
Miei Cari,
Finalmente, dopo troppi mesi, torno a scrivere facendo onore ad un piacevolissimo dovere troppo spesso rinviato. Dalla veranda di questa spaziosissima casa africana, guardo il grandissimo giardino, ricco di fiori e piantine di ogni tipo e mi lascio cullare dalla brezza calda della stagione secca che e’ ormai alle porte.
Fortunatamente questo venticello, mi aiuta a ricordare (in parte) i tanti pensieri che non ho condiviso, per una varietà di ragioni tutte riconducibili ad una sottile forma di pigrizia. Quasi mai pero mi sono dimenticato, di appuntare su mille pezzettini di carta, quelle visioni, sensazioni o pensieri, che si rivelavano tanto preziosi da essere ricordati, condivisi ed elaborati.
Vi avevo lasciati che ero a Kitgum, nel mio mese di prova, da allora sono passati quasi 9 mesi e infinite cose belle, divertenti e inspiranti sono successe. Accompagnate naturalmente da numerosi esemplari delle loro doverose controparti più bruttine e frustranti.
Ebbene, a fine marzo ritorna a Kitgum il ragazzo (Fabio) che avevo sostituito per un mese. Riconsegno al legittimo proprietario il suo progetto e mi accingo a regolare tutti i documenti di rendicontazione, prima di partire per cominciare il mio lavoro a Gulu. Mi trovo subito bene con lui, che vedendomi dispiaciuto di lasciare lo staff e il programma, mi invita a farmi l’ultima giornata di attività a Locomo. Località dispersa tra le montagne al confine con la Karamoja quasi nel parco del Kidepo.
Tra i sentierini fangosi, l’autista dirige magistralmente il poderoso land cruiser e io rimango a bocca aperta di fronte alle montagnose colline verdeggianti, ricche di rocce così selvagge che pare non siano ancora state guardate. Suscitano in me desideri di ascesa. Che fortuna questa gente, rispetto ai loro vicini di pianura, non solo per il panorama ma anche per la incredibile fertilità che le montagne generano nelle loro terre attraendo così tanta pioggia. Eppure questi montanari contadini, si sfasciano di gin dalla mattina alla sera. Una bustina costa 0.08 Euro e contiene 150 ml di gin/whisky/schifosissimo alcol fortissimo che non poche volte ha reso cieco o ucciso chi lo ha consumato grazie ai rigorosissimi controlli di qualità che il suo elevato prezzo garantisce.
In pianura non e’ differente la situazione ma almeno i capi villaggio sono statisticamente leggermente più sobri. Ad ogni modo, nel salutare il capo di Locomo, quest’ultimo, preso dall’euforia per dono che gli ho fatto come ringraziamento per averci guidato tutto il giorno, mi eleva le mani al cielo e dopo aver fatto qualche saltello goliardico inspira preparando dal più profondo del suo gozzo la più sonora delle scatarrate che mi piazza con grande orgoglio su entrambe le mani, sfregandomele per bene. Io sorrido e, faccio lo stesso. Paese che vai, scatarrata che trovi.
Aiuto Matto
Il problema dell’alcolismo qui in Uganda e’ devastante. Nel 2000, durante la bestiale guerra del Lord Resistance Army, (di cui allego articolo) il governo forzo’ tutta la popolazione a trasferirsi in campi dove avrebbe potuto essere protetta. Abituati a vivere in spazi senza confini, gli acholi si trovano improvvisamente stipati uno sull’altro, nelle loro case di paglia e fango così vicine che quasi non permettono il passaggio.
Tristemente, i campi furono una brillante trovata del governo per accaparrarsi più aiuti internazionali possibile. I campi, infatti, creano un fortissimo impatto sull’opinione pubblica internazionale che vedendo quasi due milioni di persone stipate in condizioni disumane. Senza neppure più la possibilità’ di coltivare per la propria sussistenza, riversa sull’ Uganda tonnellate di organizzazioni umanitarie che non fanno altro che competere per accaparrarsi i beneficiari che forse sono addirittura troppo pochi per quelle valanghe di contante, che in laute percentuali si riversano nelle tasche dei burocrati locali, delle UN e delle mille ONG.
Il governo Ugandese prende così due piccioni con una fava: continua la guerra nel nord che indebolisce la tradizionale élite del paese e allo stesso tempo grazie alla stessa guerra e’ in grado di intascarsi fiumi di denaro in aiuti umanitari.
Prima domanda: l’aiuto umanitario e’ davvero un cerotto necessario o e’ lo stesso coltello che rende necessario quel cerotto?
La popolazione Acholi, un tempo leader del paese si trova tra due fuochi, quello del governo perché nessuno sfugga dai campi e quello dell’LRA che da tempo aveva venduto i suoi ideali per il profumato denaro dei sudanesi di Karthum, che potevano così fare guerra all’ Uganda senza sporcarsi le mani, evitando così qualche scocciatura internazionale.
Gli uomini nei campi si sentono inutili, non possono cacciare, coltivare ne proteggere la loro famiglia, sono al pari di vecchi e bambini e cercano intrattenimenti per fare passare le lunghe giornate vuote, ammassati come mai le tribù africane hanno vissuto. Ovviamente bere e’ la risposta più rapida per annegare quelle frustrazioni. In men che non si dica l’Uganda diventa il terzo consumatore mondiale pro capite di alcol puro (dopo Luxemburg e Czech Republic)… e il nostro elaboratissimo sistema di aiuto si rende responsabile per la creazione di un popolo che non vuole più creare nulla, solo esige con la mano tesa verso il bianco. Tralascio gli ovvi drammi domestici che l’alcolismo tra uomini e donne ha causato e continua a causare.
Milioni e milioni di dollari sono piovuti qui grazie all’UE, USA, UN e governi vari. Così tanti soldi che le organizzazioni sono arrivate ad inventarsi gli incentivi più bizzarri per accaparrarsi beneficiari. Magliette, cappellini, radio e gadget di ogni tipo; ed ecco che siamo arrivati anche alla mercificazione dell’aiuto. Penso che tutti siano giunti mossi dai migliori propositi, dal desiderio di fare bene e migliorare la vita di questo popolo maledetto dalla guerra. Ma quando ci sono troppe persone che lo vogliono fare e tutti vogliono mantenere il loro ruolo quaggiù, si inizia a regalare di tutto: cibo, vestiti, attrezzi, animali… senza criterio, senza direzione, senza senso.
Muzungu, YOU GIVE money. Quanta rabbia, mi sale sentendo queste parole, spesso rispondo istintivamente: perché non mi dai qualcosa anche tu? Ovviamente, con sguardo incerto e interrogativo il mio sfortunato interlocutore gira i tacchi o continua a chiedere la stessa cosa. Quanto male e’ stato fatto pensando di fare del bene. Come si può soccorrere un popolo per anni e creare uno scambio così unidirezionale? Per quanto difficile e violenta una situazione sia, se prolungata nel tempo, perché l’aiuto porti frutto (e non danno) deve generare uno scambio di diversità che porti ricchezza ad entrambe le parti. Altrimenti, impoverirà gli animi di chi dona e vizierà quelli di chi riceve.
L’aiuto dovrebbe fermarsi nel momento in cui inizia a perpetrare le cause per cui e’ stato avviato. Mai dovrebbe arrivare a giustificare e quindi promuovere il lassismo del governo locale che dovrebbe farsi carico dell’erogazione di servizi per la propria popolazione.
A Gulu ho lavorato all’implementazione di un progetto di AVSI finanziato dall’agenzia per i rifugiati (UNHCR). Camp phase out and return monitoring process, per cui abbiamo vinto un altro anno di implementazione (2011), avendo dovuto eliminare a suon di budget altre ONG meno efficienti e meno efficaci di noi.
In breve, quest’anno, abbiamo fornito assistenza alle persone più vulnerabili (Anziani, Ragazze madri, HIV+, Disabili…) che non avevano mezzi per ritornare al loro villaggio di origine dai vecchi campi che ormai si sono trasformati in grandi centri di scambio commerciale. Componenti di questa assistenza sono:
la costruzione di una capanna e una latrina con l’aiuto della comunità che ha accolto il beneficiario
Supporto al sostentamento, con attività scelte dal beneficiario (Microcredito e corsi di imprenditorialità, Semi, attrezzi agricoli e animali)
Riabilitazione di pozzi
Apertura di terreni con il trattore
Sono felicissimo per quello che ho fatto, per le capacita’ di gestione che ho imparato, per le battaglie vinte e quelle perse con gli enti locali. Mi sento orgoglioso e sereno quando vedo i risultati eccezionali di alcuni beneficiari che adesso mangiano tre volte al giorno e mandano i bimbi a scuola. Con umiltà mi sono ispirato di fronte alla forza che persone così deboli ed emarginate riescono ad avere per migliorare la propria condizione. Eppure, dopo avere disegnato con il mio capo il progetto per il prossimo anno, mi chiedo, e’ davvero il caso di realizzarlo?
Per quanto abbiamo cercato di includere attività di scambio e di reciproco lavoro, mi dico e’ quello il modo migliore per investire così tante risorse?
UNHCR ha deciso di estendere per un ultimo hanno questa operazione nel Nord Uganda, soprattutto per avere partner pronti ad agire nel caso il referendum per l’indipendenza del Sud Sudan generi influssi di rifugiati in Uganda e anche perché le elezioni qui potrebbero causare qualche problema. Sicuramente se non fosse per questo, il suo mandato sarebbe finito.
Dato che il lavoro non manca e le organizzazioni di sviluppo tardano a sostituire quelle di emergenza e recupero, UNHCR rimane. Per questa operazione, l’anno prossimo dovrebbero ricevere approssimativamente 7 M di $. Quattro rimarranno a loro per mantenere gli uffici e lo staff. Tre andranno ai partner implementatori, come AVSI. I partner a loro volta dovranno tagliare una buona fetta per la sopravvivenza delle loro strutture, e la porzione di valore che raggiungerà i beneficiari sarà piuttosto piccola.
Ma allora il sistema di aiuto internazionale esiste per creare posti di lavoro ben pagati ai cittadini del nord del mondo? Il fine delle organizzazioni e’ di sopravvivere e non di compiere il proprio mandato?
NO, mi grido dentro.
E allora perché negli infiniti meeting con i donatori, quando con il grande esempio del mio capo Federico, descrivevamo con entusiasmo l’importanza delle caratteristiche delle nostre attività i nostri auditori avevano orecchi solo per le clausole burocratiche? Perché le agenzie delle nazioni unite pagano stipendi a quattro zeri e benefit degni dei migliori CEO, per persone che non aggiungono valore ai programmi perché non hanno mai lavorato sul campo, con le persone vere?
Perché l’intera attvita’ di micro imprenditoria stava per essere cancellata con tutti i suoi grandi risultati, solamente a causa di una banale formulazione del concetto nella proposta?
Perché assumono così tante persone, che non fanno altro che sprecare il tempo di chi implementa il progetto facendo mille volte le stesse richieste per una semplice mancanza di comunicazione tra loro?
Ho una lista di perché così articolata che vi apparirà confusa. Nessuna risposta per ora. Certo quanto mi ha motivato per raggiungere con i miei studi questo lavoro e’ stato decisamente messo in discussione.
E’ meglio diventare un insider del malsano sistema di aiuti per cercare di migliorarlo? Forse meglio sposare cause più piccole ma i cui risultati siano nelle mie mani? O ancora, diventare imprenditore e creare davvero qualcosa di concreto per delle economie che stentano a nascere?
Saint-Exupery diceva: If you want to build a ship don’t drum up people to collect wood and don’y assign them tasks and work but rather teach them to long for the endless immensity of the sea…The rest will automatically come.
Si può davvero creare quel desiderio? Si deve? Siamo noi a doverlo fare? Forse no…
Da un proverbio somalo: A man tries hard to help you find your lost camels. He works more tirelessly than even you. But in truth he does not want you to find them ever.
Forse dovremmo piantarla di parlare così tanto di cooperazione e aiuto internazionale. Sara’ sempre necessario e sacrosanto, specialmente nell’ emergenze ma non può essere il solo autore del vero cambio.
Le civiltà sono ciò che costruiscono non ciò che gli e’ stato dato.
Non e’ forse il caso di parlare di più delle cinture di castità che abbiamo chiuso intorno ai paesi “poveri”. Cinture fatte: di barriere commerciali, di risorse naturali sottopagate che incentivano i governi a rimanere corrotti e promuovere la disuguaglianza e di investimenti non volti a creare capacità produttiva ma capacita’ di consumo nel più breve tempo possibile per dare respiro alle nostre economie.
Ho sempre voluto usare il mio tempo e le mie energie per fare bene e creare migliori prospettive per gli altri, pensavo che questo sogno si potesse realizzare solo nei paesi deve le persone hanno meno opportunità, e che non avessi nulla da aggiungere nella nostra parte del mondo. Mi sbagliavo.
Entrambi gli approcci sono fondamentali e se non ci sarà devozione per cambiare il nostro stile di vita che genera così tante cinture di castità, allora non ci sarà mai uguaglianza di opportunità tra i popoli.
Ad ogni modo, con il passare del tempo queste convinzioni maturano e acquistano la prospettiva moderata che meritano. Regina delle banalità e’ che i sistemi e le organizzazioni sono fatte di persone, a volte si incontrano uomini e donne che ci insegnano e ci regalano grande ispirazione per la dedizione e la sincerità dei loro fini altre volte e’ il contrario. Non lascerò mai che dei pensieri, delle speculazioni dovute a momenti difficili distruggano ideali maturati insieme a persone speciali in questi bellissimi anni.
Quest’anno e’ passato così rapidamente a causa dell’intenso lavoro per completare tutto il progetto, che poco ho potuto riflettere sulle domande che ha generato in me. Sicuramente dovrò provare altre esperienze per poter cercare delle risposte, ogni cosa arriverà a suo tempo, ora mi godrò’ la scrittura della mia tesi e tutti voi che non potete sapere quanto mi siete mancati.
Molti di voi si saranno stufati di leggere i dubbi e i pensieri sulla cooperazione e lo sclerotico aiuto internazionale, per cui vi ringrazio se siete arrivati fino a qui. Ora voglio solo allietarvi con i tesori che con gli occhi, il naso, la pelle e il cuore ho sentito in questa terra che mi ha ospitato più a lungo di ogni altra in cui sia stato.
La casa in cui ho vissuto e’ molto grande, un giardino che sembra un campo da calcio e un bell’orto che ho smesso di coltivare quando cavallette mutanti, parassiti ed erbacce hanno iniziato ad usare la cavalleria pesante. Ad ogni modo, molte foglie di basilico, qualche zucchina e pochi pomodori hanno gratificato il piccolo lavoro di zappa e allietato i palati di Cecilia e Kathleen. Ora e’ rimasta solo un po di rucola che spero di riuscire a mangiare prima della mia partenza. Dopo un periodo di solitudine, vivo con Katheleen, una studentessa di dottorato in psicologia, molto gentile e loquace che mantiene tutto pulito e in ordine. Charlie, un buon animo da lazzarone americano fotografo a tempo perso e infine Andy, il nuovo arrivato. Diciannovenne inglese cresciuto in Uganda, pieno di entusiasmo e curioso di tutto fa il suo stage in una impresa di cotone, bravo ragazzo, mi fa capire perché i miei coinquilini non sopportavano il mio slancio di entusiasmo mattutino all’università. E mi ricorda quanto sia di sacrosanta importanza conservare il fuoco dei nostri diciannove anni, perché e’ in quella fiamma che risiede tutta la forza e la potenza che ci permetteranno di realizzare i nostri sogni più sinceri e quindi essere felici.
Nel compound ho qualche vicino Ugandese, gente sorridente, un po rumorosa a volte, ma piacevole da interrogare su piccole conversazioni di politica, meteo e servizi pubblici.
Il mio ufficio si trova a 500m. A volte ci vado in macchina se sono uscito la sera prima, il poderoso land cruiser mi scorta fino al lavoro. Ma la maggior parte delle volte mi piace biciclettarmela con la mitica RoadMaster (il cui motto e’ Any Road Any Load). Un mezzo pesante, costruito in loco con tecnologie indiane, design classico, telaio in acciaio scadente dal peso considerevole e grandi ruote che mi hanno portato molto lontano nei miei giri del nord. La scorsa settimana ho organizzato una spedizione a Fort Patiko, 35 km da qui con un gruppo di altri 4 impavidi/e abbiamo sfidato la terribile canicola per portare a termine l’impresa, insieme abbiamo goduto della immensità di questi luoghi, riuscendo finalmente a conoscerne un po di storia nascosta nelle misteriose pietre di quel forte che tanto e’ costato alle migliaia di schiave che ci sono passati.
Ufficio e casa si trovano sull’asse est-ovest ed e’ bellissimo la mattina presto dirigersi con il fresco umido che la notte ha portato, verso il sole che nasce così velocemente sull’orizzonte, mentre la sera, stanco dal lavoro rallento il ritorno a casa per godermi appieno un autentico miracolo quotidiano, un concerto di colori che più vivi e mutevoli non si può, un esplosione di arancio, rosa, bianco e azzurro che apre il cuore e ben predispone a godersi la serata.
La maggior parte delle sere, entro in casa solo per cambiarmi e correre ad uno dei tanti appuntamenti sportivi settimanali. Le attività a Gulu non sono poi così variegate e così, il martedì si gioca ad ultimate frisbee con un gruppo di americani assatanati, il mercoledì gioco da tavola chiamato War on Terror (una versione più satirica e imprevedibile di risiko) il giovedì con un altro ragazzo italiano abbiamo organizzato la partita di calcio settimanale dei Muzungu (asiatici, latini, europei…) contro i campioni distrettuali del negri’s college. Venerdì e Sabato corsa o riposo in preparazione di gradevoli barbecue o seratine al pub e infine domenica ultimo appuntamento con il volley.
Mentre scrivo e’ sorta la luna, enorme e luminosissima nel nero cielo d’Africa, inizia a creare quella sua particolarissima ombra che tanto conforta i ciclisti della notte. Tutto sembra toccato dalla magia sotto quella luce, persino le centinaia di lucciole sembrano brillare meno di fronte a sua maestà.
Certo anche pedalare nelle sere senza luna ha il suo fascino, lasciare la macchina nel compound di AVSI pieno di luci di sicurezza, prendere la mia graziosamente rude Roadmaster e sgusciare dal cancello nel buio più oscuro che i sogni abbiano mai immaginato.
Timidamente pedalo e con cautela cerco di ricordare le buche, le pozzanghere, il fango e la sabbia. Puntualmente nell’arco di 500m appena dopo aver inspirato tutta la magia della notte su di un sentiero che mi guida grazie a mille lucciole che mi vorticano attorno, sdeeeeeeng mi si affossa l’avantreno ed io cerco sempre di cadere in piedi, cosa che non capita quando trasporto passeggeri sulla canna.
Durante i fine settimana se non viaggio, mi godo le bellezze che vedo troppo velocemente dalla macchina durante la settimana lavorativa, ad un ritmo più tranquillo e più ricco di dettagli.
Le farfalle di ogni colore e dimensione che si nutrono tutte insieme attorno ai pantani di fango e quando ci passi vicino volano via come un turbine di eleganza, senza sembrare spaventate o scocciate, solo meravigliosamente eleganti.
Gli insetti da altri mondi che la natura riserva, come le cavallette millecolori che sembrano un opera d’arte che si porta un graffito tatuato sulla pelle in giro per il mondo, o i vermi giganti, piu simili a serpenti milanisti adorni di enormi spine bianche che intimidiscono non poco o ancora le piccole piantine che si ritraggono dolcemente su loro stesse al primo tocco, per poi tornare nel loro fiero e piccolo splendore a pericolo passato, e … troppi miracoli ci riserva questa terra.
E poi ancora le centinaia di migliaia di bambini che popolano le strade e che alla vista di uno straniero che calca i loro sentieri, o si disperano terrorizzati per l’uomo bianco che li porterà via oppure appena più grandicelli ed abituati a quegli esseri così pallidi, si lanciano in un interminabile e sonorosissimo byeeeeeeeeeeeeeeeeeeeee muno o muzungu byeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeee.
Ed io con i miei compagni non possiamo che rispondere altrettanto in acholi waneeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeennnnn. A volte nelle realtà più remote, i bimbi piu temerari si avventurano fino a toccarmi il braccio meravigliati dai miei peli e sfregano le loro ditina sulla mia pelle guardandosi poi i polpastrelli. Infine mi guardano con aria interrogativa e scoppiano in una risata dopo aver confermato che non sono dipinto di bianco.
La dieta di questo popolo che mi nutre nelle mie escursioni di coordinazione del progetto nei villaggi più lontani e’ molto semplice e i piatti tradizionali si contano sulle dita delle mani. Principalmente si mangiano fagioli, con un paio di pomodorini e qualche spicchio di cipolla, oppure patate o piselli in salsa di sesamo e arachidi, o ancora spinaci con carne di pollo o di capra. Il tutto accompagnato da un onesto riso in bianco o da un nutriente e stopposissimo posho. Quest’ultimo e’ una sorta di polenta locale fatta di farina di mais o miglio, rigorosamente insipido e ovviamente privo del desideratissimo formaggio. Passato l’entusiasmo iniziale per quella che rimane una cucina decente e molto nutriente, ho cominciato a trovare mille scuse per invitarmi a pranzo da Federico che ha la cuoca migliore di tutto l’Uganda oppure mi limito a provare le varie cucine etniche arrivate fin quassù. Prevalentemente indiani, che storicamente hanno in mano le attività economiche produttive di questo paese, cinesi ed etiopi.
Una delle tante altre cose che mi ha colpito si questo popolo e’ la moderatezza del tono di voce, così basso umile e modesto. Perché, come mi hanno spiegato, quando si parla di cose importanti e necessario richiamare attenzione e raccoglimento dell’interlocutore mantenendo un tono di voce sottilissimo. E visto che la maggior parte delle volte che parlano con me lo considerano importante (?!? Spero?) io puntualmente devo chiedere che me lo ripetano almeno un paio di volte.
Loro si mettono a ridere come del resto fanno nella maggior parte delle occasioni per sdrammatizzare o spezzare la tensione e con pazienza cerco di cavare il ragno dal buco senza far notare che non mi sembra ci sia nulla da ridere.
Il riso e’ una medicina preziosa per questa gente, un antidolorifico comune e diffusissimo. Passato il momento del lutto violento, se interrogati sui drammi dei loro cari, persino sulle atrocità’ della guerra, questi ridono di un riso che non so definire perché mi sbaglierei, non avendo vissuto le brutalità che loro hanno dovuto superare. Eppure quel riso credo che voglia allontanare il dolore del ricordo rendendolo irreale, descrivendolo come una tragica burla del destino che e’ fortunatamente passata.
Infinita e’ la durezza di questo ambiente, eppure i suoi abitanti continuano a fare buon viso a cattivo gioco facendo di ogni necessita’ una virtù, con una creatività a noi sconosciuta.
Un esempio sono i falegnami che increduli e felici del lavoro trovato, cercano ogni modo di andare in contro al cliente, sfidando ogni legge della fisica, arrivando a trasportare letti matrimoniali sulle loro moto. O i venditori di polli che ne trasportano una ventina appesi a testa in giù sulle loro bici e ancora i produttori di carbonelle che cavalcano le strade con i loro sacchi da 100kg in bilico sui loro porta pacchi.
Oppure i miei beneficiari che camminano distanze infinite dalla loro capanna per non mancare l’appuntamento con me o i miei colleghi nel giorno in cui potrebbe capitargli una opportunità per guadagnarsi una vita leggermente migliore, che gli permetta di mangiare quel pasto in più e mandare i bambini a scuola o all’ospedale.
Ricordo Christine che dopo il suo training in Business Skills, si presenta senza sorriso impugnando il suo bastone per ricevere il suo capitale d’avviamento. Suo figlio che l’avrebbe dovuta aiutare nel trasportare le mercanzie dai grossisti al suo villaggio e’ stato arrestato dieci minuti prima di fronte a tutti noi per qualcosa che forse non ha commesso. Avrà diritto a un processo? Uscirà mai? Sara’ che ha fatto uno smacco alla persona sbagliata… Sicuramente tutte queste preoccupazioni a Christine le sono passate per la testa e probabilmente la torturano tutt’ora. Eppure. Lei non poteva andare in prigione perché non sarebbe cambiato nulla, e con malinconica serietà mi ha spiegato il suo nuovo business plan, senza l’aiuto del figlio. Lei stessa, sarebbe andata in bicicletta fino ai grossisiti, si a 65 anni, combatte contro le decine di kilometri polverosi, le minacciose buche sulla via e le apocalittiche piogge che ultimamente hanno sradicato sempre più alberi.
E che dire di Lucy? Gli occhi neri profondi come l’oceano, uno dei visi più dolci e timidi che abbia visto. Bella come una dea. Ha aspettato il suo turno qualche ora dopo Christine.
Tremante entra e si accomoda sulla sedia di fronte a me. Conoscevo la sua storia: tradita dalla sua famiglia e dall’uomo che amava per cui aveva abbandonato la sua terra ancestrale. Madre di quattro figli e’ stata ripudiata dal marito per avere contratto l’AIDS da lui stesso. Spesso in passato non ha potuto contenere le lacrime, con quattro creature da mandare avanti in questo mondo e non un clan che le concedesse un briciolo di terra dove stabilirsi e coltivare. Ma di terra ce n’e’ molta, chi cerca trova e così si stabilisce grazie anche al nostro supporto per la costruzione della sua capanna. Già ma come sopravvivere, la terra e’ generosa pero non abbastanza…
Per questo si trova davanti a me, tremante e dalle labbra asciutte e piene di crepe per il nuovo ciclo di antiretrovirali appena iniziato… per raccogliere un opportunità, che forse potrebbe essere l’ultima. Mi tende le braccia possenti di chi zappa ogni giorno e con robuste mani callose riceve 70$, ringrazia timidamente e si avvia verso casa. Commerciera’ fagioli, sesamo e pesce essiccato. Ce la farà’. Io prego perché nessun altro si approfitti della sua innocente dolcezza.
Non reclamano scuse, per quanto stiano soffrendo nel corpo o nella mente queste persone, fanno e resistono ad un ambiente che e’ spietato come il sole che schiaccia come una pressa potentissima dalla mattina alla sera.
Se solo potessero fare un arte di questa loro capacita sarebbero molto più sviluppati di noi e invece la maledizione/benedizione della accontentarsi, e questo clima senza misericordia, non glielo permette.
Quaggiù la morte e’ tremendamente presente. Come ci si può sviluppare se ogni mese l’oscura signora falcia via uno dei nostri cari? Difficile pianificare un percorso di crescita quando tutti i messaggi intorno a noi ci ricordano quanto sia incerto il filo a cui siamo appesi. In questi 9 mesi ho fatto le condoglianze o assistito al funerale di figli o fratelli del mio staff quasi una ventina di volte. E così ciò che si ha oggi viene subito consumato, troppe le pressioni interiori e dei propri familiari per soddisfare le mille richieste del presente, impossibile risparmiare per creare qualcosa di più grande in futuro. Ma quale futuro, quel concetto qui e’ ancora davvero lontano… le ipotesi e le soluzioni per questa situazione si sprecano, ma chi lo vorrà le discuterà davanti a un bel bicchiere di vino tra le belle montagne della Valtellina.
Così anche questa volta torno a casa, chissà per quanto e per dove ripartirò’. La piccola morte interiore di questa partenza si fa largo nel mio cuore. Da questa terra porto via qualche preziosa ruga che guardando allo specchio sempre mi ricorderà di quello che ho imparato respirando in questi luoghi.
La natura infinita con la sua squisita e infinita linea dell’orizzonte più lontana di quella che si vede al mare. Che incornicia una natura piena di miracoli, dove gli animali nella loro innata eleganza la fanno da padroni.
Il rosso della strada, il verde dei campi, il blu del cielo, il bianco delle nuvole e il beige delle capanne che mi salvano dalla polverosa afa della canicola. Il mercato con i suoi numerosi sorrisi che si fondono in una grande atmosfera di laboriosa serenità tra il puzzo della carne e l’eleganza della frutta. Le fantasie dei tessuti appesi ad ogni baracca e il plasticume degli utensili domestici che ha sostituito la fantasia degli artigiani del legno e della terracotta.
La gioia sorpresa di una donna che mi sente comprare alla sua bancarella una papaya nella sua lingua e la sua piccola bimba che mi si getta al collo con un sorriso mai visto gridando Monoooo
L’incanto miracoloso di una lucciola che mi saltella tra le mani, ricordandomi la luce che ognuno di noi si porta dentro e che solo chi ci vuole bene può vedere.
Le piogge torrenziali e il sole infernale.
Le pendici incantate del fiabesco massiccio del Rwenzori, che prima di concedermi la vetta ha amaramente rimproverato le mie arroganti pretese.
Gli amici che mi hanno ascoltato nei momenti di difficoltà e quei pochi a cui ho regalato con sincerità il più piccolo degli aiuti.
La persona più speciale che mi abbia mai accompagnato fin qui, che ha pazientemente sopportato i miei febbricitanti deliri e asciugandomi la fronte mi ha letto un libro dolcissimo, beccandosi anche lei la malaria.
Stringere la mano del mio interlocutore per tutta la durata della nostra conversazione come se fosse la cosa piu normale del mondo.
Andare al pozzo a prendere l’acqua quando non arriva più in casa.
Incantarmi del sorriso esaltato di un bambino che e’ appena stato chiamato per fare il portiere.
David che dopo avermi svogliatamente accennato della sua fanciullezza armato di Kalashnikov, entra in casa mia con un enorme sorriso, timidamente umile e desideroso di scoprire con enorme sorpresa le magie di internet che così tante risposte può dare. Cliccando per caso sulle notizie della BBC si spaventa nel vedere un bombardamento in Pakistan e mi chiede incredulo e impaurito: Sono di nuovo i ribelli?
E poi si incanta di fronte alla Torre Eiffel, tentando di capire la ragione dietro ad una costruzione così bella e imponente.
Questo e’ un elenco che non vuole finire, e che in un momento in cui desidero fortemente tornare a casa, mi rammenta la fortuna di chi viaggia, che così facilmente riesce a conservare uno sguardo incantato di fronte alle proprie esperienze. Un giorno non troppo lontano anche io imparerò a conservare questo sguardo rimanendo nello stesso posto, uno dei tanti da cui sono partito e che finalmente dopo tanto vagare, scoprirò ogni giorno completamente nuovo.
Un abbraccio forte. Non vedo l’ora di rivedervi.
A presto
Vostro Gabri
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