Seconde dalla Colombia

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Dalla meravigliosa e assolata terrazza della mia casetta nel centro storico di Bogotà ecco, dopo una lunga serie di giornate intensissime, qualche nuove pensiero da questo paese, grande bello e complicato. Mi piace cominciare con la quotidianità delle mie giornate, che in ogni momento (o quasi) della loro routine sono piene di dettagli sorprendenti che riescono sempre ad emozionarmi.

Sveglia di buon mattino tra i primi raggi del sole o le prime gocce di pioggia che regala il mio abbaino e dopo una ricca colazione a base di cereali, caffellatte e churros ripieni di marmellata, saluto sorridendo al portiere che pazientemente ogni mattina mi insegna qualcosa di nuovo e mi tuffo tra le fumose strade della candelaria. Come ogni centro veramente storico che si rispetti, la mattina e’ un turbinio di persone, la mia percezione e’ sicuramente molto soggettiva pero’ mi sembra che la gente cammini con una certa frettolosa calma. Svincolandomi tra le varie richieste di servigi io conservo la mia frettolosa camminata, dovuta ai perenni ritardi, e in un quarto d’ora abbondante arrivo all’università’ che si trova ai piedi della piccola catena montuosa che protegge il lato orientale della città. Incomincio con un più o meno appassionante lavoro di gruppo cercando di produrre qualcosa di buono per le varie presentazioni in classe. Tra quelli più interessanti c’e’ sicuramente quello sui motivi dei comportamenti pro sociali nelle relazioni economiche umane. Trovo affascinante e confortante come nella realtà il nostro comportamento sia ben lontano da quello dell’Homo Economicus. Il buon vecchio Adam Smith nella sua teoria sui sentimenti morali aveva già’ capito tutto quello che i recenti esperimenti stanno dimostrando. La nostra evoluzione ci ha regalato una naturale predisposizione a metterci nei panni del prossimo. E’ vero che di rado compartiamo la gioia delle persone a meno che non ci siano vicine, pero e’ senz’altro vero che nell’assistere a situazioni di sofferenza non possiamo fare a meno di identificarci con le difficoltà’ sofferte dal prossimo e aiutarlo. Questo e’ dimostratissimo da una infinita’ di esperimenti basati sulla teoria dei giochi. Un esempio su tutti: il gioco del castigo dei terzi. Il primo giocatore deve decidere quanto dei suoi 100 $ ripartire con un secondo giocatore che non ha facoltà di denunciare una eventuale ingiustizia. Allo stesso momento pero’ un terzo giocatore al quale sono stati regalati 50$ può giudicare a seconda della sua opinione la ingiustizia nella ripartizione dei 100$ dati in dono e sanzionare il primo giocatore pagando 10$ per privare il primo con una multa di 30$. Se fossimo esseri solo razionali nessuno si proverebbe del suo proprio benessere per sanzionare una ingiustizia accaduta tra terzi. Eppure questo accade e la cosa incredibile e’ che accade in ogni angolo del pianeta, anche se in misura differente.

Ultimo dato che conferma la nostra natura di Homo Emoticus (via di mezzo tra Homo Economicus e Homo Aequalis) e’ il gioco dell’Ultimatum! Due giocatori si devono accordare su come dividersi i famosi 100$ il primo offre una percentuale e il secondo può solo accettare o rifiutare, nel secondo caso entrambi i giocatori restano a mani vuote. Ebbene le offerte basse vengono storicamente rifiutate dalla maggior parte delle persone (irrazionale se ci pensiamo) pero’ vengono accettate nel case in cui il giocatore che fa l’offerta sia un computer. Esistono esperimenti di questo gioco monitorati con radiografie delle zone di attivita’ del nostro cervello. Quando la controparte e’ un computer ci limitiamo a calcolare freddamente, ma nel caso in cui sia una persona il 90% del cervello si attiva in una tempesta emotiva che cerca di comprendere il comportamento altrui in uno sforzo di promuovere a tutti i costi il nostro sentimento di giustizia e uguaglianza.

Bene, per non annoiare troppo con le mie gioie accademiche meglio proseguire con la routine quotidiana. Al mezzodi’ mi aspetta il mio nuovo gruppo di teatro con cui sto preparando un opera di Dario Fo: Morte Accidentale di un Anarchico. Divertentissimo giocare per una buona mezz’oretta di riscaldamento fino a che qualcuno non si rompe un labbro o distrugge un pianoforte andandocisi a schiantare come il sottoscritto. A questo punto iniziamo a provare con la proverbiale flemma degli attori colombiani. Il registra del gruppo e’ anche fondatore del teatro libero di Bogota’, una persona ricchissima di pensieri che incanta nel rispondere ad alcune nostre perplessità sul suo ultimo spettacolo (I demoni di Dostoevskij).

Parlando di teatro qui la produzione e’ fertilissima. Decine e decine di teatri sparsi sull’infinito territorio della città celebrano ancora un teatro povero fatto di riflessioni ed esplorazione dell’animo umano, dove i registi si azzardano addirittura a portare degli alani in scena che al termine del loro ruolo scelgono il loro spettatore preferito e chiedono i propri applausi in coccole.

Dopo il gruppo di teatro un bel pranzetto economico nei dintorni del campus con zuppa bogotana e piatto unico annegato tra mille fagioli un po di carne e una buona banana fritta. Pronto per andare a lezione dove non c’e’ spazio per l’abbiocco come in Italia. Qui si sta sull’attenti perché da un momento all’altro… Erba mi spiega questa parte della lettura?

Tra una lezione e l’altra resistere al piacere di un secondo churro con caffellatte nella semplice panetterie Donna Blanca e’ quasi impossibile. Non foss’altro che per il piacere di uscire a pancia piena e contemplare le nuvole che nonostante il loro volume immenso si muovo rapide attorno ai monti e si fondono in giochi amorosi tra la luna e i santuari del Montserrat.

Carico per la mia presentazione che deve durare dalle 6 alle 9 di sera entro in classe e miracolosamente passano tre ore di un dibattito che mi sta troppo a cuore. Anzi a volte mi inquieta addirittura. Lo sviluppo. Quale modello dobbiamo seguire? E’ giusto imporre il nostro modello di crescita economica e consumo? Non e’ forse vero che ogni cultura ha una propria evoluzione e un proprio sviluppo? La mia temporanea conclusione e’ l’apprendimento reciproco tra crescita occidentale e sostenibilita’ locale. Mutuo apprendimento di quanto ogni saggezza secolare ci può dare. Può suonare come un compromesso ma altrimenti io che lavoro mi posso inventare?

La giornata si conclude spesso con una birretta da Donna Cecil, o una festosa cena a casa tra lezioni di salsa improvvisate e interessanti chiacchierate con viaggiatori o vicini di casa.

In queste settimane di interessanti chiacchierate ne ho fatte a bizzeffe, mi fa riflettere come durante i viaggi ho l’impressione di cogliere maggiormente i momenti di approfittare delle persone che incontro in maniera più intensa. E di come mi sembra di essere fortunatissimo nel chiacchierare con funzionari della croce rossa che mediano tra capi guerriglia e governo o giornalisti di guerra che hanno intervistato il leggendario Tirofijo e il meno carismatico Cano. Poter riversare su di loro una infinita’ di curiosità’ su come queste persone sono veramente, che cosa c’e’ nei loro occhi, se sono consapevoli dell’intorno che hanno creato. Qui c’e’ chi sminuisce il problema e chi lo esalta. Io parlo per il quartiere del sud che ho avuto la fortuna di visitare anche se sotto scorta, per organizzare con qualche amico una giornata del bimbo. Alle pendici di un monte che ricorda in tutto e per tutto il Golgota, per le tre enormi croci che si trovano sulla sua cima, si trovano una dozzina di migliaia di desplazados. Gente che ogni mese accoglie una cinquantina di persone che ha avuto la disgrazia di compartire la loro stessa sorte. Vedersi arrivare in case gente armata e sentirsi dire: Vattene o ti ammazziamo la famiglia, risparmio i racconti di atrocità inumane che vengono perpetrate in questi contesti. Ovviamente non sono solo le FARC, ma decine di differenti gruppi che in un modo o nell’altro riescono comprarsi le armi con i soldi di un traffico promosso in larga parte da noi ragazzi occidentali.

Parlando di questo un uomo mi ha detto: mio caro, questo non si potrà mai fermare finche’ esiste qualcosa che qui possiamo produrre per 3000 e vendere laggiù’ per 300 000. Un argomento che merita dissertazioni troppo lunghe e complicate e le cui argomentazioni si possono trovare già su molti libri.

Pero’ una cosa che non si può trovare sui libri e’ la forza e l’incanto di un attore di strada che racconta la storia di un desplazamiento chiamandola l’uomo più felice del mondo. Questa persona era tanto felice perché era innamorato, ma così innamorato che il mondo per lui non aveva più segreti o meglio a lui non sembravano segreti. Tutto era chiaro perché ciò che provava per la sua amata era tanto grande da fargli comprendere automaticamente tutto il resto. Non faceva altro che sorridere e spiegare alla gente la magia del mondo in cui si trovavano. Di tutto ciò che e’ stato creato a partire dal più piccolo e buffo degli insetti fino ad arrivare alla montagna più grande ed imponente. Ebbene un giorno quest’uomo torno a casa. E sua mogli piangeva piangeva a dirotto. Questa volta non poteva capire, così le domando’ il perché di tanta tristezza. Lei cerco di spiegare più’ volte l’episodio con parole dolci ma l’uomo sempre fraintendeva la disgrazia per un grazia. Fino a che la donna trovo le parole giuste: Arrivarono degli uomini, fecero delle cose terribili in tutto il villaggio e prima di andarsene mi lasciarono qui nell’ultimo punto che vedranno i miei occhi in questa vita. Allora l’uomo di rese conto che la compagna si trovava su di una mina.

Incredibilmente l’uomo torno’ a sorridere con quei suoi occhi pieni di amore. Inizio’ a baciare la donne. E fecero l’amore. Lo fecero dolcemente, come chiaramente lo si può fare su di una mina. Allora l’uomo pose i suoi piedi sull’ordigno e con grazia fece scendere la donna, e le disse di correre lontano, senza voltarsi un attimo. Lei piangeva ma faceva ciò che le aveva detto l’uomo. Lui la guardava correre lontano e sorrideva, era così felice che si mise a piangere, dopo qualche tempo la vide scomparire e arrivo’ il momento in cui calo’ la notte e poi sorse il sole. Allora lui si addormento’ e cadde, la mina scoppio’ e uccise molta gente. La sua anima pero’ cantava felice perché dall’alto vedeva il seme di una nuova vita germogliare perché l’uomo non fosse mai più malvagio.

Ecco si questo conflitto terminerà quando tutti i figli degli uomini più’ felici del mondo diventeranno grandi.

Tantissime sono le cose che vorrei raccontare di questo paese che ogni giorno mi regala una emozione nuova. Volare con il vento con solo un parapendio sulla testa e guardare la vegetazione unica che si trova sugli alti e dolci pendii andini oppure immergermi in una cava di sale immensa e incontrare a cento metri di profondità una cattedrale immensa grande come san Pietro… pero’ qualcuna di queste avventure le devo conservare per quando torno altrimenti che vi racconto?

Pero’ alcuni pensieri della mia visita ad uno dei musei meglio fatti che io abbia visitato, il museo dell’oro. Certo, dopo la gioia di far volare un aquilone nelle nuvole, ero ben predisposto a raccogliere le perle di saggezza preispanica che sono conservate tra le vetrine del museo. Culture affascinanti e molto riflessive nonostante le difficoltà di comunicazione a cause di un territorio tanto complesso da dominare come quello andino. A partire dall’uso che essi facevano dei metalli preziosi: tre metalli per tre colori che rappresentano tre mondi ultraterreni. Unico modo per tentare di comunicare con questi mondi era attraverso questi metalli. Indossando oro, argento e bronzo i capi villaggio potevano estendere alla comunità le loro esperienze spirituali aiutati da qualche fogliolina magica. Allo stesso modo potevano tentare di emulare la saggezza degli uccelli che loro veneravo per la loro capacita’ di distaccarsi dalle sofferenze terrene, elevarsi al di sopra delle alture e maturare saggezza vedendo lontano al di la della montagne. Gli uccelli erano gli unici che potevano veramente comunicare tra terra e cielo.

Erano culture altamente simboliche. Gli orecchini dei capi ad esempio erano di un oro lavorato finissimamente e in maniera così complessa da rappresentare l’acqua che penetra in tutta la terra attraverso una infinita’ di rigagnoli, meteora del loro potere che aveva occhi e orecchi per ogni dove. Continuando con le rappresentazioni della loro postura di meditazione: a gambe incrociate con i gomiti sulle ginocchia. Rappresentavano un uomo a forma di cesto così’ da potere essere in grado di raccogliere le sagge scoperte che raggiungevano durante lunghe meditazioni. Ultimo simbolo bellissimo e’ la forma delle urne in cui raccoglievano le ceneri dei propri morti, a forma di utero o grembo materno per favorire un nuovo ciclo della vita.

E come dimenticare la leggenda di El Dorado. Le tribù che abitavano l’altopiano di Bogota’ credevano fermamente nella necessita’ di un equilibrio tra elementi naturali. Le disgrazie occorrevano quando questo equilibrio si rompeva. Allora c’era una sola cosa da fare: Re e Regine ricoperti dei loro simboli d’oro si bagnavano nelle lagune che conservano l’acqua dei monti. Il resto della comunità si disponeva attorno alla laguna e attendeva di spalle il dono dell’oro alla laguna. Al termine di questo rituale, gli uomini spogliati di parte della loro materialità recuperavano l’equilibrio perduto tra gli elementi. Chissà che non possa essere un suggerimento anche per la nostra civiltà!

Dopo quasi tre fine settimana Bogotani, che mi hanno largamente arricchito e fatto sentire ancora più vicino a questa gente, il mio prossimo fine settimana inizierà’ mercoledì notte. Con la complicità dei professori che qui sono tanto in gamba de venire a bersi una birra con te per continuare a chiacchierare dopo classe, salterò’ alcune lezioni per immergermi finalmente nelle Ande della Sierra Nevada del Cocuy. Campo base a 4600m per scalare almeno tre cinquemila fino a domenica. Nel silenzio incantato delle pendici glaciali vi manderò un infreddolito ma sicuramente commosso saluto.

Mando un forte abbraccio a tutti

Vostro Gabri

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