Indiani

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Cari,

Che confusione e quante domande mi pongo ogni volta che cammino per le strade di Calcutta. E’ una città sporca, dall’aria quasi irrespirabile, letteralmente assordante eppure così impetuosamente vitale da sembrarmi bella.

Mentre gioivo nel leggere le vostre ultime risposte, ho capito che pochi o nessuno di voi ha idea di quello che io concretamente faccio qui. Pensando che sia un dubbio di tutti, prima di raccontarvi quello che ho in mente per questa lettera, chiarirò brevemente qual’e’ il mio lavoro qui.

Innanzitutto, premetto che tutti i progetti di microcredito che ho visto fino ad ora possono continuare a rendere migliaia di donne autosufficienti e migliorare la società nel suo insieme anche solamente con il lavoro degli impiegati indiani. Infatti dopo aver svolto il mio lavoro d’ufficio richiesto dalla sede di Milano che mi ha mandato, mi sono subito accorto che il compito del volontario internazionale e’ ben diverso da quello di svolgere il lavoro di tutti i giorni. Questo e’ particolarmente vero in una delle aree più densamente popolate del mondo in cui di certo non e’ la forza lavoro a mancare, quanto la motivazione. La genialità del fondatore di questo progetto, tralasciando l’innovativa teoria di sviluppo utilizzata, e’ stata nel continuare a nutrire di motivazione ed energia la sua organizzazione tramite l’arrivo continuo di volontari da tutto il mondo. Nello svolgere l’ attività di tutti i giorni con il personale indiano, io ricevo alcune delle lezioni più importanti della mia vita e loro come dice il direttore del Institute for Indian Mother & Child: trovano in noi volontari fonte di grande ispirazione. Personalmente credo che sia vero il contrario, ovvero che siamo noi a dovere trovare fonte di grande ispirazione in loro, ma apparentemente le cose in questo modo funzionano molto bene.

Per dirvela in maniera più spiccia. Quotidianamente mi occupo di visitare le varie sedi delle filiali di microcredito, faccio domande e interviste, scrivo rapporti e faccio “spionaggio” intervistando i manager di altre organizzazioni più grandi per  migliorare il settore micro creditizio di IIMC (Inoltro un esempio di intervista appena fatta). Durante il pomeriggio mi dedico ad attività che sto avviando io: il community theatre (di cui vi allego la lettera che domani leggero’ in Bengalese a tutte le donne partecipanti al micro credito) e un’attività di produzione del sapone cominciata con la brillante idea di Alessio che e’ l’unico altro studente ad occuparsi di microcredito. Infine mi godo i momenti più belli nel giocare con i bimbi a biglie, con l’aquilone… e alla sera…che bello essere trattenuti da mille braccine che non ne vogliono sapere di farti andare a letto.

Con il passare dei giorni qui inizio a comprendere, anche se in modo molto sfumato, qualche caratteristica della società Indiana. Potrei dilungarmi in interminabili descrizioni dei posti stupendi che vedo durante i miei viaggi, o parlare dell immensa pace che ho trovato a Bodhgaya sotto l’albero davanti al quale il principe Siddartha ha raggiunto l’illuminazione diventando Buddha o di molte altre cose ancora. Pero’ proprio per la premessa fatta all’inizio, parlerò’ delle emozioni che hanno impresso in me gli abitanti dei luoghi in cui ho viaggiato e in cui sto vivendo.

L’antropologia degli indiani avrebbe bisogno di diversi volumi di un enciclopedia per essere discussa, io dirò ciò che ho notato fino ad ora. Innanzitutto bisogna dire che sono davvero tanti, ma così tanti che non si fatica a dire… che sono troppi. Ho menzionato questo perché penso sia una caratteristica che influenza molto il loro comportamento. Girare con i mezzi pubblici e’ a dir poco una sfida di velocità e forza perché ovunque sono a centinaia e quando il treno o il pullman arriva, prima che si fermi (se si ferma) comincia la ressa per conquistare il vagone. Durante questa lotta si può perdere di tutto, la cosa più facile da perdere sono le ciabatte. E’ brutto da dire ma essendo così tanti si comportano esattamente come una sola massa… come un oceano che vuole entrare nella piccola porticina di un autobus. Un altra cosa che ho osservato e’ che non esiste cortesia nel fare sedere una signora o un anziano, nella mia quasi-consapevole ingenuità’ penso di cambiare il loro comportamento cedendo il mio posto sull autobus o sul treno. Probabilmente in una situazione in cui non c’e’ spazio per tutti, naturalmente questo e’ il comportamento che viene spontaneo. Per la cronaca qui esistono ancora gli scompartimenti riservati  alle donne, dove puntualmente io mi sono seduto tutto contento di avere trovato posto la prima volta, una signora un po severamente mi ha ripreso ed io mi sono alzato un po imbarazzato.

Nonostante questo bizzarro modo di viaggiare sui mezzi pubblici, ultimamente ho imparato ad apprezzarlo ed ora me lo godo proprio anzi mi diverto. Qualche giorno fa di ritorno dal centro dove mi ero recato per comprare l’attrezzatura necessaria a produrre il sapone (progetto nato dall idea di Alessio di cui vi parlerò quando avrà successo) ho preso il treno per tornare alla clinica. Essendo ormai le cinque del pomeriggio una fiumana di persone tornava dalla città verso i loro villaggi. Uomini per ogni dove eravamo tutti così schiacciati da avere ogni parte del corpo appiccicata a quella di un altro. Per fortuna qui io sono un po più alto della media per cui almeno le ascelle altrui non ero costretto a fronteggiarle; nonostante tutto tra una gomitata e l’altra, tra una testata e l’altra… grondante di sudore come un maratoneta, il ragazzo che avevo di fronte mi guarda. Ride della situazione e attacca: Fratello come va? (Dada Kemon acho?) Allora mi passa tutto lo spazientimento, capisco quanto queste persone siano in grado di accettare con serenità condizioni che nessuno tollererebbe nel nostro mondo. Scoppio a ridere e rispondo Kub Balho DADA (Molto bene fratello maggiore), e mi sono abbandonato al gioco delle spinte. Mi ci sono volute due stazioni per raggiungere la porta del treno, l’India e’ il paese delle folle e te lo devi godere.

Un altro costume da me non condiviso e’ quello di non ringraziare per i piccoli gesti di cortesia quotidiani, la cortesia qui tra indiani e’ merce quasi introvabile e di questo mi dispiaccio. L’unica forma di cortesia presente in modo significativo, ahimè, e’ quella forzata da una persona appartenente ad una casta superiore. Nonostante l’abolizione per legge questa struttura verticistica rimane radicatissima in tutti gli indiani, troppo spesso anche in quelli istruiti. Il bramino si fa riconoscere dal cognome e dal vestito, tutti sanno che lui appartiene alla casta più elevata, quella che il dio Brahma ha generato dalla sua testa. Un tempo lo stato di Bramino si otteneva con lo studio, per cui un uomo di cultura veniva venerato e rispettato perché più colto degli altri e di conseguenza superiore. Da qualche secolo a questa parte la nascita sancisce l’appartenenza di classe, e dei vecchi bramini rimane solo l arroganza. Le caste di mezzo sono i guerrieri (proprietari terrieri) che provengono dalle braccia del sopracitato dio, poi i commercianti provenienti dalle gambe e infine gli agricoltori che Brahma ha creato dai suoi piedi. Questa gerarchia sembra garantire una certa armonia e alcuni dicono sia l’unica soluzione per prevenire l’india dal caos. La realtà e’ che millenni orsono quando i grandi saggi Hindu scrissero i loro testi sacri, gettando le radici per il ben più puro e meno compromesso Buddhismo, i potenti di allora vollero assicurarsi di conservare il loro status quo per sempre. Così nacquero le caste. Lo scopo di ogni Hindu e’ tramite il sacrificio, la preghiera e l’adorazione liberarsi dal ciclo delle rinascite che ci legano a questa realtà illusoria e raggiungere il Nirvana. Il sistema castale e’ sopravvissuto fino ad oggi perché’ ai membri delle caste inferiori e’ stato detto che devono svolgere solamente i mestieri adatti al loro rango se vogliono progredire di casta in una rinascita futura. Ovviamente nessuno si azzardo mai a discutere questa norma che se trasgredita non permetterebbe mai loro di raggiungere la liberazione o il Nirvana. Questo perché secondo l induismo solo un Bramino (membro della casta più alta) può raggiungere il Nirvana.

Personalmente credo sia un terribile modo per perpetrare ingiustizie. Il problema e’ che qui la legge non esiste, o meglio, quando esiste si occupa di tutto meno che delle persone. Il sistema giudiziario e le forze dell ordine sono talmente piccoli di fronte alla popolazione enorme che piuttosto che fare poco, non fanno nulla. Gli incidenti stradali sono all’ordine del giorno, a volte si scende dalla macchina si schiamazza un po, e poi ognuno per la sua strada. Se un uomo, una donna o un bambino viene investito, nessun processo inziera’ nessuna multa… ciò che e’ successo e’ successo, ora il malcapitato ha una gamba di meno e se non riesce a farsi tornare il sorriso vivendo così, il mondo va avanti ugualmente. Ecco perché il sistema delle caste da’ loro una parvenza di ordine, perché qui il concetto di ordine e’ lontanissimo dal nostro.

Sopra non ho parlato dell’ultima casta, gli intoccabili o fuori casta, un quarto di tutta la popolazione. Sono considerati reietti, miserabili fanno i lavori più riprovevoli e se per sbaglio toccano e mettono il piede nell ombra di un bramino, sarà peggio per loro. Per molti indiani gli intoccabili sono peggio della spazzatura, inquinano solamente la loro società. Queste persone hanno generalmente degli occhi dolcissimi e un modo disperatissimo di chiedere l’elemosina. A Calcutta, dove la miseria e la povertà più impensabili hanno deciso di stabilirsi, qualche intoccabile perde addirittura la forza di domandare ai mille passanti del denaro. Così si lascia morire al lato della strada dove scorre l’acqua della fogna, dall altra parte, un cane morto da giorni e mezzo divorato da topi e insetti. Questa e’ la faccia più brutta dell’ India,  un paese così duro da permettere che i neonati vengano abbandonati sui marciapiedi finche la madre non si ricorda di venirli a prendere; un paese in cui i bambini piangono perché hanno fame e poi una mattina si svegliano e non hanno neanche più la forza di piangere e allora dormono, dormono così a lungo che non vedranno più l’inferno in cui hanno avuto la sventura di nascere.

Vorrei scrivere ancora di questa India, sto vedendo così tanta povertà che a volte mi incupisco e non riesco a capire. Non capisco chi ha deciso che non fossi io quel bambino sul ciglio della strada tra fango topi e cani rabbiosi…Non capisco e ogni volta che ci penso non trovo pace.

Ora sono tentato di cancellare questa parte di lettera, a pochi interesserà e alcuni non gradiranno ciò che ho scritto, ma anche questi sono i miei pensieri in questo viaggio.

Meglio tornare all argomento principale di questa e-mail, gli indiani. Vi racconterò di qualcuno di loro.

Il primo e’ il Dottor Sujit fondatore del progetto per cui lavoro. Bengalese di umili origini, come molti del Bangladesh si e’ trasferito in India durante la guerra d’indipendenza dal Pakistan del 1971. E’ riuscito a studiare fino a diventare dottore, si e’ conquistato una borsa di studio in Belgio si e’ specializzato in quel paese e poi grazie ad un consiglio chiesto al padre spirituale di Madre Teresa ha deciso di tornare in India, per fare qualcosa per il suo paese. E l’ha fatto, eccome se l’ha fatto. Grazie ai fondi degli amici europei e ai volontari internazionali che non sono mai mancati ha messo su un organizzazione che conta sei cliniche, diverse scuole e cinque banche di microcredito.

Per l’appunto ha iniziato con l’aiuto medico, poi rendendosi conto che i pazienti tornavano sempre con gli stessi problemi ha capito che aprire delle scuola li avrebbe aiutati a sviluppare le loro potenzialità e crescere in modo autosufficiente. Infine constatando come il professor Yunus che molti non potevano mandare i figli a scuola perché non avevano neppure i soldi per comprarsi gli strumenti di lavoro; avvio’ anche qui un progetto di microcredito. E’ un modello di sviluppo fantstico e’ quasi miracoloso. Purtroppo c’e’ un pero’. Il caro dottor Sujit non si allontanerà mai dalla mentalità gerarchica che vuole sempre rimarcare la superiorità’ del vertice sugli altri. In base a questo principio non delega nulla. Tutto deve passare per la sua approvazione, questo e’ il più grande limite di questa organizzazione. Durante il mio rapporto finale assieme ai cambiamenti che suggerirò per il microcredito sarò molto fermo anche su questo punto. Sujit mi ha anche fatto capire come sia difficile quando si cresce e si vive circondati da miseria e disperazione conservare le proprie emozioni. Lui ha eliminato quasi tutte le sue emozioni se una donna moribonda arriva alla clinica e non ci sono gli strumenti o i fondi per curarla, viene rimandata a casa. Alla domanda: Dottor Sujit ma che ne sarà di lei se nessun ospedale la accetta? La risposta con occhi commossi non dalla situazione ma dalla nostra ingenuità’: Morirà. In India ogni giorno muoiono 40000 mamme e bambini per cause evitabili.

Sempre con il dottor Sujit mi sono recato a visitare un membro del parlamento eletto nel West Bengal (la regione dove mi trovo). Essendo la provincia in India in cui il comunismo e’ più forte e radicato che in tutta l’India, il deputato in questione era per l’appunto comunista. Molto sospettoso entro nel viale della sua villa e lo trovo in giardino con il suo segretario e il suo barbiere. Un uomo robusto con i baffi e i capelli bianchi, a torso nudo indossa solo il tradizionale Longhi, un telo legato intorno alla vita che arriva fino alle caviglie. L’atmosfera e’ tesa, lui non parla e intanto si fa radere (barba e ascelle). Fuori dalla tettoia il monsone impazza. Io mi inchino e saluto Namaskar, forse ho fatto qualcosa di sbagliato perché Sujit imbarazzato rompe il ghiaccio dicendo: Gabriele ci deve essere un errore, lui e’ il membro del parlamento di cui ti ho parlato. Sorrido. Vengo presentato come studente di economia della migliore università’ di Milano, allora il mio sorriso viene ricambiato. Per i primi dieci minuti la mia impressione e’ pessima non sopporto il modo arrogante di stare in silenzio e fissarci intanto che si fa radere le ascelle. Un comunista con una villa maestosa conferma tutti i vizi e le ipocrisie di un ideologia moribonda che viene ancora sfruttata per il benessere di qualche politico.

Quando il barbiere se ne va iniziamo a parlare. Dopo avere constatato che Sujit e’ una persona molto famosa, amico dei suoi amici più importanti nonché amico del premio nobel professor Yunus, il deputato inizia con crescente entusiasmo ad esporre il suo progetto. Vuole lanciare una piccola iniziativa indiana che e’ stata in grado di costruire una lampada efficientissima dotata di pannello solare e batteria per immagazzinare l’elettricità. Costo solo 2000 Rupie (30 Euro) ditrubuendole in leasing tramite le banche di microcredito milioni di famiglie senza elettricità potrebbero finalmente averla. Se come pensa lui dovesse avere successo, potrà diventare un progetto nazionale. Di fronte a questa genuina iniziativa e ai sorrisi che faceva il deputato in questione non ho potuto fare a meno di cambiare un poco la mia opinione. Probabilmente e’ solo una persona che fa bene il suo mestiere e ha la stessa mentalità castista che affligge tutti gli indiani.

E’ incredibile come gli indiani siano incantati ogni volta che vedono un uomo bianco. Molti quando viaggio fuori dalle città mi chiedono timorosi se possono parlare con me per qualche minuto e di fronte al mio si emozionati rispondono ‘grazie grazie siamo così contenti di potere parlare con voi’. Qualcuno mi ha anche detto che sono un alieno, altri mi hanno chiesto l’autografo. A volte e’ difficile essere gentili con tutti specialmente quando vuoi startene per i fatti tuoi, ma non e’ male sentirsi così ammirati.

Per concludere questi brevi pensieri sugli Indiani, i bambini che si portano gli aquiloni in spalla per le strade bagnate dai monsoni, sono una delle cose più belle. Non riuscivo mai a fare volare l’aquilone io, finche un bimbo non e’ venuto e timidamente mi ha chiesto se poteva mostrarmi come volare quel bellissimo pezzo di carta velina. Piano piano con ampi ma graziosi strattoni faceva prendere quota a quel quadratino rosso. Come un sogno, ci vuole tempo e impegno prima che si realizzi. Così l’aquilone piano piano saliva sempre più in alto dove il vento più forte lo faceva volare fiero. Che meraviglia tutti gli occhi dei bambini rivolti al cielo, le nuvole al tramonto sullo sfondo e il loro sogno che si librava tra tanti aquiloni sul cielo di Calcutta. Che sorrisi stupendi, insieme ai loro occhi neri enormi e profondi, sono uno degli spettacoli più emozionanti che abbia mai visto.

Tempo di concludere questa lettera. Vi allego la lettera che ho scritto per presentare ai cinque gruppi di donne di diversi villaggi il mio progetto di teatro comunitario. Me la sono fatta tradurre in bengalese e vado di villaggio in villaggio divertendo le spettatrici con la mia pronuncia buffa e a volte credo incomprensibile. Visitare i Villaggi dell India e’ un esperienza unica ed e’ l unico posto in cui si vede la vera India. Gandhi aveva ragione questo paese non e’ fatto dalle città dove vive forse il 15% della popolazione ma dai villaggi. Dalla stupenda semplicità delle case di fango e dei campi di riso conditi dalla serenità dei loro abitanti.

Il prossimo fine settimana vado a Varanasi, che in sanscrito significa il luogo che attira tutti. Il sogno di ogni Hindu e’ morire in quella città’ e per questo quando un anziano sente che il tempo ormai e’ compiuto si reca a Varanasi e aspetta in riva al Gange il suo nuovo inizio. Sono molto curioso.

Un abbraccio a tutti. Vostro Gabri

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