano, sfamandoci con craker e tonno.

    Tutto e’ buio e la nostra immaginazione corre a che tipo di paradiso ci si presenterà l’indomani. All’alba fantastico risveglio, baciati dal sole e dal calore caraibico, sveglio la Ceci ed emozionatissimi corriamo verso la spiaggia immacolata per tuffarci nel mare dei Caraibi!!! L’aria ha un buonissimo odore e noi approfittiamo del vento per fare volare l’aquilone portato fin da Bogotà per godere del suo spensierato svolazzamento dall’alto di quello spiagge stupende e cristalline. Inutile descrive l’emozione della mia prima volta giocando con pesciolini e pescioni tropicali, immergersi e accompagnarli guidato dai loro brillanti colori e’ una sensazione bellissima, per un attimo mi sono sentito nello screensaver di Windows dell’acquario tropicale. La nostra giornata scorre velocissima esplorando le vicine spiagge e un villaggio minuscolo arroccato su di un altipiano. Ricco di terrazzamenti e strade della civiltà Kogi, ospita una ultima famiglia di cui ho conosciuto solo il figlioletto. Un personaggino molto diffidente di otto anni, di cui abbiamo guadagnato la parola facendo una sfida a chi tirava la testata più forte ai tronchi della sua capanna. Così mi ha svelato dove si trovava il fiume del villaggio, dove contro i consigli della lovely ciuzzi, ho placato un po’ della mia epica sete. In premio il bimbo, si e’ vinto l’aquilone, dietro la promessa che lo facesse volare fino al cielo!!!

    La serata e’ passata dolcissima mangiando un ottimo pesce alla griglia e l’indomani mattina dopo aver approfittato della spiaggia per qualche ora era giunto il momento di lasciare quel paradiso!! Il cammino che avevamo conosciuto solo nell’oscurità’ della notte e’ incantevole di giorno, salutiamo tutti gli animaletti del Parco e ci avviamo verso i tre bus e l’aereo che ci attendevano per tornare a casa.

    Qui fa’ decisamente più freddino e in questo mese sembra piovere decisamente più del solito, pero’ oggi c’è il sole e non ho lezione quindi mi godrò un po della lussuose infrastrutture sportive dell’Università. Poi lavoretto di gruppo e tocca l’ennesima festa d’inaugurazione dell’appartamento che finalmente la nostra ex coinquilina colombiana ha trovato insieme al suo ragazzo, in cambio il nostro appartamento ha guadagnato un’australiana. Domenica gita di classe con il mio proff. Biologo di Medio Ambiente y Desarrollo, gran burlone.

    Un abbraccio e un pensiero a tutti

  • Seconde dalla Colombia

    Dalla meravigliosa e assolata terrazza della mia casetta nel centro storico di Bogotà ecco, dopo una lunga serie di giornate intensissime, qualche nuove pensiero da questo paese, grande bello e complicato. Mi piace cominciare con la quotidianità delle mie giornate, che in ogni momento (o quasi) della loro routine sono piene di dettagli sorprendenti che riescono sempre ad emozionarmi.

    Sveglia di buon mattino tra i primi raggi del sole o le prime gocce di pioggia che regala il mio abbaino e dopo una ricca colazione a base di cereali, caffellatte e churros ripieni di marmellata, saluto sorridendo al portiere che pazientemente ogni mattina mi insegna qualcosa di nuovo e mi tuffo tra le fumose strade della candelaria. Come ogni centro veramente storico che si rispetti, la mattina e’ un turbinio di persone, la mia percezione e’ sicuramente molto soggettiva pero’ mi sembra che la gente cammini con una certa frettolosa calma. Svincolandomi tra le varie richieste di servigi io conservo la mia frettolosa camminata, dovuta ai perenni ritardi, e in un quarto d’ora abbondante arrivo all’università’ che si trova ai piedi della piccola catena montuosa che protegge il lato orientale della città. Incomincio con un più o meno appassionante lavoro di gruppo cercando di produrre qualcosa di buono per le varie presentazioni in classe. Tra quelli più interessanti c’e’ sicuramente quello sui motivi dei comportamenti pro sociali nelle relazioni economiche umane. Trovo affascinante e confortante come nella realtà il nostro comportamento sia ben lontano da quello dell’Homo Economicus. Il buon vecchio Adam Smith nella sua teoria sui sentimenti morali aveva già’ capito tutto quello che i recenti esperimenti stanno dimostrando. La nostra evoluzione ci ha regalato una naturale predisposizione a metterci nei panni del prossimo. E’ vero che di rado compartiamo la gioia delle persone a meno che non ci siano vicine, pero e’ senz’altro vero che nell’assistere a situazioni di sofferenza non possiamo fare a meno di identificarci con le difficoltà’ sofferte dal prossimo e aiutarlo. Questo e’ dimostratissimo da una infinita’ di esperimenti basati sulla teoria dei giochi. Un esempio su tutti: il gioco del castigo dei terzi. Il primo giocatore deve decidere quanto dei suoi 100 $ ripartire con un secondo giocatore che non ha facoltà di denunciare una eventuale ingiustizia. Allo stesso momento pero’ un terzo giocatore al quale sono stati regalati 50$ può giudicare a seconda della sua opinione la ingiustizia nella ripartizione dei 100$ dati in dono e sanzionare il primo giocatore pagando 10$ per privare il primo con una multa di 30$. Se fossimo esseri solo razionali nessuno si proverebbe del suo proprio benessere per sanzionare una ingiustizia accaduta tra terzi. Eppure questo accade e la cosa incredibile e’ che accade in ogni angolo del pianeta, anche se in misura differente.

    Ultimo dato che conferma la nostra natura di Homo Emoticus (via di mezzo tra Homo Economicus e Homo Aequalis) e’ il gioco dell’Ultimatum! Due giocatori si devono accordare su come dividersi i famosi 100$ il primo offre una percentuale e il secondo può solo accettare o rifiutare, nel secondo caso entrambi i giocatori restano a mani vuote. Ebbene le offerte basse vengono storicamente rifiutate dalla maggior parte delle persone (irrazionale se ci pensiamo) pero’ vengono accettate nel case in cui il giocatore che fa l’offerta sia un computer. Esistono esperimenti di questo gioco monitorati con radiografie delle zone di attivita’ del nostro cervello. Quando la controparte e’ un computer ci limitiamo a calcolare freddamente, ma nel caso in cui sia una persona il 90% del cervello si attiva in una tempesta emotiva che cerca di comprendere il comportamento altrui in uno sforzo di promuovere a tutti i costi il nostro sentimento di giustizia e uguaglianza.

    Bene, per non annoiare troppo con le mie gioie accademiche meglio proseguire con la routine quotidiana. Al mezzodi’ mi aspetta il mio nuovo gruppo di teatro con cui sto preparando un opera di Dario Fo: Morte Accidentale di un Anarchico. Divertentissimo giocare per una buona mezz’oretta di riscaldamento fino a che qualcuno non si rompe un labbro o distrugge un pianoforte andandocisi a schiantare come il sottoscritto. A questo punto iniziamo a provare con la proverbiale flemma degli attori colombiani. Il registra del gruppo e’ anche fondatore del teatro libero di Bogota’, una persona ricchissima di pensieri che incanta nel rispondere ad alcune nostre perplessità sul suo ultimo spettacolo (I demoni di Dostoevskij).

    Parlando di teatro qui la produzione e’ fertilissima. Decine e decine di teatri sparsi sull’infinito territorio della città celebrano ancora un teatro povero fatto di riflessioni ed esplorazione dell’animo umano, dove i registi si azzardano addirittura a portare degli alani in scena che al termine del loro ruolo scelgono il loro spettatore preferito e chiedono i propri applausi in coccole.

    Dopo il gruppo di teatro un bel pranzetto economico nei dintorni del campus con zuppa bogotana e piatto unico annegato tra mille fagioli un po di carne e una buona banana fritta. Pronto per andare a lezione dove non c’e’ spazio per l’abbiocco come in Italia. Qui si sta sull’attenti perché da un momento all’altro… Erba mi spiega questa parte della lettura?

    Tra una lezione e l’altra resistere al piacere di un secondo churro con caffellatte nella semplice panetterie Donna Blanca e’ quasi impossibile. Non foss’altro che per il piacere di uscire a pancia piena e contemplare le nuvole che nonostante il loro volume immenso si muovo rapide attorno ai monti e si fondono in giochi amorosi tra la luna e i santuari del Montserrat.

    Carico per la mia presentazione che deve durare dalle 6 alle 9 di sera entro in classe e miracolosamente passano tre ore di un dibattito che mi sta troppo a cuore. Anzi a volte mi inquieta addirittura. Lo sviluppo. Quale modello dobbiamo seguire? E’ giusto imporre il nostro modello di crescita economica e consumo? Non e’ forse vero che ogni cultura ha una propria evoluzione e un proprio sviluppo? La mia temporanea conclusione e’ l’apprendimento reciproco tra crescita occidentale e sostenibilita’ locale. Mutuo apprendimento di quanto ogni saggezza secolare ci può dare. Può suonare come un compromesso ma altrimenti io che lavoro mi posso inventare?

    La giornata si conclude spesso con una birretta da Donna Cecil, o una festosa cena a casa tra lezioni di salsa improvvisate e interessanti chiacchierate con viaggiatori o vicini di casa.

    In queste settimane di interessanti chiacchierate ne ho fatte a bizzeffe, mi fa riflettere come durante i viaggi ho l’impressione di cogliere maggiormente i momenti di approfittare delle persone che incontro in maniera più intensa. E di come mi sembra di essere fortunatissimo nel chiacchierare con funzionari della croce rossa che mediano tra capi guerriglia e governo o giornalisti di guerra che hanno intervistato il leggendario Tirofijo e il meno carismatico Cano. Poter riversare su di loro una infinita’ di curiosità’ su come queste persone sono veramente, che cosa c’e’ nei loro occhi, se sono consapevoli dell’intorno che hanno creato. Qui c’e’ chi sminuisce il problema e chi lo esalta. Io parlo per il quartiere del sud che ho avuto la fortuna di visitare anche se sotto scorta, per organizzare con qualche amico una giornata del bimbo. Alle pendici di un monte che ricorda in tutto e per tutto il Golgota, per le tre enormi croci che si trovano sulla sua cima, si trovano una dozzina di migliaia di desplazados. Gente che ogni mese accoglie una cinquantina di persone che ha avuto la disgrazia di compartire la loro stessa sorte. Vedersi arrivare in case gente armata e sentirsi dire: Vattene o ti ammazziamo la famiglia, risparmio i racconti di atrocità inumane che vengono perpetrate in questi contesti. Ovviamente non sono solo le FARC, ma decine di differenti gruppi che in un modo o nell’altro riescono comprarsi le armi con i soldi di un traffico promosso in larga parte da noi ragazzi occidentali.

    Parlando di questo un uomo mi ha detto: mio caro, questo non si potrà mai fermare finche’ esiste qualcosa che qui possiamo produrre per 3000 e vendere laggiù’ per 300 000. Un argomento che merita dissertazioni troppo lunghe e complicate e le cui argomentazioni si possono trovare già su molti libri.

    Pero’ una cosa che non si può trovare sui libri e’ la forza e l’incanto di un attore di strada che racconta la storia di un desplazamiento chiamandola l’uomo più felice del mondo. Questa persona era tanto felice perché era innamorato, ma così innamorato che il mondo per lui non aveva più segreti o meglio a lui non sembravano segreti. Tutto era chiaro perché ciò che provava per la sua amata era tanto grande da fargli comprendere automaticamente tutto il resto. Non faceva altro che sorridere e spiegare alla gente la magia del mondo in cui si trovavano. Di tutto ciò che e’ stato creato a partire dal più piccolo e buffo degli insetti fino ad arrivare alla montagna più grande ed imponente. Ebbene un giorno quest’uomo torno a casa. E sua mogli piangeva piangeva a dirotto. Questa volta non poteva capire, così le domando’ il perché di tanta tristezza. Lei cerco di spiegare più’ volte l’episodio con parole dolci ma l’uomo sempre fraintendeva la disgrazia per un grazia. Fino a che la donna trovo le parole giuste: Arrivarono degli uomini, fecero delle cose terribili in tutto il villaggio e prima di andarsene mi lasciarono qui nell’ultimo punto che vedranno i miei occhi in questa vita. Allora l’uomo di rese conto che la compagna si trovava su di una mina.

    Incredibilmente l’uomo torno’ a sorridere con quei suoi occhi pieni di amore. Inizio’ a baciare la donne. E fecero l’amore. Lo fecero dolcemente, come chiaramente lo si può fare su di una mina. Allora l’uomo pose i suoi piedi sull’ordigno e con grazia fece scendere la donna, e le disse di correre lontano, senza voltarsi un attimo. Lei piangeva ma faceva ciò che le aveva detto l’uomo. Lui la guardava correre lontano e sorrideva, era così felice che si mise a piangere, dopo qualche tempo la vide scomparire e arrivo’ il momento in cui calo’ la notte e poi sorse il sole. Allora lui si addormento’ e cadde, la mina scoppio’ e uccise molta gente. La sua anima pero’ cantava felice perché dall’alto vedeva il seme di una nuova vita germogliare perché l’uomo non fosse mai più malvagio.

    Ecco si questo conflitto terminerà quando tutti i figli degli uomini più’ felici del mondo diventeranno grandi.

    Tantissime sono le cose che vorrei raccontare di questo paese che ogni giorno mi regala una emozione nuova. Volare con il vento con solo un parapendio sulla testa e guardare la vegetazione unica che si trova sugli alti e dolci pendii andini oppure immergermi in una cava di sale immensa e incontrare a cento metri di profondità una cattedrale immensa grande come san Pietro… pero’ qualcuna di queste avventure le devo conservare per quando torno altrimenti che vi racconto?

    Pero’ alcuni pensieri della mia visita ad uno dei musei meglio fatti che io abbia visitato, il museo dell’oro. Certo, dopo la gioia di far volare un aquilone nelle nuvole, ero ben predisposto a raccogliere le perle di saggezza preispanica che sono conservate tra le vetrine del museo. Culture affascinanti e molto riflessive nonostante le difficoltà di comunicazione a cause di un territorio tanto complesso da dominare come quello andino. A partire dall’uso che essi facevano dei metalli preziosi: tre metalli per tre colori che rappresentano tre mondi ultraterreni. Unico modo per tentare di comunicare con questi mondi era attraverso questi metalli. Indossando oro, argento e bronzo i capi villaggio potevano estendere alla comunità le loro esperienze spirituali aiutati da qualche fogliolina magica. Allo stesso modo potevano tentare di emulare la saggezza degli uccelli che loro veneravo per la loro capacita’ di distaccarsi dalle sofferenze terrene, elevarsi al di sopra delle alture e maturare saggezza vedendo lontano al di la della montagne. Gli uccelli erano gli unici che potevano veramente comunicare tra terra e cielo.

    Erano culture altamente simboliche. Gli orecchini dei capi ad esempio erano di un oro lavorato finissimamente e in maniera così complessa da rappresentare l’acqua che penetra in tutta la terra attraverso una infinita’ di rigagnoli, meteora del loro potere che aveva occhi e orecchi per ogni dove. Continuando con le rappresentazioni della loro postura di meditazione: a gambe incrociate con i gomiti sulle ginocchia. Rappresentavano un uomo a forma di cesto così’ da potere essere in grado di raccogliere le sagge scoperte che raggiungevano durante lunghe meditazioni. Ultimo simbolo bellissimo e’ la forma delle urne in cui raccoglievano le ceneri dei propri morti, a forma di utero o grembo materno per favorire un nuovo ciclo della vita.

    E come dimenticare la leggenda di El Dorado. Le tribù che abitavano l’altopiano di Bogota’ credevano fermamente nella necessita’ di un equilibrio tra elementi naturali. Le disgrazie occorrevano quando questo equilibrio si rompeva. Allora c’era una sola cosa da fare: Re e Regine ricoperti dei loro simboli d’oro si bagnavano nelle lagune che conservano l’acqua dei monti. Il resto della comunità si disponeva attorno alla laguna e attendeva di spalle il dono dell’oro alla laguna. Al termine di questo rituale, gli uomini spogliati di parte della loro materialità recuperavano l’equilibrio perduto tra gli elementi. Chissà che non possa essere un suggerimento anche per la nostra civiltà!

    Dopo quasi tre fine settimana Bogotani, che mi hanno largamente arricchito e fatto sentire ancora più vicino a questa gente, il mio prossimo fine settimana inizierà’ mercoledì notte. Con la complicità dei professori che qui sono tanto in gamba de venire a bersi una birra con te per continuare a chiacchierare dopo classe, salterò’ alcune lezioni per immergermi finalmente nelle Ande della Sierra Nevada del Cocuy. Campo base a 4600m per scalare almeno tre cinquemila fino a domenica. Nel silenzio incantato delle pendici glaciali vi manderò un infreddolito ma sicuramente commosso saluto.

    Mando un forte abbraccio a tutti

    Vostro Gabri