
Cari,
E’ una caldissima serata qui a Kitgum nel Nord Uganda e la stagione delle piogge si fa desiderare concedendosi a piccoli singhiozzi. In questa tappa africana non essendo piu’ uno studente, la mia gestione del tempo si e’ modificata radicalmente e ho continuato a rimandare le occasioni di scrivere. Pero’ dopo quattro settimane in questa terra piena di fascino e mistero, i pensieri mi escono dagli occhi. Per fare spazio ai loro discendenti, ecco che ricominciano i miei racconti.
Per chi ancora non lo sapesse, grazie all’aiuto di un mio vecchio professore sono diventato l’Assistant Program Manager per AVSI nel Nord Uganda in una regione chiamata Acholi Land. Mi occupo dell’ implementazione di due progetti, il primo per la generazione di reddito tra soggetti vulnerabili e il secondo per il ritorno a casa della popolazione dai campi di sfollati che la scriteriata guerra degli ultimi vent’anni ha generato.
Sono arrivato a Kampala ormai un mese fa’, accolto da una pioggia monsonica il caldo non mi ha impressionato piu’ di tanto. Quello che attirava la mia attenzione erano i colori della strada, delle piante, delle bancarelle e degli abiti della gente. Per citare un caro amico, avevo l’impressione di essere in uno di quei primi film a colori degli anni 60. La terra rossa traboccante d’acqua mi dava il benvenuto in un mondo nuovissimo che da tanto tempo volevo vivere. Eccomi in Africa.
La base di AVSI a Kampala e’ un piccolo giardino botanico ben tenuto con tanti piccoli marmocchi bianchi che si aggirano indaffarati nei loro giochi. Italiani e Ugandesi mi fanno sentire subito come se fossi di casa tra cene e consigli su cose da vedere in citta’. Emozionato esco dal cancello dopo aver depositato la mia pesante valigia piena di scarponi da montagna, corde e moschettoni che non sono ancora riuscito ad usare. La musica e le tante attivita’ del popolo baganda catturano il mio sguardo mentre mi dirigo verso il porticciolo del Lago Vittoria che il piu’ grande recipiente di acqua dolce dell’Africa. Tra le baracche del mercato strabordante di cavoli, pomodori, pesci, zampe appena macellate, tazze di tanti colori, carbone e tante altre mercanzie vedo dei dinosauri sicuramente discendenti degli pterodattili! Sorpreso chiedo come si chiamano: sono dei Marabu, uccellacci dall’aspetto macabro quanto quello di un becchino consumato dalla sua professione. Alti circa come un bambino di dieci anni, stanno gobbi e passeggiano per i moli in cerca di carcasse e spazzatura da digerire. Ogni volta che decollano da un lampione ci manca poco che facciano cadere tutto.
Mi guardo in giro, sono decisamente il piu’ pallido, comincio a sentire i primi richiami scherzosi “Ehi Muzungu, Muzungu!!!” Parola che significa bianco. Sorrido, prendo un taxi collettivo conosciuto come Matato e mi dirigo in centro. La caoticita’ e la sporcizia mi ricordano un po Calcutta ma fortunatamente per Kampala non c’e’ così tanta miseria. Ad ogni modo la povertà non risparmia molti dentro, ma soprattutto fuori dalla citta’. Ci sono diversi immigrati indiani, tutti abbastanza arricchiti grazie alle loro ottime qualità da commercianti, entrano ed escono da un tempio Hindu vicino al Parlamento. Passeggiando per la capitale mi immagino i luoghi in cui mi trovo all’epoca del crudele e sanguinario Amin (ricordate il film L’ultimo Re di Scozia), con questi pensieri storici in testa cammino tutto il giorno tra ristoranti, meccanici, venditori ambulanti, tante biciclette, moltissimi Matato e altrettanti boda boda che sono moto taxi i cui piloti sono dei veri e propri creativi del codice della strada.
Come ultima tappa mi tengo il leggendario Owino Market. Me lo voglio proprio godere visto che alcuni mi hanno sconsigliato di andarci a causa della sua immensità fatta di vicoli bui e claustrofobici e di qualche ladruncolo. Niente poteva incuriosirmi piu’ di una simile descrizione. Intenzionato a vedere questo gigante e a comprarmi un paio di sandali, entro pretendendo di avere l’aria di chi conosce il posto. Di mercato ne ho visto qualcuno nel mondo ma ci vuole poco per rendermi conto che questo e’ proprio diverso. La luce quasi scompare, oscurata delle strabordanti mercanzie che fanno da pareti e soffitto. C’e’ qualche spiraglio di luce che entra come quando le persiane sono un po inclinate, sufficiente a farmi vedere questo mondo sotterraneo. Sono in un termitaio di mercanti, nonostante il buio anche qui i colori la fanno da padroni. Il legno che separa le bancarelle si fonde con il fango lucido. I commercianti se non dormono mangiano, se non mangiano cercano di accolappiarti una mano, altrimenti sono troppo presi dai loro dibattiti. Tutti si confondono con i loro articoli, sembrano camaleonti che emergono all’ultimo della loro mimesi per tentare un buon affare.
Sono estasiato voglio addentrarmi sempre piu’ nel labirinto di Owino, con un fanciullesco desiderio di perdermi, spendo un po’ di tempo tra questi cuniculi fino a spuntare di nuovo alla luce del sole non senza i miei nuovi sandali.
La capitale e’ interessante, ma la sera nessuno esce, dal compound di AVSI. Comunque di vita mondana ne ho fatta abbastanza in Colombia io voglio partire per la mia destinazione finale: il nord. Verso le piccole cittadine di Gulu e Kitgum, dove il caldo e’ torrido e lo Stato arriva ancora meno che da altre parti. Li si parla un altra lingua, c’e’ altra gente e sicuramente molto poco di quello che si trova a kampala. Sono curiosissimo, mi offro di andare in bus. Ma il mio entusiasmo viene bloccato dai dirigenti AVSI, loro mi ricordano che in quanto parte dello staff, non posso prendere mezzi pubblici per spostarmi. Dopo qualche negoziazione ho scoperto che almeno li posso prendere fuori dagli orari di lavoro.
Durante una fresca mattina mentre il sole sorge, con la puntuale velocità che si trova solo all’equatore, mi appresto a salire sul pick up in compagnia di JhonPaul, che mi impartirà’ la prima lezione di Acholi, una lingua dai suoni difficili ma dalla sintassi semplicissima. La strada e’ tutta asfaltata e in buone condizioni, il sole batte gia forte e mi emoziono mentre superiamo il Nilo, incredulo all’idea che sia lo stesso fiume che arriva in Egitto. Ai lati alberi e arbusti della savana scorrono piu’ o meno fitti a seconda della loro vicinanza all’acqua. Nel viaggio ci accompagna anche un donatore italiano di Pesaro, Mauro, uomo di mezza eta’ semplicemente buono e appassionato ad aiutare i popoli che per una vita ha visitato. Con lui ho passato i primi giorni a Kitgum, girovagando per i villaggi a vedere che nuovi progetti potrebbe iniziare a finanziare. Gli faccio da traduttore e mi godo un piacevole e sorridente compagno di viaggio.
Durante la visita ad un ospedale guidati da un medico di Premana, unico montanaro nei paraggi con cui ho subito familiarizzato, ci imbattiamo in un parto complicato. Il bimbo e’ nato dopo una giornata di travaglio e non emette suono, non vuole proprio respirare. E’ pallidissimo, quasi bianco, e l’infermiera cerca di fare avviare i suoi minuscoli polmoni con uno strumento per far respirare il bambino. Fausto e la sua assistente Ilaria, chiedono per quanto tempo e’ stato ventilato il piccolo. Un’ora dicono. Nella umile sala da parto il bianco e il nero delle pareti sono sbiaditi, e si confondono nel mezzo. Fausto si gira, maschera una educata imprecazione e dice che allora e’ tutto inutile, se il bimbo non parte dopo mezz’ora, e’ molto improbabile che lo faccia. Un giorno lui aveva tentato di far respirare un neonato per quattro ore…
Vi lascio immaginare come mi sono sentito io. Cuore e pancia si sono strizzati e sono sprofondati. Ma come? Come? Lo lasciamo qua? No, no, ha solo bisogno di un aiutino, ancora un po. La presenza di due non dottori deve aver fatto perdere un po di razionalità ai due medici che hanno deciso di portare il bimbo all’ospedale di Kitgum, fondato da Padri Comboniani dove c’e’ una macchina per l’ossigeno. Dopo un cammino infinito pieno di buche e frenate improvvise sul poderoso landcruiser, arriviamo. La povera mamma disorientata, accenna un sorriso ma riesce solo a sdraiarsi. Ilaria continua a pompare ritmicamente aria dentro al cucciolo, il tempo passa. Si fa sera e non c’e’ niente da fare. Cerchiamo di farlo piangere perché spalanchi questi benedetti polmoni ma ogni volta esce solo un piccolo lamento. Io non ci credo che non voglia vivere, lo pizzico lo massaggio mi viene da piangere e lo incoraggio; dai che stavolta ti prendi dentro tutta l aria che c’e’. I tentativi di pianto si fermano puntualmente dopo il quarto o il quinto gemito, nonostante il fastidio che cerchiamo di provocargli per farlo continuare.
Siamo tutti mortificati e alla fine capisco il mio atteggiamento inopportuno, in un contesto dove ogni giorno quei drammi accadono e sono inevitabilmente accettati. Nonostante tutto la infermiera e’ molto comprensiva con chi vive questa sensazione di ostinata impotenza per la prima volta. Ora pero’, dice che ormai non resta che battezzarlo. Chiama la madre. Io mi nascondo gli occhi, mi sembra un funerale. Chiedono il nome del piccolo e la madre dice Goroum, ma l’infermiera insiste per un nome cristiano. Dopo aver espresso il mio dissenso per questa necessita’, lascio perdere e istintivamente dico Luca, non so perché ma ce lo avevo in testa. La mamma, giustamente, vuole anche chiamarlo come Ilaria che pazientemente ha gonfiato i suoi capricciosi polmoni per ore. Così sarà Ilario Luca Goroum. Tutti aspettano che qualcuno cominci la cerimonia, nessuno si fa avanti… la infermiera con sicurezza e grande raccoglimento prende in mando la situazione. Iniziamo a pregare, non mi era mai capitato di sentire la necessita di intensificare la mia preghiera avvertendo il tempo così impietosamente pressante. L’acqua cade sulla fronte di Ilario poi sul rosso pavimento dell’ospedale. A me sembra che la pancia si muova, non dico niente sicuro di immaginarmi tutto. Fausto dice lo stesso, allora ci credo ed effettivamente piano piano muove quel suo piccolo pancino respirando!!! Sono felicissimo l’ indomani quando dopo messa vado a vedere come sta, e’ vivo, vivo vivo! Lo sapevo. Non avrà vita facile, anzi altre complicazioni appaiono sul suo futuro… credo, spero che ora non soffra piu’.
L’antipasto di routine qui e’ durato poco, il lunedì’ spavaldo mi presento al team del progetto per cui lavoro. Sorridente, entusiasta, vengo un po’ smorzato dall’iniziale timidezza locale che scambio per mancanza di confidenza. Federico, Program Manager a cui faccio da assistente e’ venuto da Gulu (cittadina piu’ grande a due ore di jeep da qui) per farmi l’ultimo briefing pratico prima di cominciare. Molto rapido e comprensivo nei confronti delle mie domande mi rassicura che facendo le cose tutto sarà piu chiaro. Familiarizzo con le responsabilità, la gestione dei soldi, la firma delle autorizzazioni di ferie al mio staff, i moduli per gli ordini interni e quelli esterni per cui bisogna indire una gara… bla bla bla. Cose da vecchi burocrati penso io, pero sotto sotto mi sento emozionato quando c’e’ bisogno di una mia firma per far partire un pagamento ai beneficiari o agli insegnanti durante i training che organizziamo.
Infatti la bellezza di questo progetto sta nel fornire ai beneficiari una dose minima di conoscenza per gestire il prestito a fondo perduto che gli viene concesso. Li assistiamo nel fare un business plan, una indagine di mercato, fare conoscere la propria attivita’ e tenerne i conti! E’ incredibile come la maggior parte delle persone nonostante avessero ricevuto il denaro non lo hanno ne’ investito ne’ speso fino alla loro partecipazione in questi corsi di formazione. Il secondo training, ancora piu interessante, a mio avviso, e’ quello sulle dinamiche di gruppo. Come formare un consorzio di piccoli imprenditori, unire le proprie forze e la diversità dei propri talenti per raggiungere risultati ancora migliori. Io ho delle riserve per quanto riguarda i prestiti a fondo perduto ma… il donatore ha un interesse accademico in questo esperimento. Molte volte, bisogna accettare dei compromessi piccoli o grandi per realizzare qualcosa e fare qualche concreto passo in avanti.
A parte il giorno a settimana che spendo in ufficio per organizzare tutto il meccanismo, per il resto sono sempre in giro sballonzolando sull’inarrestabile land cruiser in compagnia del mio autista Andrew Kagwa grande maestro di acholi e infiammato opinionista storico e politico. Poveraccio, raccoglie risultati molto scarsi con me, perché in parole altrui, non mi leverò mai questo buffo accento esotico. Quindi all’arrivo di queste lunghe cavalcate sulle strade rosse, ci sono sempre una mezza dozzina di beneficiari da visitare. Spesso anche a bordo di una fatiscente Yamaha 150, con un Field Officer che traduce e compila un questionario, vado di capanna in capanna. Le case sono davvero tutte uguali: rotonde fatte con mattoni di terra cotta, fango secco e paglia sul tetto. L’ingresso e’ sempre molto basso e puntualmente mi riempio la testa di paglia nell’entrare. Solitamente dentro ci vive tutta la famiglia (a meno che i figli non siano gia’ grandi) pertanto si trova un materasso, qualche pentola e i differenti attrezzi del mestiere o gli articoli immagazzinati e in attesa di essere venduti. Mi stupisco sempre della pulizia e della durezza del pavimento, nonostante sia fatto della stessa terra che c’e’ fuori, mischiata con un po’ di sterco di vacca. Normalmente i fornelli consistono in un buco, nel detto pavimento, adiacente alla parete dove vengono depositate delle braci per la cottura. Una piccola finestrella svolge la funzione di cappa. A volte si trovano due capanne per famiglia, una cucina e una camera da letto.
Puntualmente nei villaggi vengo accolto con un po’ di sorpresa e con grandi sorrisi da queste persone che hanno un modo bellissimo per mostrare rispetto nell presentazioni. Essi infatti, sostengono il polso della mano che tendono per salutare con l’altra mano, così da mostrare la loro totale attenzione per il nuovo arrivato. Tutt’altro che vigorosa la stretta di mano e’ gentile e quasi timida direi, piuttosto in contrasto con la mole solitamente grande di queste persone. Anche nella lingua vi sono sufficienti indizi riguardo alla cordialità’ Acholi. Piacere di conoscerti si dice Apwoyo Neni, che letteralmente significa grazie di essere venuto. Bentornato: Apwoyo dwogo, grazie per essere tornato. Perfino i semplici saluti si fanno con un grazie. E poi questo popolo si dispiace per tutto. Si chiede scusa in ogni occasione sgradevole per l’interlocutore. Se inciampi, scusa, se ti cade la penna, scusa, se ti macchi mentre mangi, scusa… può essere imbarazzante, tuttavia queste peculiarità mi affascinano. Anche se spesso questa estrema cordialità si trasforma poi in una timida insofferenza nei confronti dei propri doveri.
Un’insofferenza di tutto il clan, in cui si genera invidia per il duro lavoro dei piu’ motivati a migliorarsi. E spesso quella volontà di saltare in avanti viene assorbita e quasi annullata da tutto il clan che miope resta vincolato ad una visione di sussistenza. Visione probabilmente causata da troppi anni di incertezza e da una guerra che ha reso quotidiane atrocità’ indicibili: mutilazione di arti e connotati, infanticidi coatti e in breve furti di ogni positivo sentimento umano.
Questa cultura non ha mai conosciuto la scrittura fino all’arrivo degli inglesi. A volte speculo sulle condizioni radicalmente differenti che portano le genti a svilupparsi su sentieri e con tempi diversissimi. Durante questi monologhi interiori, mi faccio domande sulle tradizioni locali che non inizio a raccontare perché abbisognerebbero di troppe spazio. Rimugino anche riguardo l’origine di alcune parole che mi sembrano troppo inglesi. Scoprendo semplicemente che concetti come bagno, libro o ritardo non esistevano come li abbiamo sempre intesi in Europa. Quindi visto che le latrine venivano fatte scavare BY LAW (per legge) oggi le latrine si chiamano bylaw nella lingua locale. Il libri non esistevano e quindi libro si dice BUK (da book). Infine il ritardo che molto probabilmente non era qualcosa di possibile in un luogo dove il tempo era scandito solo dal sole e’ stato chiamato LATE esattamente come in inglese!
Questi pensieri mi chiamano alla memoria alcune domande sul tipo di sviluppo, sulla sua necessita’ e soprattutto sui suoi approcci. Da questo lato della barricata sono leggermente piu’ sereno di fronte a questi interrogativi, perché vedo che (per lo meno in questa ONG) non c’e’ programma che non venga avviato senza la presenza di una domanda, di una richiesta piu’ o meno consapevole dell’altra parte. Questo e’ l’unica via possibile per uno sviluppo che deve cercare di scrollarsi sempre di piu’ la parola aiuto di dosso e spostarsi verso parole piu’ paritarie e reciproche se non addirittura verso rapporti di semplice utilità produttiva. Penso che solamente dove questa volontà esiste, i semi potranno generare alberi robusti e longevi al posto di piccoli fiorellini nel deserto.
Per quanto riguarda le domeniche, passano velocissime come tutti gli altri giorni. A Kitgum non esiste quasi nessuna iniziativa o attivita’ urbana. Con la sana eccezione di una buona birra fresca! Eppure per chi non riesce a non avere mille idea di cose da fare questo e’ un paradiso, perché c’e’ tempo per fare tutto quello che ti viene in mente. E così prendo la bici solo o in compagnia e pedalo sulla polvere rossa verso nord o verso ovest. Circondato da una verde e bellissima savana, sotto un cielo che si unisce con un orizzonte così lontano da confondercisi. Incrociando gli occhi stupiti di vecchi e bimbi, alzo la mano e saluto ringraziando. A volte raggiungo la destinazione, altre mi lascio trascinare da un gruppo di ragazzi locali che mi invitano a giocare a calcio. Qui chi conosce le mie doti calcistiche si farà qualche risata, visto che poco prima di schiattare sotto questo sole cocente ho segnato un onestamente bel goal. Così nonostante sia stato tacciato piu’ volte di gioco violento, questo branco di giovincelli dalle gambe lunghe e i piedi scalzi mi ha chiesto di diventare il loro coach… divertito mi sono goduto un po’ il ruolo. Insieme a tante belle risate durante dei genuini confronti tra culture che solo l’estrema equità dello sport riesce a generare.
Altre domenica si organizza una passeggiatina con le famiglie di espatriati verso le belle montagnette locali. Certo di sentieri non ce ne sono, anche perché i locali, sfortunatamente, non vedono alcuna ragione per salire in cima ad una montagna, e quindi la cima rimane lontana. Pero’ e’ in programma un raid congiunto con il Premanese (senza bimbi) per aprire un sentiero nella selva verso la cima del bel monte Oghili. In ogni caso, guardare la savana dall’ alto da’ i brividi de e’ un po’ come sentirsi sulla rupe dei re nel Re Leone.
Parlando di Re Leone, i miei desideri di bambino riguardo animali lontani si sono improvvisamente realizzati due settimane fa al parco delle Marchison Falls. Con tre ottimi compagni di viaggio ci addentriamo ansiosi tra le strade sterrate del parco. Monica e’ la ragazza grazie a cui sono andato a Calcutta e sorprendentemente l’ho ritrovata qui in Acholi Land grazie ad Ilaria, una simpatica aspirante anestesista incontrata nell’ ospedale di Kitgum. L’ultimo compagno di viaggio si chiama Eric, veterano della cooperazione e per fortuna alpinista incallito. Viste le affinità’ e l’avviata convivenza in tenda, speriamo di poter organizzare presto delle belle ascese. Nonostante i suoi trenta e rotti anni, conserva uno stupore carico di entusiasmo di fronte ad ogni animale.
Le nobili antilopi saltellanti per ogni dove vicino e lontano si intrecciano con le bellissime giraffe che con aria da top model si muovono lente anche quando corrono sembrando essere sempre al rallentatore ma impeccabilmente sincronizzate tra di loro. Poi ci sono gli ippopotami, esseri enormi che traggono in inganno con il loro aspetto pacifico, dando indizio della loro pericolosità quando sbadigliano mostrando denti che arrivano fino a 40 cm di lunghezza e che non esitano ad usare se qualcuno si trova sul loro cammino tra pascolo e acqua. Infatti gli Hyppos sono gli animali che fanno piu’ morti umani all’anno.
Ogni nuovo avvistamento e’ un batticuore di incredulità di fronte a ciò che non avevo mai visto con i miei occhi. Negli spazi interminabili del parco, sua enormità l’elefante si muovo elegantemente muovendo quelle enormi orecchie che lo distinguono dal suo cugino indiano e che lo rendono piu’ bello nonché indomabilmente selvaggio. Poi coccodrilli e avvoltoi che non si risparmiano di approfittare delle carcasse in maniera davvero poco nobile, nutrendosi da qualsiasi parte la carne sia piu tenera. E infine il re della savana, il Leone, ritratto della sicurezza e della pigrizia si gode sbadigliando con sguardo severo un ambiente in cui non teme nessuno.
Resto incantato di fronte alla bellezza ed alla varietà delle creature esistenti in natura. Insetti che sembrano tronchetti d’albero, buffi facoceri col codino spelacchiato all’ insu’, sicuramente usciti da un cartone animato con la loro famigliola in scala decrescente e in fila indiana. Tutte queste infinta’ di forme di vita producono una melodia e un ritmo speciale, i quali si coordinano spontaneamente in un orchestra con un maestro molto speciale. Con questa musica mi addormento sotto le stelle dei due emisferi accanto alle braci ardenti. Il Nilo e’ il direttore d’orchestra con la sua poderosa massa d’acqua che a pochi metri da me viene ammaestrata a forza dalle enormi rocce che costringono un fiume leggendario a restringersi in soli cinque metri di larghezza. Un impeto che lascia solo immaginare la profondità di quelle pareti così apparentemente indisturbate. Uno spettacolo sublime direbbero i romantici, che mi fa sentire l’onnipotenza della natura di fronte alla quale riconosco la mia piccolezza.
Ancora tante immagini mi scorrono dentro, ma devo terminare questa lettera gia’ troppo carica. Dalla mia casetta guardo fuori in attesa di vedere spuntare i girasoli che ho piantato qualche giorno fa, penso a tutti voi sparsi per il mondo. Aspetto vostre notizie e perché no una vostra visita.
Con affetto
Gabriele
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