Domenica a Isohe

Written by

in

Avevo puntato la sveglia alle 6.10, giusto prima che sorgesse il sole, per andare a correre. La sera prima era molto energico dopo aver visto quell bellissimo film che e’ “Il vento fa il suo giro”. Triste verita’ sull’abbandono dei nostri paesi e sulle difficolta’ di essere stranieri, ambientato in paesaggi sublimi, come solo casa mia può esserlo.

Bene, la sveglia suona ed io prendo coscienza con quella sensazione da stagione secchissima, un’arsura in gola che neanche nel deserto del Sahara si prova. Dopo qualche vano tentativo di deglutire la polvere della notte, continuo a sentirmi come un ramo secco. Con godurioso disprezzo dell’alba ho zittito quella voce secondo cui solo I cinici e codardi non si svegliano all’aurora (cit.) e mi sono girato dall’altra parte fino alle nove. Svegliato da una piacevole brezza fresca, apro gli occhi e dalla finestra aperta vedo una bella montagna di forma perfettamente conica baciata dal sole, di roccia nerissima che creava uno splendido contrasto con il cielo blu.

Dopo un bel te bollente con frittella, apro il mio ufficio in modo da lasciare il computer a scaricare la mail, sperando che l’assenza di nuvole aiuti almeno il satellite ad andare un po’ più veloce. E’ già ora della messa, io e Paola, consci della flessibilità degli orari, bigiamo sempre la prima mezz’ora di canti e balli. Per quanto affascinanti le prime volte, poi, diventano una buona scusa per arrivare un in ritardo. Oggi mi sono impegnato ad andare un po piu vicino all’altare per tentare di riuscire a sentire qualcosa.

A fine messa, come vi raccontavo in precedenza, inizia il vero sciallo. Intanto che le donne cucinano con la creatività di chi vuole bene. Io mi dedico all’artigianato, sto lavorando un bel pezzo di legno per farne un porta incenso. Intanto che liscio con cura il morbido pezzo di ramo, arrivano ospiti. Due macchine di UNHCR che l’indomani devono accompagnarci a delle cerimonie di passaggio di consegna di due centri sanitari costruiti l’anno scorso. Arrivano giusto per pranzo. Che cosa scopro che hanno cucinato le cuoche? Pizza al tonno! Abbastanza eccezionale come sforzo creativo quaggiù, certo senza formaggio e pomodoro assomigliava pi a una focaccia, ma questi sono dettagli.

Mi sazio con la pizza e un po’ di polenta e fagioli e invito l’ufficiale di campo di UNHCR nel mio ufficio, gli faccio un piccolo dono dall’ Italia (una semplice agendina della Popolare di Sondrio), sperando che possa attivarsi per mettere un po’ di pressione ai suoi colleghi di Juba per un potenziale progetto di costruzioni comunitarie e creazione d’impiego nell’area in cui lavoriamo. Lui dopo essersi lamentato delle performance di altre ONG che al contrario di AVSI, non riescono a tirare su una scuola, quattro blocchi di latrine e cinque pozzi in quattro mesi…

At least AVSI, mi dice lui, vabbhe sorrido per non piangere di fronte al distacco dalla realta’ di alcune agenzie delle nazioni unite.

Lo lascio andare a riposarsi, vuole andare a vedere le danze e i combattimenti che nella stagione secca avvengono in diversi villaggi, i giovani vanno di ‘piazza in piazza’ (anche se dovrei dire di albero in albero) a ballare e a fare quello che si chiama wrestling. Io, vorrei andare perché il torneo di lotta sud sudanese mi manca ancora. Però mannaggia c’e’ un report dalla lunghezza fantozziana (riassuntivo di 18 mesi di progetto) da fare. Il mio lavoro domenicale va presto a farsi benedire, preso dal caldo e dalla solitudine dell’ufficio dopo 67 minuti esatti mi trovo a fare il giro del compound strepitando e invitando tutti a venire a questa versione locale di palio.

Appena fuori dal cancello mi trovo una squadra sventolante bandiera rossa con i propri uomini forti a petto nudo già belli decorati di farina che marciano con il loro seguito di cheerleader e bimbetti verso l’arena di ballo e combattimenti. I ragazzini battono energicamente i tamburi di pelle di capra mentre le cheerleader con prorompenti fisici da sedicenni e cortissimi gonnellini di fibra sfilacciata agitano il loro sensuale patrimonio a ritmo mentre caricano i combattenti.

Saluto Eliseo, insegnante che incontrai in montagna quando arrivo dopo qualche ora a farmi da interprete nelle mie conversazioni piene di gesti e poco juba arabic con il capo villaggio (tale Cirillo) di Tsere nella area di Dito, dove spero potremo costruire la prima scuola dell’altipiano.

C’e’ un sole fortissimo ma il vento ci benedice con la sua piacevole presenza. Nel giro di pochi minuti siamo all’albero dell’evento. Un vecchio Laluk di qualche buon decennio che crea un’ampia ombra di una ventina di metri di diametro.

Sonori corni suonano in apparente scoordinazione mentre i tamburi vibrano animando le membra degli abitanti di tutti i villaggi limitrofi, giunti per celebrare il Nahat, una delle tante feste della stagione secca in cui si celebra la felicità, l’anno nuovo, l’ozio della natura addormentata prima della rinascita che arriverà con le piogge di marzo. Io mi appresto timidamente al grande cerchio di spettatori a fianco di Paolino, Morris, Paola e Makmoi. Cerco di non dare troppo nell’occhio. Cosa abbastanza difficile visto il colore della mia pelle.

Nel giro di poco vengo assorbito dei baccanti saluti dei capi villaggi, dei catechisti e dei vari personaggi folkloristici i cui caratteri unici solo in un villaggio come Isohe possono trovare il giusto risalto. Paola invece riceve qualche proposta di matrimonio che declinerà con un sorriso buffamente imbarazzato e certamente… incuriosito.

Con la coda dell’occhio vedo una mano gettare in aria una manciata di terra polverosa spazzata dal vento, abbasso lo sguardo e vedo due uomini ondeggiare saldamente sulle loro gambe sottili largamente piazzate. Le pance reclinate verso il suolo, gli occhi socchiusi e concentrati. Uno muove il braccio a toccare il gomito dell’ avversario, nulla di fatto. L’altro preparando lo slancio si fa tradire da un goffo movimento del piede. Continuano a studiarsi per una ventina di secondi poi. Azione. L’uno tenta di ribaltare l’avversario spazzandogli le gambe ma l’altro con proverbiale talento trasforma l’attacco subito in opportunità coglie la debolezza nell’ appoggio di chi attacca, si gira fulmineo portandosi alle spalle del antagonista afferra sicuro le sue braccia. Boom. La schiena rovina sul suolo alzando un gran polverone.

Il vincitore esulta il perdente è amareggiato. Seguono altri combattimenti, alcune donne mi invitano a buttarmi nella mischia. Scioccamente rifiuto, mi è mancato ardimento. Sarà per la prossima. L’eroe provvisorio del Palio, chi più ha vinto, fa più giri dell’albero in groppa ai suoi compaesani. Viso solenne, occhio semiaperto saluta con un gesto di benedizione.

I combattenti hanno il petto nudo, e sono spalmati di farina per ogni dove. Le donne euforiche girano soffiando energicamente nei loro fischietti coprendo di farina di sorgo qualsiasi uomo si avvicini.

Terminata una sessione di lotta e’ ora di ballare. La massa di spettatori del palio inizia a roteare attorno all’albero. Si muovono ritmicamente, ogni villaggio con il suo gruppo. I giovani e le ragazze più vicini all’albero, i più anziani progressivamente più lontani. Quel gran buontempone del catechista Claudio mi tira in mezzo nel gruppo anziani. Un sciura con tre denti e un vistoso piercing sul mento mi accalappia nel ballo. Rido e in un attimo uno dei ragazzi mi nota e mi invita subito, per fortuna. Non gli sembra vero di avere la mosca bianca nel suo gruppetto. Iniziamo a girare intorno all’albero, nel cerchio più vicino. I passi sono semplici ( anche perché se li ballo io) simili alla salsa ma più rapidi e solamente in avanti. Le mani seguono movimenti ritmici di percussione del tamburo o marziali di lancio della lancia. I piedi sbattono per terra con vigore alzando una nuvola di polvere fittissima.

Dopo qualche giro, il gruppetto che mi ha adottato si ferma in uno spiazzo molto vicino all’albero. Cambia danza, gli uomini stanno di fronte alle ragazze. Queste sono giovanissime, piccole amazzoni quattordicenni in seducenti gonnellini multicolore di stoffe riciclate che risaltano le lunghissime gambe. Alcune hanno i giovani prorompenti seni esposti ai contendenti, e le decorazioni, cicatrizzate sulla pelle completano l’opera di seduzione.

Le ragazze vengono per prime con passi sicuri verso di noi, la mia tira uno sguardo furtivo e poi come tutte le altre guarda per terra, mi mette una mano sulla spalla e fa la mossa tipica dell’accalappiamento del maschio girandogli con energia il ginocchio intorno alla vita. In questo modo fa intravedere l’interno coscia al ben capitato e allo stesso tempo lo accalappia col ginocchio. Fatto questo torna al suo posto ed e’ il maschio a doverla rincorrere. Questo gioco di tira e molla continua fino a che il gruppo successivo non ci sostituisce.

Si continua nella giostra. Solo ora mi accorgo della massa incredibile di persone che con cerchi concentrici gira intorno a svariate velocità. Dal raggio più interno il mio sguardo si fa largo tra la spessa coltre di polvere e mi emoziono nel vedere tante persone a ritmo di tamburi cantare e ballare in un solenne rituale, mi perdo ad immaginarne le origini.

Continuo a contemplare il carnevale, con le più bizzarre maschere fatte di noci di cocco e di pelli di leopardo. Fantastico sul significato di tanti simboli di vitalità che vedo sfilare davanti a me. Peccato sentirsi come spiegazione: è la cultura. Si ma perché chiedo io? Ahhh it’s just the culture here. Mi risponde il chief con tono quasi dispregiativo. Penso di avere difficoltà a spiegare la mia domanda… non voglio credere che si stia perdendo il significato dei simboli che da secoli manifestano in queste occasioni.

Penso al continuo agitare dei bastoni con i simboli dei villaggi con movimenti fallici avanti e indietro, o al cospargere la farina sui corpi o ancora alla terra che si mischia all’aria per benedire un combattimento. Tutti chiari simboli di una vita che ha un’inesauribile sete di rinnovarsi.

La polvere inizia a farmi starnutire dopo tre ore di danza, si alza una gradevole brezza. Saluto tutti e con Paola torno al compound. Vista l’ottima domenica voglio chiudere in bellezza e andare su una rupe con i bimbi per far loro vedere l’aquilone. (Con il quale mi diverto almeno quanto loro.)

Passo dal campo da calcio, attiro l’attenzione dei bimbi con quell’ affare colorato che porto in mano. Mi chiedono se vado al monte. Annuisco. Basta un cenno con la mano e li ho tutti attorno a me che si fiondano sulla distesa rocciosa che porta ad una piccola rupe che sovrasta Isohe, come dei piccoli ragnetti. Mi sento come nel pifferaio magico.

Il vento tira bel forte nel soleggiato tramonto che colora d’arancio l’aria. Metto insieme l’aquilone e mi chiedono sorpresi: e’ un aeroplano? Io sorrido gli dico: vedrete. E’ un sogno, arriva fino al cielo!

Faccio appena a tempo a tendere i tiranti che fuuuuu il vento lo porta via. In alto, sempre di più con i singhiozzi forti e incostanti della stagione secca. Gli occhi dei bimbi brillano e tutti ridono entusiasti. Chi lo vede dal basso incuriosito si avvicina. In breve un folto pubblico di curiosi nanetti fissa quel pezzo di tela colorata come un grande uccello. Le rocce piane sono piene di patate tagliate ad essiccare al sole per potersi conservare meglio, tutti i bimbi se ne servono. Penso a come ogni madre è (o dovrebbe essere) sempre felice di sfamare i cuccioli propri e altrui. Otim, il piu vicino dei bimbi mi offre un po’ di patata secca, io la sgranocchio e loro ridono per il tempo che ci metto a masticarla. Tamam, gli dico, buona!

Lascio le redini del gioco ai bimbi, insegnandogli a tirare e mollare il filo secondo il vento. Imparano in frettissima. All’improvviso il vento sembra cessare e io per gioco inizio a soffiare, si mettono tutti a fare lo stesso decine di bimbi a bufare scompisciandosi dalle risate. Finche’ uno inizia a chiamare Oyamiiiiiiiii, oyamiiiii. Chiamavano il vento.

Tutti volevano il nuovo aeroplano portatile, cosi ho parcheggiato uno dei miei aquiloni dal parroco, in modo che sia in qualche modo di tutti, anche se come gli ho spiegato farne uno in casa e’ facilissimo.

Sono appena arrivato in Uganda per lavorare con i colleghi di AVSI Italia e Uganda. Il viaggio e’ stato ricco delle meraviglie di questa stagione. Gli incendi appiccati da contadini e cacciatori creano lunghe colonne di fumo grigio intenso. Qui e’ cosi caldo che il fumo fatica ad andare verso l’alto, ci va molto lentamente e indugia in un edonistico gioco di sbuffi e tortuosi giri su se stesso. E poi i mulinelli, simili a tornado che ti attraversano la strada quasi fossero dei giganti capricciosi che giocano a tagliarti il cammino, salvo poi scomparire subito con tutte le foglie che si portano dietro.

Vi saluto dalla bella Kampala con la sua dolce vita e l’ottimo cibo da ogni parte del mondo.

Vostro Gabri

Comments

Leave a Reply