
La vigilia di quest’ultimo Santo Natale e’ stata diversa da tutte le precedenti. Con il mio amico Filippo abbiamo lasciato Juba per Nairobi, dopo esserci meravigliati come bimbi della ricchezza di cibo disponibile nei centri commerciali, e della goduriosa frescura kenyota, abbiamo deciso di riposarci prima della messa di mezza notte. Ci siamo concessi una lussuosa cena frugale a base di riso e patate e siamo partiti con un taxi alla ricerca di una chiesa. Ebbene dopo due basiliche chiuse il tassista esausto e imbarazzato ha deciso di abbandonarci presso una discoteca evangelica in cui il redivivo Elvis Presley nella sua versione piu’ abbronzata ha coordinato i balli mistici e scalmanati degli astanti che celebravano a loro modo la venuta del nostro Signore.
Dopo tre ore a letto, eravamo in uno stato di assonnata emozione mentre ci recavamo in aeroporto ad incontrare i nostri quattro compagni di viaggio che venivano dalla mia bella Valtellina. La spedizione da tempo sognata incominciava davvero! L’autista si presenta in ritardo di due ore millantando una fantomatica foratura. E’ la mattina di Natale, emozionati, saliamo sul pulmino alla volta di Nanyuki ai piedi del Monte Kenya. Dopo un paio d’ora si rivelano a noi in tutto il loro spleandore la Batian e la Nelion che troneggiano dai loro 5,200 m sull’ altopiano centro occidentale kenyota.
Interessante sapere che è la montagna, ad aver dato il nome alla nazione Kenya, questa parola in kykuyu significa montagna dello splendore per il forte luccichio che i ghiacci emettono all’ equatore in quei rari momenti in cui la montagna e’ visibile dalla valle. Le diverse tribù che vivono ai piedi del monte hanno tramandato leggende diverse su quel luogo a loro sacro. Tutte hanno ritenuto che fosse la dimora di Dio, il quale dopo aver creato il mondo si e’ ritirato in quei luoghi alti e immacolati. Per i Kykuyu, Ngai e’ il nome del Dio che se disturbato dal suo letto altissimo e ghiacciato avrebbe fatto precipitare rocce e neve per punire gli arditi scalatori. Ed effettivamente fino agli anni 60 su una ventina di spedizioni i morti che si prese la montagna furono quattordici. Sembra che Ngai dopo l’indipendenza del Kenya nel 1963 si ammorbidi’ molto o furono gli uomini a diventare sempre piu’ arditi.
E’ da ricordare che la prima conquista della vetta avvenne nel 1899 ad opera di Sir MacKinder e delle due fidate guide valdostane del Duca degli Abruzzi Cesare Ollier e Giuseppe Brocherel. Per i Meru inoltre i ghiacciai del Kenya furono il luogo dove Dio creò le razze degli uomini. In principio l’umanità’ era nera come la notte. Quando gli uomini videro lo splendore bianco sulle cime del Kenya alcuni ci si recarono per primi e diventarono bianchi, iniziando cosi la razza caucasica-europea, altri meno rapidi arrivarono per secondi e presero un colore meticcio diventando i progenitori degli arabi e degli indiani, i più lenti si dovettero accontentare del loro colore attuale perché Dio li lascio neri.
Entriamo nel parco alle due del pomeriggio del giorno di Natale, il pensiero corre a casa, dove le nostre famiglia stanno preparando il pranzo natalizio. Abbiamo deciso di seguire la via Naru Moru (Pietre Nere in lingua Meru), nota per la sua brevità rispetto alle più spettacolari Chogoria e Sirimon. La spedizione è composta da sei alpinisti (Adele, Alex, Camillo, Filippo, Io e Simone), una guida il cui cognome sembrava una fotografia del suo sdentato sorriso (Solomon Kedenci con il suo assistente George), il grandissimo cuoco (Samuel) con i due assistenti, e infine ben nove portatori i cui nomi non sono riuscito a ricordare. Con caparbio sorriso ci hanno accompagnato per sette giorni garantendoci colazioni e cene degne di una spedizione d’altri tempi. Con tre ore di cammino raggiungiamo il primo campo, dove si trova la stazione meteorologica che ha fornito le previsioni nefaste, fornitemi da Camillo e Alex rispetto alla neve che sarebbe scesa nei giorni di nostra permanenza. Screditare queste previsioni come sono solito fare quando sono avverse ai piani del gruppo, non ha aiutato il solo a venire fuori nei seguenti sette giorni.
L’arietta dell’equatore comincia a essere fresca oltre i 3200 m, fortunatamente siamo alloggiati in lussuosi rifugi di legno e viziati dagli ottimi manicaretti che i nostri cuochi ci cucinano. Zuppa di porro, Riso o pasta, pollo o manzo e dessert ad ogni pasto di qui alla fine della spedizione.
La prima sera trascorre lieta e gli argomenti di discussione vengono scelti spontaneamente, per essere solennemente mantenuti nell’arco della settimana: Commenti sul gentil sesso, imprese personali e infine le immancabili tematiche gastrointestinali di gruppo.
Il secondo giorno con sette ore di cammino attraversiamo la cosi detta palude verticale che per fortuna ci ha visto preparati con dei fedeli stivali di gomma, percorrendo il crinale della valle di Teleki arriviamo al MacKinder’s Hut 4200 m. Una pioggerellina non propriamente britannica ci ha iniziato ad accompagnare dai 3,800 m in su. Tuttavia il morale è alto, siamo tutti in forma e abbiamo goduto della trasformazione di vegetazione piu’ spettacolare tra i diversi passaggi di quota. Lentamente compaiono piante enormi chiamate Seneci che sembrano solitari esploratori imprigionati nella montagna con le posture più buffe o drammatiche che posso immaginare. Le lobelie con i loro fiori orgogliosi che puntano il cielo e i loro soffici peli che trattengono l’altissima umidità del luogo. Oggi ci fa compagnia anche qualche animale selvatico: i bush buck, simili a dei caprioli e gli iraci conosciuti ai prigionieri di guerra italiani come “l’ammazza il maiale” per i caratteristico verso straziante che questo animale produce nella notte. In realta’ molto simili alle marmotte ma senza coda e con un aspetto decisamente più sciupato.
Il rifugio è interamente costruito in pietra ed è insieme ai rifugi del Rwenzori il luogo più umido che io abbia conosciuto. Nonostante il termometro segni 9 gradi, io sento un freddo che mi scava le ossa, si susseguono innumerevoli the con il gruppo per scacciare questa sgradevole sensazione che penso sia dovuta alla mia prolungata permanenza tra i 30 e i 40 gradi del Sud Sudan. La pressione è molto bassa e le nuvole impediscono di contemplare le cime che ci sovrastano.
Intorno alle 5 del pomeriggio, vediamo degli altri portatori arrivare al rifugio, tutti confidiamo nel gruppo di ragazze americane che voci di corridoio volevano in arrivo dalla vallata parallela e invece con ancora più piacevole sorpresa entra un ragazzo dal volto familiare. Saluta con forte accento tedesco accompagnato da tre amici. Non passano che pochi minuti quando ricordo dove ho visto la sua faccia. “Eri in Ecuador tre anni fa?” gli chiedo. “Si mi ricordo di te, stavi scalando il Chimborazo con il tuo amico che assomiglia a John Lennon” mi dice. Sorrido per la simpatica coincidenza di avere ritrovato il gruppo di altoatesini con cui facemmo amicizia io e Damian , chissa’ su quale altra montagna ci incontreremo.
La notte e’ freddissima, il mio sacco a pelo deve aver perso qualcuna delle sue piume o io sono diventato più freddoloso. Godo di maestose stellate, durante le varie sveglie notturne per visitare la latrina a causa dei litri di the ingeriti, a buon diritto spero in una giornata di sole l’indomani. La notte si è portata via la spessa coperta bianca che copriva gelosamente il tappo vulcanico con le cime principali del Kenya: Batian, Nelion e Lenana. Nomi dei tre capi Masai che concessero alle prime spedizioni di passare indenni attraverso quel popolo selvaggio e feroce che non faceva prigionieri in battaglia che uccideva le donne del nemico rigorosamente dopo la prima notte a seguito della battaglia e che non seppelliva nemmeno i propri morti. I Masai ritengono l’agricoltura un’attivita’ per esseri inferiori e sono convinti di essere i proprietari divinamente designati di tutte le vacche del mondo. Questa convinzione crea non pochi problemi quando più di una tribù la pensa in questo modo, oltre al Kenya, in Sud Sudan e Uganda anche i Dinka, i Nuer e i Karamojon avanzano la stessa convinzione, con buona pace dei più pacifici e sfortunati proprietari di bestiame limitrofi.
La luna splendente e rotonda donava un aspetto drammaticamente meraviglioso alle orrende pareti che contemplavamo e su cui aspettavamo di mettere le mani. Purtroppo ancora una volta il giorno ha portato dense nubi a offuscare quei tesori splendenti. Il terzo giorno ci siamo dedicati ad un giro di acclimatamento salendo a 4600 m per visitare i due laghi che si trovano nella vallata a settentrione, dove sale la via Sirimon. Abbiamo potuto vedere la bellissima via ghiacciata nota come Diamond Colouir (o quel che ne resta) prima di raggiungere i laghi Nanyuki Tarn e Tu Tarn. Qui nel 2008 cinque soldati del reale esercito britannico che stavano tenatndo un ascensione decisero di campeggiare e in un giorno di sole contravvenendo alle agitate raccomandazioni dei portatori, due di loro decisero di fare il bagno. Dopo qualche difficoltosa bracciata, il freddo li paralizzò, i due sventurati chiamarono gli altri tre per soccorrerli. Morirono annegati nel giro di pochi minuti, tutti e cinque.
Nella salita chiacchieriamo di ‘nature’ con Camillo mentre la pioggia continua a infradiciarci. Simone da buon professore ci fa qualche lezione multidisciplinare, mentre io molesto la guida con le mie solite richieste sull’etimologia dei nomi che ci presenta. Adele, Alex e Filippo non possono fare a meno di notare che fortuna abbiamo ad essere continuamente avvolti dalla piovosa nuvola di Fantozzi.
Mentre rientriamo nell’accogliente rifugio, penso a quei tre prigionieri di guerra italiani capitanati da Felice Benuzzi che nel 1943, scapparono dal campo inglese di Nanyuki dopo 20 mesi di prigionia, non per raggiungere un luogo sicuro, ma per provare la loro libertà e la loro umanita’ nella scalata alla cima Batian. Con cibo scarso, sacchi pesantissimi e materiali improvvisati riuscirono a costruirsi una via di salita risalendo uno dei fiumi principali del Monte (il Nanyuki). Frustrato il loro tentativo alla Batian da una di quelle vie che si scoprirà essere tra le piu impegnative, sullo spigolo Nord Ovest, ripiegarono sulla Lenana dove misero il nostro tricolore. Questo gesto diede un bel grattacapo agli inglesi che dovettero organizzare una spedizione apposta per levare la bandiera italiana. La loro si, che era un impresa all’insegna della purezza, con il timore delle belve feroci e i vestiti perennemente bagnati riuscirono in due settimane a scappare e riconsegnarsi al campo, smagriti ed esausti ma così ricchi di quella energia che ti regala lo sforzo di sopravvivenza e la contemplazione di quei luoghi immensi e gloriosi come il cuore degli uomini che li abitano brevemente.
Alla luce della lanterna, leggo la storia di quei tre, nel libro datomi da mio fratello Sebastiano, anche dentro di me si fanno spazio quei pensieri eroici e le paure che precedono l’attacco di un via. Buffo equilibrismo quello dell’alpinista tra desiderio di altezza e timore dell’ignoto. Una sensazione piuttosto schizofrenica che ti attira incontrastata come le sirene di Ulisse. Specialmente al mattino prima dell’attacco quando destato nel cuore della notte dal suono poco cordiale della sveglia, il pigro risveglio amplifica l’incertezza che ci aspetta in parete. Quale confortante sensazione però attaccare la roccia e affidarsi alla sua generosa durezza tentare di contemplare fino in fondo quello che si è solo ammirato dal basso fino a poc’anzi.
Arriviamo all’Austrian Hut il quarto giorno, incontriamo Paolo Civera, amico anche lui del CAI di Sondrio, insieme al gruppo di avventure nel mondo che ha portato a scalare. Sono tutti delusi per il brutto tempo che non gli ha permesso nemmeno di tentare la via. Ghiaccio, acqua e neve non sono buoni amici quando ti aspetta una via verticale di 400 m. E’ presto e non si vede che a 30 m di distanza decidiamo di salire prima di pranzo sulla Punta Lenana a 4985 m. Io per la prima volta inizio a sentire le campane del mal di quota in testa, m’infastidisco. Oltre al generale stato di malessere, non mi perdono l’incapacita’ di qualsiasi gesto di aiuto e generosità verso i miei compagni, attitudine che in montagna e’ più che mai necessaria e giusta. Ad intervalli irregolari Filippo, Alex e Adele lamentano le mie stesse sensazione con la spiacevole aggiunta del maledetto vomito. Fortunatamente dopo una lunghissima notte di sonno alle 4.30 del mattino sono quasi nuovo. Alex con Filippo e Camillo con Simone si stanno preparando al mestiere per cui siamo venuti. Esco per visitare la latrina prima degli altri con una gran pesantezza in cuore. Come glielo dico che ho cambiato idea, che mi sento meglio e che attacco anch’io la cima. Apro la porta appannata del rifugio e con timido sollievo constato che nevica a larghe falde.
Non ero pronto per partire quella mattina, la via mi incuteva timore e quell’enorme cappello roccioso dell’addormentato vulcano se ne sarebbe accorto, impendendo il mio passaggio.
Annuncio la prevedibile notizia, Camillo impreca più acutamente degli altri, gli stava a cuore quel tentativo e anche Simone maledice il tempo. Filippo e Alex restano più anonimi, leggo la loro incertezza e suggerisco: “io oggi non salgo, torno a dormire. Con questo tempaccio e’ meglio provare ad arrivare all’inizio della via, riposarsi e scommettere su domani”. Si dibatte per pochi minuti, Simone e’ il più deciso a tentare. Con un pizzico di gioia decidiamo di posticipare. Dolce è stato riaddormentarsi con la gioiosa idea che domani sarei arrivato preparato. La seconda giornata a 4,800 m scorre pigra dopo la breve ricognizione benedetta da neve e pioggia. Tutti soffrono l’inattività a cui forza il rifugio. Io sinceramente, ne ero felicissimo. Qualche passeggiatina tra i sassi coperti di quella magica sostanza bianca che in Africa mi manca tanto, nella costante preghiera che il Nelion si facesse vedere, geloso come una vergine araba delle sue pericolose bellezze si stringeva tra nubi foltissime. Gli argomenti di dibattito non si allontanavano da quelli tacitamente stabiliti a inizio spedizione, ma cresceva la tensione per il momento decisivo. Quante cordate facciamo? Il numero di partecipanti era tornato incerto, ognuno faceva la sua stima ma l’unica cosa certa era che la sveglia sarebbe suonata alle 4.30 del mattino. Il sentimento provato è simile al primo esame universitario, al primo incontro amoroso o tutti quegli appuntamenti per cui sai che una seconda possibilità comprometterebbe la purezza e la bellezza del gesto.
Sveglia, nevica ancora. Non importa, si parte. Camillo e Simone sono la prima cordata, Alex, io e Filippo la seconda. Durante l’attraversamento del ghiacciaio Lewis si placa la neve e il cielo si apre, mostrando maestoso il sole. Camillo e Alex carichissimi raggiungono per primi l’attacco collocato ai piedi della parete sud orientale a lato dell’unico accumulo di neve rimasto, seguiamo Io, Simone e Filippo con umile passo per conservare energie nei passaggi più delicati. Poco prima delle sette attacchiamo la parete, entusiasti per il sole chiudiamo il primo tiro, Camillo e Alex tirano le rispettive cordate. Già al terzo tiro dopo appena 30 minuti il meteo cambio umore. Cominciano a scendere i primi fiocchi di neve. Le dita prendono appigli innevati e non riescono a contrastare il freddo della roccia ghiacciata. Una quarantina di metri sotto di noi si presentano gli alto atesini che dibattono sul da farsi, di li a poco decideranno di rientrare.
Intanto Camillo si trova già al quarto tiro, il camino di MacKinder. Il camino vero e proprio e pieno di ghiaccio viscido, la percorrenza fuori dal camino in placca avida di appigli inizia a dare qualche speziato grattacapo, noi aspettiamo contemplando il ghiacciaio di Lewis e quella che s’intuisce essere la Lenana. Qualche robusta imprecazione permette a Camillo di passare, lo segue Simone. Alex con ferocia assale gli appigli e sembra saltare sul ghiaccio, io e Filippo ringraziamo di avere un corda già in alto che ci custodisce. Le braccia tirano e abbiamo un fiatone come se fossimo scappati dall’attacco di un ghepardo.
I successivi due tiri sono facili e ci ritroviamo in cima a un pinnacolo da cui sembra necessario fare una doppia per scendere. La prima cordata non ci sente, non possiamo consultarli. Alex propone di disarrampicare su un tratto vagamente esposto, io preferisco fare una doppia con Filippo per ricongiungerci oltre un traverso. Sarebbe stato meglio fidarsi, ma credevo fosse meglio non forzare la mano con cosi tanti metri ancora da fare. Alex e’ dispiaciuto di questo episodio e anche io, non c’e’ tempo per parlarne, non c’e’ tempo per fare nulla con la lentezza di una cordata da tre bisogna salire, salire e salire. Con altri due tiri raggiungiamo il bivacco di meta’ parete. Una lamiera poggiata su due roccie, decisamente inaffidabile come appoggio. Siamo incerti sulla direzione da prendere, Alex suggerisce di proseguire sulla parete Sud-Est. Scoprii in seguito che lo stesso suggerimento venne avanzato da Shipton qualche decennio prima. Io ricordavo di aver letto e discusso con Camillo di un attraversamento della cresta per cambiare versante proprio all’altezza di quel bivacco. Vista la delicatezza della decisione, siamo tutti cauti e decidiamo all’unanimità dopo aver consultato la foto della parete che era stampata sulla cartolina della spedizione.
Parte un lungo traverso con cui perdiamo qualche metro di quota e nel quale si e’ dovuto transitare sopra una infida placca di ghiaccio nascosta dalla neve. Il sole si e’ burlato di noi e dopo averci fatto scorgere un suo raggio ci ha abbandonati ad una fitta neve grandinosa. Siamo rincuorati nel vedere la cordata che ci precede poco piu’ avanti di noi, gia sul tiro chiave della via. Noi Abbiamo dei problemi con la lunghezza della corda dimezzata per servire la cordata di tre, alcuni tiri dobbiamo farli in due riprese. Nessuno si scoraggia, desideriamo tutti la cima dopo tanta strada, nessuno parla di mangiare e neppure di bere, si pensa solo a salire il prima possibile, siamo concentrati e le ore passano senza che ce ne accorgiamo. Sono gia’ le 2 del pomeriggio. Avremmo dovuto essere in cima, forse se ci fosse stato il sole lo saremmo stati. Il tiro difficile di quarto e’ fisicamente molto duro, Alex sale con umile rapidita’ mettendo tutto il materiale di cui dispone. Seguo affannato come una ciminiera e felice di stringere la mano dei miei compagni a fine tiro. Ci dirigiamo verso un cucuzzolo della stessa cresta che avevamo attraversato tre tiri fa. Ci mettiamo in sosta. Siamo nel regno delle nubi, intravediamo ripidi pareti per ogni dove che finiscono severamente sulla morena del ghiacciaio qualche centinaio di metri piu’ giu’. Mi sembra di stare tra le guglie del Duomo di Milano.
Io e Filippo iniziamo a sentire la fatica. Alex tira il gruppo con una serietà e una serenità che inspirano e confortano. Scorgiamo il seguente tiro. Un traverso scarso di appigli e gradevolmente esposto sul baratro. Non verbalizzo i pensieri di repulsione, per non scoraggiare me e gli altri. Passiamo tutti lentamente, Alex usa con sospetto una staffa trovata li e raggiunge la sosta. A me e’ costato una buona dose di imprecazioni dovuta alla corda che si incastro’ in una sporgenza della roccia.
Rieccoci sul versante sud. Siamo davanti ad un canale che produce mentre passano Camillo e Simone dei simpatici massi erratici il cui cammino sembrava diretto alle nostre persone. Mentre assicuro Alex Filippo mi sbuccia una banana e via di nuovo, sono quasi le tre. La voce di Camillo che incita non proprio gentilmente Simone ci accompagna. Sembra ci sia un’altra parte complicata piu’ in alto. Ci penseremo piu’ avanti.
Vediamo due vecchi chiodi di fronte alla sosta, vista rassicurante del passaggio della via. Si tratta di un passaggio cortissimo ma per nulla banale. Anche Alex ha bisogno di studiarlo un po’, mette i due rinvii cerca di alzarsi il piu possibile e io e Fil ci arrovelliamo per facilitarlo, ma la corda bagnata impietosa si distende. Sentiamo il tempo che scorre, Alex decide di staffare e con notevole sforzo fisico sgattaiola via, la corda mi scorre talmente rapida tra le mani, capisco che segue un pezzo molto semplice. Io non me la cavo cosi bene, le ore passate si fanno sentire mi sento di pesare immensamente di piu e le dita iniziano ad avere antipatici crampi. Mi spendo in urla liberatorie decisamente sgradevoli per il religioso silenzio che ci avvolge. Ringrazio chi ha piantato i chiodi che ho ampiamente usato in tutto il loro potenziale e via con la lingua a terra raggiungo Alex sentiamo il profumo della cima. Filippo ci raggiunge con poco sforzo. Urliamo in cerca della prima cordata, ma nessuno risponde. Preoccupati seguiamo la via piu’ intuitiva e nel giro di qualche stanca paretina siamo in cima alla Nelion sono le 4.34 del pomeriggio l’altimetro segna 5,185. Un abbraccio sentito tra compagni con la gioia smorzata dalla stanchezza, dal brutto tempo che ci impedisce di preseguire attraverso la famigerata porta delle nebbie verso la Batian solo 11 metri sopra di noi eppure a sei ore di distanza, infine lo spauracchio della discesa. La radio funziona e Alex puo’ avvisare la sua bella Adele del successo sulla Nelion. Rincuora sapere che qualcuno laggiu’ rivolge a noi il suo pensiero.
Tra foto di rito e riordino del materiale si paventa di bivaccare, ma lo scatolotto di latta che avremmo per casa trasuda acqua e ghiaccio. Sarebbe stato bello godersi le cime severe nel cuore della notte e forse una spettacolare alba la cui serenita’ avrebbe portato il nostro sguardo fino al Mt Elgon o all’oceano indiano. Iniziamo la discesa, Camillo trova con facilita’ il primo anello di calata, la prima doppia e’ lentissima. Quasi 40 minuti per scendere tutti e manca gia un quarto alle sei. Inizio ad avere pensieri spiacevoli rispetto a dove la notte ci cogliera’. Alex chiude il gruppo. Il sistema delle due corde giunte insieme e’ troppo lento. Si cambia musica perche gli anelli dovrebbero essere a 25 metri l’uno dall’altro. Camillo scende per primo, Io porto giu’ la seconda corda per piazzarla mentre gli altri scendono. La stanchezza inizia a farsi sentire. Abbiamo Mancato il terzo anello di doppia. Fortunatamente siamo su una sicura cengia, pochi minuti dopo avvistiamo l anello ad una decina di metri sopra di noi, pazienza prepariamo una fettaccia d’abbandono e via rapidi nella speranza di imbroccare la sosta. Camillo dice che non c’e’ nulla, argh. E’ spiacevole la sensazione di dover abbandonare la corda doppia senza avere un appoggio ben saldo. Come un segugio alla ricerca, Camillo finalmente trova l’anello sopra al tiro chiave. Il tramonto si presenta inesorabile con la fretta che non si trova in nessun uomo all’equatore, il sole in cinque minuti scende, fa le valige e lascia spazio alla notte.
Stanchezza. Se non abbiamo trovato le calate con la luce, come faremo ora? Mentre aspetto Filippo e Alex, vedo Simone che accende il frontalino e con Camillo effettua il traverso per ritornare sulla parete sud da cui siamo partiti e alla cui base c’e’ il sentiero per il nostro rifugio: l’Austrian Hut. Urla di gioia, Camillo ha trovato il sesto anello che dalla cresta scende verso il ghiacciaio. Con il buio siamo tutti piu’ lenti, e le manovre a cui siamo costretti ci rallentano ancora di piu nel lento tentativo di non fare sbagli. Quaranta minuti passano prima che ci ricongiungiamo, il vento soffia via le nuvole insieme a tutto il nostro calore. La scena del mancato ritrovo dell’anello si replica. Uno dietro l’altro ci caliamo certi che il prossimo riuscirà a scorgere un luccichio tra le rughe e le vene di quella roccia silente. Questa volta passa un’altra ora a discutere il da farsi. Dimenticandomi dell’inutilita’ di quelle parole oltre che della loro gravita’ sul morale altrui, dico: “Sono stanco”. Mi ricordero’ per sempre la verita’ pronunciata da Alex: “No Gabri, dobbiamo esserci fino alla fine, come all’inizio!”. Sortirono un effetto rigenerante per le successive due ore. Continuo a pensarci oggi alla preziosita’ di quel pensiero vero in molti altri contesti.
Arriviamo alla grande cengia finalmente ed e’ gia mezza notte. Siamo tutti piu’ sollevati. Da li abbiamo una buona conoscenza della superficie della parete, ci sentiamo salvi, anche se molto tempo ci separa dal riposo. Si dibatte sulla via, insisto per quella conosciuta. Alex ricorda di aver visto uno spit ed e’ sicuro che sia la via piu’ rapida. Per tacito consenso seguiamo l’idea, che si rivelera’ ottima grazie ad una lunghissima calata con diagonale spintissima che ci porta a sole due lunghezze di corda da terra.
Siamo tutti abbastanza rallentati, Io e Simone piu’ degli altri. Alex comincia la penultima calata, ci mette tantissimo tempo, non lo sentiamo e in uno stato di torpore dovuto al freddo e alla stanchezza aspettiamo il nostro Godot. Poche parole comprensibili ci arrivano col vento, Alex dice di scendere calandosi giungendo le due corde in modo che tre di noi possano arrivare a fondo parete perche’ sembra che la sosta sia molto piccola. Come se ai nostri arti e ai nostri pensieri avessero messo la moviola, dibattiamo in un circolo vizioso su come armare questa discesa. Ci confondiamo a vicenda. Mi offro per provare il sistema. Non capisco dove si trova Alex, ma intendo che vuole farmi passare sotto ad una piccola cornice di roccia e sopra ad un piccolo strapiombo. La mente meno lucida di una ventina di ore fa, non ricorda l’insegnamento di cui sopra. Sono incerto sulla manovra del passaggio del nodo che giunge le due corde nel discensore in sosta, incerto sulla lunghezza della corda e ingiustificatamente sicuro di passare in ogni caso a fianco ad Alex, scendo per quella che mi sembra la soluzione piu’ sicura che passa per una cengia intermedia da cui si puo eventualmente disarrampicare. Terribile errore.
Alex e Filippo, appesi a un chiodo dalla discutibile stabilita’ stavano a 30 metri alla mia sinistra quando sono passato alla loro altezza. Ora la corda era lontana da dove doveva stare e da dove avrebbe portato tutti a casa presto. Io ero a terra, ma avrei preferito starmene su ad aspettare l’arrivo della corda piuttosto che coordinare in modo quanto mai frustrante le operazioni dal basso.
Infatti, per uno strano gioco sonoro. Solo io riuscivo a farmi sentire da Camillo e Simone due soste piu in su. Pertanto la comunicazione tra Filippo ed Alex con Camillo e Simone doveva passare verso le mie corde vocali. Un’ora e mezza ci vorra’ per riuscire ad accordarsi su come riportare la corda nel giusto versante tra nodi e incomprensioni. Finalmente alle tre e mezza tocchiamo terra. Stanchi e indolenziti ci trasciniamo sul ghiacciaio. Mettere e togliere i ramponi mi sembra un gesto di eroica fatica, con passi barcollanti rimettiamo tutti piede nel rifugio con gioia elettrizzata di Adele che ha monitorato il movimento dei nostri frontali sulla buia parete. Cuochi e portatori felici di non essere piu preoccupati ci preparano una zuppa, sono impressionato dalla loro cura per noi. Non ho memoria di come andammo a letto. Venti quattro ore erano passate da che ci eravamo svegliati.
Dolce fu il risveglio poche ore piu tardi colpito da un caldo sole che finalmente si era deciso a sbucare. Faccio la barba insieme a Camillo e poi gioiosamente colazione tutti insieme prima di lanciarci a grandi passi verso il fondo valle, avevamo terminato le notti a disposizione nel parco. Era l’ultimo dell’anno.
Arrivammo verso le 8 al Bantu Lodge dove abbiamo passato il nostro capodanno. La doccia calda e’ stata grandiosa come solo lo e’ dopo giorni di fredda sporcizia, la cena fu ottima anche se ricordo solo teste di pesce molto bizzarre al self service, insieme al delizioso torrone di adele e un salame che avevo custodito da Juba fino a li’. Proseguimmo la serata nella discoteca evangelica adiacente tra una clientela estrememnte eterogenea dai pochi mesi dei neonati agli anziani del villaggio, al ritmo di rap evangelico brindammo all’anno nuovo.
L’indomani, soddisfatti per l’impresa e riposati da una buona dormita siamo partiti per Nairobi, dopo una giornata insieme a passeggio per le starde della citta’ dal sapore britannico il gruppo si e’ separato. Filippo andava al mare mentre noi valtellinesi avevamo deciso di godere della sfuggente bellezza degli animali africani presso’ il Masai Mara.
E’ stato difficile salutari i miei convalligiani, mi allietava pero’ il pensiero che loro di li’ a poco avrebbero visto monti, amici e affetti che sempre piu’ spesso mi mancano nella mia vita a Juba.
Con affetto
Gabri