Prime dal Sud Sudan

Written by

in

Cari Tutti

Troppi mesi senza scrivervi!

Come ogni attività, anche quella della condivisione scritta, se non esercitata, si arrugginisce e iniziare diventa sempre più difficile. Cosi di mese in mese ho rimandato questo momento, pur conservando scarabocchi di ricordi su vari fogli di carta. Scorro nella mia manciata di pagine di appunti stringati e spesso incomprensibili persino a me stesso. Come inizio?

Mi chiedo quale sia l’alchimia che porti la mente a desiderare che I propri pensieri siano conservati. Il desiderio è chiaramente quello dell’uomo di negare la propria fine, mettendo una polizza sulla questione della fede in un mondo postumo, e’ meglio cominciare a conservare quello che è stato ora nell’impazienza di provare un piccolo brivido d’immortalità. Pero’ per scrivere è necessario portare un fuoco dentro, una voglia bruciante di gridare al mondo il pensiero che si ha dentro, le esperienze che si sono provate.

A volte, le migliori energie del giorno se ne vanno in tante altre mansio15ni e ci dimentichiamo di una tra le più importanti. Generare il ricordo. La prova di una riflessione rispetto alla realtà che abbiamo il dono di vivere ogni giorno. E’ una dimenticanza pericolosa questa, perché senza riflessione la vita passa inconsapevole e quindi incontrollata. E poi se la riflessione genera il ricordo, c’e’ bisogno di riflettere per creare la prova del nostro esistere.

Isohe

Il luogo in cui vivo e lavoro da nove mesi, si chiama Isohe e si pronuncia Isoke. E’ un villaggio di qualche centinaio di anime racchiuso alle sommità terminali di due stupende vallate, alle pendici della catena montuosa del Lomohidang. Si trova in Eastern Equatoria, lo Stato più sud orientale dei dieci Stati che federano la neo nata Repubblica del Sud Sudan. Per chi volesse curiosare, o venirmi a trovare le coordinate geografiche sono: Latitudine 4.239124ᵒ N e Longitudine 33.076026ᵒ E.

Io vivo in una semplicemente bella casetta di mattoni all’interno del compund della organizzazione per cui lavoro, AVSI. All’interno della recinzione, non ci manca niente e siamo autonomi sia per l’acqua che per la corrente. Oltre agli uffici, abbiamo i magazzini, le casette dello staff, l’officina del meccanico, generator’s house, la sala televisione, i bagni e la cucina. Quest’ultimo e’ il luogo di maggior condivisione. Viviamo in una quindicina di persone nel compound, a pranzo molti sono a zonzo per svolgere le attivita’ nei vari villaggi, pertanto il momento di ritrovo principale è la cena. Grazie a un singhiozzante rifornimento da Juba e Torit, l’osteria offre una grande verieta’ di cibo locale: posho, fagioli, patate, spinaci (a volte in una buona salsa d’arachidi) e una volta alla settimana pesce essiccato, pollo o manzo. La cucina italiana sopravvive con l’immancabile spaghetto giornaliero e mentre la Valtellina fornisce le sue leggendarie slinzeghe e luganeghe, la buona provvidenza grazie al resto dello staff internazionale nel paese fornisce con monacale parsimonia qualche formaggio o insaccato.

Mentre, il menu non è particolarmente vario, almeno la frutta disponibile, durante le rispettive stagioni, è una gran goduria. Le angurie, dolci e dissetanti, le Ananas, leggermente piu’ aspre delle nostre, i manghi filamentosi e marmellosi, le nutrienti banane e le regine della frutta… le papaye. Morbide che si sciolgono in bocca, un frullato di vitamine che resusciterebbe anche i morti.

Infine, c’era il mio orticello. Dico c’era perché e’ stato spazzato via dalle mie due settimane di vacanza italiana. Almeno la rucola e qualche zucchina sono sopravvissute alla furia del giardiniere delle suore che abitano qui a fianco.  Con la prossima stagione delle piogge ad Aprile inizieremo un nuovo orticello ricco di succulenta verdura fresca.

Il villaggio si trova a 720 m.s.l.m. e gli unici edifici di cemento sono: l’ospedale, la parrocchia, il convento, qualche negozietto e i nostri uffici. Le case degli abitanti della zona, sono simili a quelle degli Acholi del Nord Uganda, mura circolari di terra e tetto in paglia. Anche se il materiale essiccato usato per fare i tetti può variare secondo la disponibilità’, genericamente nella zona si preferiscono le foglie dure di una varietà di palma da cocco. I tetti sono più lunghi, nel senso che si protraggono fino a toccare terra. Quest’accorgimento, insieme alla pratica di scavare l’abitazione sotto al livello del suolo, serve a proteggere gli abitanti della casa. Infatti, se il nemico dovesse attaccare, chi sta in casa può sdraiarsi per terra restando adiacente al muro, limitando così la probabilità di essere colpito. Alternativamente, può sgattaiolare via sfruttando l’intercapedine che si trova tra la parete e il tetto, visto che la lunghezza di quest’ultimo impedisce al nemico di vedere l’ingresso della dimora.

A differenza del Nord Uganda nella zona non c’e’ una tribu’ cosi numerosa da popolare l’intera regione. Infatti, nonstante il Lomohidang sia conosciuto come la catena montuosa dei Dongotono, ad eccezione dell’altipiano, le pendici della montagna sono abitate anche dai Loghiri e dai Loutuko. Appena una ventina di km piu’ a est, al di la della immensa valle del Kidepo ci sono gia altre popolazione: Buia, Toposa e Turkana conosciute come piu’ selvagge e guerra fondaie. Non a caso la vallata del kidepo e’ molto spesso campo di battaglia per le razzie di bestiame tra gruppi tribali.

Questa varietà di tribu’, crea infatti aspre rivalità attorno alle scarse risorse disponibili. Essendo tutte popolazioni pastorali, si è consolidata nei secoli la pratica del pagamento della dote in vacche. Considerando le sempre più scarse risorse disponibili a causa di mezzo secolo di guerra e varie carestie, fregarsi le vacche a vicenda e’ uno dei passatempi più diffusi per molte delle 64 tribù Sud Sudanesi.

La mensa.

Questo aspetto di compravendita della sposa, e’ stato più volte al centro del dibattito della nostra mensa. Uno dei personaggi più folkloristici della nostra comunità è Paolino Atari. Va per i sessanta ma per essere invecchiato quaggiù e’ ancora molto in forma. Da trent’anni fa il meccanico di pozzi, ha insegnato l’arte alla maggior parte dei meccanici dell’Eastern Equatoria e continua ad aggiustarne tuttora. Grazie al carattere socievole, l’intelletto riflessivo e una lieve tendenza all’alcolismo è un grande intrattenitore. Le diverse tribù e nazionalità presenti nella mensa contribuiscono a creare un interessante dibattito attorno alle questioni culturali più disparate di cui lui è sicuramente uno dei gran sacerdoti.

Ebbene una sera si scherzava di matrimoni e si dava un valore in vacche a una ragazza del nostro staff. Io ne avrei date quattro o cinque, Paolino si era spinto a dieci volte tanto. Quest’ultimo con un tipico verso africano di disappunto – Eh!! Gabriele guardala è bella, in carne e pure forte – suscita condivisione dalla maggior parte della platea. Mi dicono che sarei molto irrispettoso dei genitori della donzella a cui tanto e’ costato nutrirla e crescerla, il prezzo minimo per sposarsi qui e’ venticinque vacche. Tribù più ardite fissano il prezzo anche a cento. Mi diverte molto vedere le loro reazioni di fronte alle affermazioni del sottoscritto. Dissi che per me è irrispettoso pagare qualcosa che non ha prezzo. Paolino emise ancora l’urletto di disappunto – Eh!! Io sposo una donna e la pago, cosi che lei mi possa servire! – Risposi anch’io con il loro verso di disappunto e finii sorridendo e scuotendo la testa. Qualche giorno dopo mi si presentarono due ragazze adolescenti in ufficio, erano molto intimidite e perciò avevano scritto il loro messaggio su un pezzo di carta, lo lessi di fronte a loro. Volevano che le trovassi un marito Kawacha (bianco), perché non volevano essere picchiate come le loro madri. Risi anche in quell’occasione, mentre le parole del caro Paolino mi facevano eco nelle orecchie. Risolsi la questione con una delle mie patetiche prediche sulla preziosità e la bellezza del vero innamoramento. Le due rimasero abbastanza deluse e quella che portava il messaggio, lo appallottolò e se lo inghiottì.

Un giorno, un tale mi fissava mentre preparavo il mio orto. Cosa abbastanza rara vedere un bianco zappare, dopo avere stimato la porzione di terra che avevo preparato, mi guardò e rise. Mi disse: sei forte, ti daremo una donna dongotono. Io risi e dissi che non avevo 25 vacche.

Parlando di Paolino, mi sono perso nel consultare gli appunti a suo riguardo. Duarnte una delle prime cene nella nuova cucina che poteva finalmente accomodare tutto lo staff, dai portieri ai Program Manager, io feci segno a Paolino di servirsi prima di me, lui rifiuto’ io insistetti ancora ma lui non volle. Mentre mangiavamo, sentì l’urgenza di spiegarmi la ragione del suo gesto. Mi disse che nella sua cultura mangiano prima i giovani. Io dissi che nella mia era il contrario e che dovevo mostrare rispetto per chi aveva vissuto più anni di me. Anche in quest’occasione fu preso dal disappunto e mi disse – Eh!!! Ma non vedi che io mangio, ma sono una perdita per il cibo – non capii. Mi spiegò che lui poteva mangiare quanto voleva ma le energie di cui avrebbe goduto sarebbero state cosi poche da essere inutili. Un giovane come me invece può fare tanto di più con le energie che il cibo gli mette a disposizione. La stessa cosa si ripeté con una bevanda tradizionale fatta di sesamo fermentato che avevo chiesto di preparare a due ragazze Acholi. La serata finì in maniera goliardica con una lezione sulla caccia all’elefante. Se mai andrai a caccia di elefante, mi disse, mira alle gambe e corri, corri a più non posso, ma ricordati di correre sempre verso destra. A tutt’oggi non ho capito perché non bisogna correre a sinistra.

La mensa mi ha regalato grandi risate oltre a tante riflessioni. Qui le barzellette sui Karamojong – una tribu guerriera del nord-est Uganda – sono l’equivalente delle nostre sui carabinieri. Con l’eccezione che qui la gente le rivendica come autenticamente vere. 

Due Karamojong assistono a una partita di calcio, dopo una decina di minuti, visibilmente innervosito uno dei due grida: ma possibile che sia tanto difficile ammazzare quell’animale? In quattro falcate piazzava la punta della lancia metallica da una parte all’altra del pallone.

Per la prima volta un gruppo di Karamojong vedono una automobile. Dopo averla fissata per lunghe ore senza accorgersi che l’autista vi entrava, intimoriti dal suo movimento verso di loro la prendono a lanciate. Oppure c’e’ quella del Land Crusier che per sbaglio urta un Karamojong e lui incredulo la guarda diritta nei fari e le chiede come diavolo aveva fatto a non vederlo pur con degli occhi cosi grandi (i fari).

Ancora, quella del Karamojong che scopre i fiammiferi e dopo averne comprato una scatola, sospettoso li prova uno ad uno, riponendoli soddisfatto nella scatola esclamando: funzionano tutti!

Qui a Isohe siamo solo in due espatriati. Io e Paola, simpatica piemontese che per fortuna non si risparmia mai di accompagnarmi nelle rare buone mangiate e nei più frequenti bicchierini di Johnny Walker o Captain Morgan. Si spesso ci si sente soli. Però rispetto alla mia esperienza ugandese mi sembra di riuscire a carpire più in profondità la mentalità di questo popolo e soprattutto riesco finalmente a capire di cosa parlano tra di loro con quei fiumi di parole e gesticolazioni teatrali a non finire.

Tralasciando gli oceani di chicchere su donne, vacche, tribù vicine e meteorologia spiccia. Mi sono piacevolmente stupito di come la fiammella dell’amore per il sapere bruci anche nei guardiani/portieri, che di scuola ne hanno fatta ben poca. Un giorno, verso le sette e mezza esco frastornato dall’ufficio e mi siedo con loro fuori dalla guardiola. Parlavano di Inferno e Paradiso. Con umile rassegnazione uno sosteneva che vivessimo nell’inferno, perché in continuazione e senza preavviso eravamo destinati a soffrire, per la malattia, per le donne, per la perdita dei cari, per l’incertezza del lavoro… L’altro invece (che a dirla tutta era il famoso Paolino) lanciava veementi scoccate dicendo che viviamo in paradiso. Abbiamo tutto quello che ci da’ piacere, donne, cibo, aria, acqua, musica, danze e amici. Il discorso ripiegò inevitabilmente sulla presenza della guerra e delle armi che fanno cosi tanto male. Paolino grido, sputo’ e come ogni buon vecchio, ricordo’ i tempi andati dei suoi padri. Quando le guerre si facevano senza fucili ma con lance e frecce… e bastava che una donna corresse nel centro del campo di battaglia mostrando il seno pieno di latte a una delle due parti perche questa si fermasse.

Generalmente, la mancanza di attività ricreative sociali qua in mezzo alla giungla, porta ad un lavoro continuativo, anche nel week-end. Già vivendo in ufficio e con i colleghi non e’ facile staccare. Oltre al centinaio di attività che bisogna portare avanti, c’e’ da pensare ai nuovi progetti e poi ci sono le richieste jolly che ti capitano in ufficio. Mi dimenticavo dell’ordinaria amministrazione dell’ufficio, problematiche finanziarie piuttosto che logistiche, insomma la settimana finisce ufficialmente con la messa della domenica mattina. Momento sacrosanto dopo il quale uno mangia (il polletto delle suore) e dovrebbe potersi fare un pisolino senza essere svegliato dall’una o dall’altra problematica. In un contesto del genere, un novellino come me, finisce presto per illudersi di essere indispensabile e a pensare che senza di lui le cose si ingolfano e automaticamente finisca il mondo… Ed effettivamente le attivita’ si ingolfano ma sicuramente non finisce il mondo. Cosi dopo aver appurato che la vita continua anche se lascio la base… ho iniziato a farmi qualche giretto qua e la in questo angolo di paradiso.

Monti.

Avevo avuto modo di mappare le cime della zona già nella mia seconda settimana di permanenza. Durante il venerdì santo ero andato con la comunità, a piazzare una croce, in cima ad una rupe che si trova duecento metri sopra Isohe ed e’ esattamente al centro delle due vallate del Lomohidang . Questa rupe viene chiamata dalla gente del luogo Crucie, perche proprio i missionari comboniani ci misero una croce al loro arrivo agli inizi del diciannovesimo secolo. Negli anni settanta la croce fu usata come bersaglio dei mortai dell’esercito del nord, e i comboniani vennero scacciati. Il venerdì santo mi sembrò un ottima occasione per riportare una croce un po’ più vicino al cielo.

Quel di’, Due o tre cime mi colpirono più delle altre. Principalmente per via della loro forma, della loro altezza o per i passaggi di aderenza che mi sono visionato su quelle stupende cascate di roccia granitica e batolitica. Queste erano il Sab Sab, L’hibelengheri e ovviamente il Lomohidang, che significa la cima piu’ alta di tutte.

Non mancava giorno che io non rivolgessi il mio sguardo verso queste cime selvagge e certamente poco frequentate. Un ragazzo ugandese, Acholi di tribù, era molto incuriosito e attratto da questa mia fascinazione verso le terre alte. Kizito è il suo nome. Cosi dopo qualche rimando, a causa di questo o quell’impegno, un venerdì gli promisi che il giorno dopo saremmo andati sulla cima più vicina, il Sab Sab poco meno di 1,400 m. Il sabato passava in ufficio tra una mansione e l’altra. Alle quattro e mezza Kizito venne a ricordarmi del nostro giretto. Io sapevo che era già tardi, ma acconsentii, mi misi le scarpe, presi dell’ acqua per entrambi e ci avviammo di buona lena.

Normalmente avremmo dovuto girare attorno alla montagna per approcciare la salita sommitale dal suo lato orientale. Vista la mancanza di tempo e la fascinazione per la nera roccia, pensammo di poter salire dall’ aspro versante nordoccidentale. In quaranta minuti eravamo già sotto la paretona. Dopo un paio di tentativi ci rendemmo conto che era abbastanza impossibile salire di lì senza corda, decidemmo cosi di trovare un passaggio alternativo, un po più a meridione. Perdemmo la borraccia in un traversino niente male e ci ficcamo in un passaggio maledetto con roccia marciolenta in cui ne io ne lui avevamo abbastanza fegato per passare. Chi viene in montagna con me sa quanto la mia ostinata speranza si scontri con l’incapacità di passare per lunghi minuti da punti cosi detti critici. Nel frattempo si fecero le sei e un quarto. Tempo di tornare. Altrimenti saremmo stati avvolti dal buio pesto. Eppure vedevamo la cima lassù e le luci del tramonto ci spronavano ancora di più. Ci abbassammo un poco e scorsi un passaggio che ci avrebbe portato oltre quel maledetto luogo dove ci eravamo poc’anzi fermati.

Scalicchio una decina di metri per facili gradini magmatici fino ad un fico che si era acrobaticamente stabilito lassu. Al di sotto del quale c’era un buco enorme di circa trenta centimetri di diametro che andava in profondità nella roccia. Ops, era tutto liscio la attorno niente più gradini. Rimaneva solo l’albero. Avevo fatto una scemenza. Kizito tituba poi mi dice che lui ci passa di li. Tira fuori tutta la sua scuola fanciullesca di arrampicatore a caccia di manghi e con un agile slancio si tira su dal fico e passa. Nel frattempo l’abitante della piccola caverna esce impaurito e si butta a capofitto toccando un paio di volte la parete sembra che voli e approda in tutta la sua topesca maestosità alla base della parete, ci guarda confuso e se la da a gambe.

Io faccio decisamente più fatica di Kizito a passare, sono nel bel mezzo di uno dei miei dilemmi psicologici. Passo o non passo, guardo giù e mi chiedo in quanti pezzi mi troverebbero se mi scivolasse la mano sudata dal fico. Al diavolo l’orgoglio, chiamo Kizito, che mi dia una mano a passare di li. Passo anch’io.

Un traverso erboso ci porta su una ripida salita rocciosa sulla quale si puo correre carponando. In dieci minuti siamo in cima!!! Il cielo scoppia di arancione e blu, i verdi dei prati e dei campi di sotto diventano sempre più scuri e le stelle iniziano timidamente a brillare. Che meraviglia. Ci abbracciamo e iniziamo a correre a valle. Qui quando il sole scende, ci mette poco a far buio, sembra quasi che qualcuno spenga l’interruttore e puff.

Infatti dopo dieci minuti ci trovammo su un ampio terrazzo boscoso avvolti nella più completa oscurità. La luna era ancora impegnata dall’altra parte del mondo e Kizito disse :”Credo che dovremmo dormire qui”. Gulp, l’avevo fatta grossa. Chissà il mio capo da Juba… e poi non avevo neanche il satellitare per comunicare. No, ce la facciamo a scendere dico io. Guarda ho la lucina dell’orologio… Kizito non si mise a ridere. Ma poco dopo quando mi trovai piu o meno a testa in giu tra i rovi, sospirando mi rassegnai e preoccupato tornai verso kizito, seguendo la sua voce per cercare un giaciglio. Non si vedeva davvero nulla e ogni passo era un atto di fede.

Avevo fame ma soprattutto sete, quella sete che viene improvvisa e violenta che ti appiccica le fauci e t’intorpidisce.

Trovammo una cengia di un metro circa. Abbastanza lontana dagli alberi da non avere troppe zanzare intorno. Ci sedemmo, io ero assetato come mai nella mia vita. Lasciamo perdere la fame. Ma non avevamo nulla con noi. Mi tolsi una scarpa e la usai come cuscino. Contemplando una delle più vaste e brillanti stellate che possiate immaginare iniziammo a raccontarci qualche storia. Io raccontai quella di Peter Good Luck dei fratelli Grimm, e il mito di prometeo. Kizito mi racconto una barzelletta su di un astronomo sbadato, ma alla sua seconda storia mi ero già addormentato, ricordo che parlava di un vecchio che possedeva solo una capra e la sua capanna e decise di andare a vedere una terra lontana di cui non conosceva la lingua. Mi sveglio’ e continuammo a parlare per buona parte della nottata. Lui tentava di rassicurarmi dicendo che probabilmente nessuno a valle si era accorto della nostra assenza. Nulla di piu lontano dal vero.

L’aria era fresca ma la roccia nera aveva immagazzinato molto calore durante la giornata e nella notte lo lasciava gentilmente affluire nei nostri corpi stanchi. Il dolce sonno ci colse entrambi e dormimmo profondamente finche verso le quattro del mattino non inizio a minacciare la pioggia, c’era vento e faceva freddo. Ci mettemmo schiena contro schiena per sentire meno freddo e continuare a dormire.

Alle sei il caldo sole ci sveglio. La sete che ci torturava nella notte era stata attenuata al risveglio. Iniziammo a cavalcare verso valle. Ci fermammo in una radura a pasteggiare con dei buonissimi manghi freschi e in meno di un ora eravamo a valle. Le gente che stava preparando la terra ad accogliere i semi a suon di zappa, si mise a ridere. Dissero in Acholi a Kizito che mezzo mondo ci stava cercando dalla notte prima e che tutti erano preoccupatissimi perche c’erano stati degli spari nel villaggio quella notte.

Io aumentai il passo, un po preoccupato per la mia collega Caterina che sicuramente era in pensiero per me, però dentro sorridevo per la bellissima nottata passata lassù sul Sab Sab. Feci le dovute scuse, specialmente al mio capo a Juba e placai la mia sete.

Qualche settimana dopo Kizito mi disse che qualcuno ha iniziato a chiamare il Sab Sab, il letto dell’uomo bianco.

Feci tante altre gite in montagna, sempre con piu amici appassionati per le belle salite. Stavolta con cibo acqua, satellitare e tenda. Raggiunsi i Lomohidang (2,617 m) in un paio di giorni dove i comboniani misero una bottiglietta di mercurio negli anni trenta, per salvaguardare la popolazione dai troppi fulmini che l’adunatore di nembi scagliava su queste vallate. Il mercurio venne poi rubato dall’esercito del Sudan’s people liberation Army e venduto in Uganda. Perfortuna i fulmini sono lievemente diminutiti e il mercurio non è poi cosi fondamentale.

Una nuova nazione.

Il giorno dell’indipendenza invece andai con un bel gruppetto di amici tra cui Thilo e Holly da Gulu sulla cima più alta del Sudan e ovviamente del Sud Sudan. Quel giorno era il 9 luglio 2011 e con esso terminava il Comprhensive Peace Agreement firmato nel 2005 a Nairobi, nasceva la Repubblica del Sud Sudan e ufficialmente terminava uno dei conflitti più lunghi della storia africana. Per chi ne volesse sapere di più scrissi un articoletto per l’occasione(http://www.ilsussidiario.net/News/Esteri/2011/7/9/LA-STORIA-Nel-dramma-di-Marcellina-e-di-suo-figlio-il-futuro-del-Sud-Sudan/192738/). Certo la divisione non sta portando con se tutta la pace e prosperità sperata. Infatti le regioni di confine sono più che mai in guerra tra loro. Ancor di più ora si e’ creato un nuovo sud nel nord del paese. Le regioni del Sud Kordofan e del Nilo Blu sono martoriate dai tiranni di Kartouhm che temono ulteriori spinte separatiste dai musulmani neri di quelle regioni. Vi spiego semplificando la questione: La prima guerra civile sudanese dal 1956 al 1978 venne basata sull’elemento religione (nord musulmano contro sud cristiano). I risultati inconcludenti testimoniano come fosse lontana dal nocciolo della questione. Nell’ 1983 John Garang de Mabior fu il padre di una visione nuova   e rivoluzionaria. Egli capì come il problema non fosse religioso ma riguardava la segregazione delle innumerevoli minoranze etniche presenti sul vasto territorio sudanese. In breve inneggio alla lotta per i diritti di tutte le etnie che erano schiacciate dai volgari soprusi degli arabi. Fu cosi che anche i neri musulmani, precedentemente schierati con il nord, per ovvi motivi religiosi, si schierarono con il movimento di liberazione del Sudan. Nel sanguinoso ventennio di quella seconda guerra i separatisti vennero inevitabilmente schiacciati dalla visione di un Sudan unitario di Garang supportata dal potente dittatore comunista etiope Menghistu. Entrambi avevano un pensiero lucido: l’Africa era gia stata sufficientemente divisa e martroriata dai colonialisti che sfruttarono la meschina tattica del divide et impera, era venuto il tempo di unificare e combattere per una fruttuosa ed egalitaria convivenza.

Garang mori misteriosamente in un incidente in elicottero sei mesi dopo la firma del trattato di pace. La visione separatista, più semplice da promuovere sul piano politico ebbe la meglio. Ora nel nord c’e’ un nuovo sud e nel sud un nuovo nord…

Ricordo la reazione di Oyani, un ragazzo del nostro staff con problemi di udito e sempre pronto a darsi da fare col sorriso, quando scrissi il mio nome in arabo nella sabbia. Grido’ e inizio’ a scuotere la testa, facendo il gesto di chi imbraccia il fucile e imitò rumorosamente il rumore delle pallottole. Scuoteva la testa, le mani e il corpo tutto. Non posso dire che ci sia odio nei confronti degli arabi, semplicemente perche, credo che non essendoci un vero accesso mediatico da parte della popolazione rurale, gli scoordinati rancori sfociano al in un’ antipatia fastidiosa. La senti tutta quando pronunciano la parola Arabs. allungata e distorta con la r pronunciata duramente a preparare lo scontro finale tra la b e la s, quasi uno sputo per liberarsi della troppa violenza che sembrava non finire mai.

Tribù

Alle pendici di queste montagne, stanno disposte in apparente ordine caotico alcune delle tante tribù di cui parlavo all’ inizio. Sono persone semplici, quasi del tutto inconsapevoli di ciò che accade al di fuori del loro mondo e dipendenti. O meglio, con una certa tendenza a tendere la mano e chiedere, amaro effetto dell’aiuto umanitario. Dico dipendenti perche senza agenzie internazionali queste persone non avrebbero accesso ad acqua pulita, educazione o cure sanitarie e a volte persino al cibo. E’ certo vero che potrebbero sopravvivere anche senza tutte queste amenità, visto la loro formidabile resistenza.

Cinquant’anni di guerra li hanno resi molto duri e selvaggi. Poco sorridenti rispetto ai vicini Ugandesi, che pure videro una guerra lunghissima.

Ogni villaggio è mantenuto sicuro da quattro gruppi di Moniyomigi. Sono gruppi di giovani di diverse fasce di età 18-22, 22-26, 26-30, e 30-35 molto approssimativamente, anche perche sono pochi (o nessuno) quelli che conoscono con esattezza il proprio anno di nascita. Ebbene costoro sono incaricati dagli anziani del monopolio della forza nel villaggio e di coordinarsi con altri loro pari nei rispettivi villaggi affinché l’ordine venga mantenuto e le iniziative comunitarie vengano coordinate.

Sia donne che uomini hanno bellissime decorazioni sul corpo. Vengono fatte tagliandosi con delle lame o degli unicini, le guance, le spalle, il petto e la pancia. Il taglio dopo essere stato pulito con della sabbia nel fiume e disinfettato con erbe medicamentose inizia a cicatrizzarsi. La pelle nera ha una ricrescita del derma molto più accentuata di quella bianca creando cosi dei rilievi significativi che generano la decorazioni. Ho visto occhi bellissimi spiarmi da sopra le cicatrici orizzontali sulle guance mentre la timidezza dell’osservatrice mordeva i piercing di plastica enorme che molte donne portano sul mento.

I ventri delle donne stanchi dalle molte gravidanze, restano attraenti grazie a sinuosi disegni puntinati che proseguono fino al seno e a volte, si perdono verso i genitali.

Le orecchie, specialmente quelle dei Lotuko sono tagliuzzate lungo tutto l’arco esterno e questo dovrebbe rappresentare il loro simbolo di cittadinanza. E’ inoltre prassi comune privarsi dei due incisivi inferiori e a volte anche superiori, lo ritengono molto bello. Piu volte sono stato costretto a dire che lo trovo sciocco e brutto.

L’abbigliamento è molto casual direi. Ciò non toglie che anche qui ci sia un senso della moda e una certa omogeneità nel vestire. Piacciono molto i capi a righe colorate, i giovani Monyomigi spesso portano una piuma di pavone in testa e pantaloni corti che esaltano le lunghe cosce, tra gli uomini e’ comune avere con se un arma. Un coltello legato al braccio, un arco, una lancia o un kalashinikov o una simpatica combinazione di queste.

Non mancano i capi ornamentali, a volte vedo degli stivali di gomma da cui e’ stata tagliata via la suola e vengono indossati come polpacciere. E poi innumerevoli perline di plastica cingono le braccia  e i fianchi dei giovani e delle giovani nei villaggi.

I sitemi giudiziari sono ancora ad uno stadio embrionale, il governo infatti e’ appena nato e prima che ciò accadesse con la fine della guerra, la chiesa cattolica era l’unica autorita’ ad organizzare i servizi di base educativi e sanitari per la popolazione locale. Ad ogni modo, uno dei nostri autisti mi raccontava come funziona nella sua zona il sistema giudiziario tribale. Stavamo attraversando il confine tra Uganda e Sud Sudan a Nimule, spettacolare localita’ collinare con maestosa vista sulle acque del Nilo e sulle mandrie che li si abbeverano. Ero pensieroso, riguardo ai tanti omicidi che accadono perche qualcuno ha bevuto di troppo e si lascia scappare un colpo, al posto di fermarsi ad un bello schiaffone. Per questioni che a noi apparirebbero sciocche: una vacca rubata o una donna in cinta dell’uomo sbagliato. Cosi gli chiesi come funziona nella regione dell equatoria orientale quando qualcuno a commesso un crimine, come può ripagare la società del suo smacco e riuscire a reintegrarsi?

Ebbene in ogni villaggio, oltre al capo e al sistema dei Monyomigi, c’e’ sempre un anziano rispettato da tutti. Presso questa figura devono cercare rifugio coloro che si sono macchiati di un serio crimine verso la società, come un omicidio. Per due anni vivranno con questo saggio, seguiranno le sue direttive e presteranno servizio presso di lui. Al termine di questo periodo il saggio deciderà secondo il comportamento dell’”imputato”. Potrebbero chiedere una femmina al clan del colpevole perche venga data in sposa a chi ha subito il torto, senza il pagamento di una dote, oppure potrebbe propendere per l’innocenza quando i segni lo portano a propendere per questa soluzione, ma potrebbe anche decidere di chiedere la vita stessa di quella persona. Saldare un debito di sangue con la cessione di una donna, può sembra maschilistico e irrispettoso del gentil sesso, eppure non potrebbe essere altrimenti. Un uomo sarebbe una ben misera compensazione, solo chi può generare la vita può ‘riparare’ per una sua perdita.

Sono mesi che devo finire questa lettera. Ho sempre rimandato con la ridicola scusa della mancanza di tempo. Di tempo ne abbiamo a sufficienza, bisogna dedicarlo alle cose importanti.

Ora sono in vacanza, fino all’Epifania. Godo delle bellissime chiacchierate con i miei amici di sempre, della genuina caotica curiosità del mio fratellino e dell’affetto della mia famiglia e dei monti.

Volo in Africa il 7 Gennaio, mi riprometto di scrivere con più regolarità.

Alla prossima per i dettagli di quello che faccio insieme ai miei colleghi.

Vi abbraccio augurandovi buon Natale in ritardo e un ricco e gioioso anno nuovo.

Gabri

Comments

Leave a Reply